martedì 30 settembre 2008

La Casa con le Ali

Nyumba Ali" è una casa che si trova nella città di Iringa, nel quartiere Wilolesi. Il nome è una combinazione della parola Kiswahili "Nyumba" (casa) e della parola italiana "Ali". E quindi "Casa con le Ali". In realtà il nome ha una storia particolare, in cui il fato travestito da dizionario balordo di Kiswahili ha giocato un ruolo fondamentale. Ma è giusto che questo retroscena rimanga un segreto esclusivo delle persone che abitano Nyumba Ali.


La storia della Casa con le Ali ruota intorno ad una coppia bolognese, Bruna e Lucio. Questi due giovani pensionati hanno deciso di abbandonare la loro vita in Italia per trasferirsi in Tanzania, un paese che già conoscevano ed amavano. Qui, forti dell'appoggio istituzionale della Diocesi di Iringa, hanno aperto una casa famiglia dove accogliere ragazze disabili. Come sempre accade, appena data la disponibilità c'è subito stato chi ha risposto. Prima è arrivata Mage, poi Viky e quindi Ageni. Tutte e tre vengono da storie di povertà ed abbandono, e l'essere state accolte in casa con Bruna e Lucio per loro ha significato rinascere letteralmente a vita nuova.
Le ragazze hanno caratteri e qualità molto diverse fra loro. Mage è quella che risulta subito più accogliente ed affettuosa, Ageni è la più riflessiva ed intelligente, Viky è… irresistibile ed ansiosa di (as) saggiare tutti i nuovi arrivati.
A fianco della Casa con le Ali è stata poi costruita una palestra, allo scopo di accogliere durante il giorno altri ragazzi disabili che così possono eseguire esercizi riabilitativi, consumare un pasto e trascorrere il proprio tempo in compagnia ed allegria.


Per tirare avanti la baracca la coppia si è un po’ divisa i compiti: Lucio tiene metaforicamente (e non solo) in piedi i muri della casa, gestisce tutta la logistica, gli acquisti, le manutenzioni ed i trasporti mentre Bruna è l'organizzatrice e colei che cura le relazioni in Tanzania ed in Italia. Come in tutte le coppie navigate e ben assortite ognuno ha il proprio spazio di intervento, sempre però all'interno di un quadro d'insieme concordato e condiviso.
Ad aiutarli ci sono Mpendwa, che svolge lavori di casa ed aiuta nelle rapporti con i tanzaniani, e Zula, che segue la palestra ed i ragazzi che vanno a fare gli esercizi.
La scelta di Bruna e Lucio è stata sposata da alcuni amici italiani che hanno creato un'associazione per sostenere loro ed i ragazzi ospitati. L'associazione è via via cresciuta ed ora vi aderiscono persone di diversa età ed estrazione sociale. La casa è costantemente visitata da amici e soci, che tornando in Italia offrono il loro contributo per aiutare l'associazione.
La disponibilità e l'accoglienza che immediatamente si respirano nella Casa con le Ali hanno comportato anche un effetto forse imprevisto nei piani iniziali, ma che ha conseguenze non trascurabili.
La Casa con le Ali è divenuto il punto d'incontro di tutti i volontari e missionari italiani che ruotano intorno ad Iringa, e sono molti. Qui si raccontano storie, si condividono esperienze, si ascoltano novità che coinvolgono il lavoro di tutti, si costruiscono legami e relazioni con persone impegnate nei settori dello sviluppo, della cooperazione e della carità.

Quello che veramente rende speciale la storia di Bruna e Lucio è che tratta di due persone "normali". Essi hanno scelto di vivere in un luogo oggettivamente bello (Iringa e la Tanzania in generale) e di condividere il loro tempo, le loro capacità ed il loro denaro con persone meno fortunate di loro (e di tutti quelli che leggono queste righe). Non sono persone votate al martirio o al sacrificio, ma solo persone che hanno scelto di vivere nel miglior modo che conoscevano e di cercare la propria felicità in una maniera insolita. Non serve avere vent'anni per decidere di cambiare la propria vita e di compiere una scelta coraggiosa; la stessa scelta potrebbe farla chiunque.
Questa storia di normalità è un motivo di speranza per tutti quelli che hanno a cuore i problemi che affliggono l'Africa, per quelli che sono preoccupati del clima di indifferenza che regna nei paesi "sviluppati", e per tutti quelli che serbano in cuor loro il desiderio, un giorno, di cambiare la propria vita e di renderla degna di essere raccontata.

Per chi volesse saperne di più: http://www.nyumba-ali.org/

M.L.

sabato 27 settembre 2008

Sukamawera, la grotta dei pipistrelli

Here the link to download the english version:

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La Tanzania è un paese piuttosto interessante da un punto di visto speleologico, anche perché non è stato ancora del tutto esplorato. Le grotte carsiche più famose si trovano lungo la costa: le grotte di Amboni vicino alla città di Tanga ed il complesso speleologico delle Matumbi Hills vicino a Lindi. Entrambi i siti sono storicamente legati alla rivoluzione di Maji-Maji (1905-1907), nel corso della quale i ribelli trovavano rifugio contro il governo coloniale tedesco proprio all'interno di queste grotte. Molto famose, anche se non altrettanto interessanti, sono alcune grotte coralline che si trovano a Zanzibar. Esse venivano utilizzate dopo l'abolizione della schiavitù (1873) per nascondere gli schiavi che illegalmente continuavano ad essere commerciati.

La nostra spedizione, composta da speleologi forlivesi e romani, si è concentrata in un'area della Tanzania sud-occidentale poco esplorata da un punto di vista speleologico. Lo spunto per questo viaggio è nato dopo una visita casuale ad una grotta generalmente conosciuta come "Pango la Popo" (la grotta dei pipistrelli) in cui una piccola agenzia turistica di Mbeya accompagna i visitatori. In realtà i turisti vengono condotti solamente nel grande salone centrale, perché proseguire sarebbe molto pericoloso. Infatti nel salone centrale si aprono 9 pozzi e parte un condotto orizzontale che scavalca un paio di pozzi e prosegue poi nel buio.
Per amanti degli sviluppi verticali come noi la grotta è apparsa molto promettente. La domanda che subito si è imposta nei nostri pensieri è stata la seguente: "Possibile che nemmeno uno dei nove pozzi prosegua?". Queste sono state le premesse che ci hanno indotto a proporre agli amici speleologi una spedizione esplorativa della grotta.

La preparazione al viaggio ed all'esplorazione ha comportato una lunga serie di preparativi: organizzazione del trasporto del materiale, ricerca bibliografica e raccolta mappe, contatti con gli sponsor, studio dei rischi connessi alla presenza di gas e delle misure di sicurezza più idonee. Particolare cura è stata posta nello studio dei rischi sanitari legati all'istoplasmosi, malattia respiratoria presente in grotte situate nelle regioni tropicali e ricche di guano di pipistrelli, Ultimati i preparativi, la spedizione è ufficialmente partita per la Tanzania nel Novembre 2007.
Una volta raggiunta Mbeya, la città principale della Tanzania meridionale distante circa 800 Km dalla capitale Dar es Salaam, la prima giornata è stata dedicata ad un sopralluogo preliminare e a studiare il materiale bibliografico in nostro possesso. Purtroppo la grotta di Pango la Popo (o Sukamawera o Guano Cave come riportano certi articoli) si trova all'interno di una proprietà privata appartenente ad un gruppo minerario indiano, che ha stabilito una cava di travertino nelle sue vicinanze. La presenza di turisti occasionali è tollerata, ma non vale altrettanto per un gruppo di speleologi italiani. Le nostre ricerche si sono potute quindi protrarre soltanto per quattro giorni, dopodichè siamo stati "gentilmente" invitati ad allontanarci dalla zona.

Pango la Popo - Sukamawera (S 08°53'33.3" E 033°12'53.2") si trova ad un'altitudine di 1193 m s.l.m e si apre presso la valle del fiume Songwe, una valle caratterizzata da depositi di roccia arenaria con affioramenti di travertino. La grotta si sviluppa appunto all'interno di uno strato di questa roccia. Le mappe e gli articoli di stampo geologico hanno evidenziato che questo strato di travertino ha uno spessore di circa 90 m e poggia su depositi di sedimento nei quali la grotta non può proseguire. Le nostre speranze di uno sviluppo verticale sono quindi naufragate in seguito a queste previsioni, che sono poi state confermate dall'esplorazione di tutti i numerosi pozzi della grotta che, incredibile ma vero, chiudono immediatamente.
L'esplorazione della grotta è stata comunque estremamente emozionante ed ha richiesto due dei quattro giorni a nostra disposizione. Nessuno dei pozzi era armato ed il nostro gruppo è stato senz'altro il primo ad esplorarli tutti. A noi va il merito di aver fatto chiarezza sullo sviluppo complessivo della grotta: infatti sul terreno si aprono diverse aperture oltre l'ingresso orizzontale di Pango la Popo, e nessuno sapeva dove portassero. Il nostro rilievo ha dimostrato che all'interno della grotta si aprono due camini e che le aperture quindi conducono e si collegano alla grotta stessa.

In particolare ricordiamo il camino che si apre sul salone centrale e che prosegue in un profondo pozzo . In totale sono 35 metri, la verticale più lunga della grotta.
Pango la Popo, come dice il nome stesso "grotta dei pipistrelli", è conosciuta da tempo anche per l'immensa colonia di chirotteri che l'abita. Molti ricercatori si sono recati e continuano a recarsi in questa grotta per studiare questi animali. Una guida locale ci ha riferito (episodio confermato d amici ricercatori) un avvenimento drammatico legato ad una di queste esplorazioni scientifiche. Come già riportato, questa grotta presenta un numero elevato i pozzi che la rendono, per i non esperti, estremamente pericolosa. Uno studioso di chirotteri si è recato in questo luogo per raggiungere la parte della grotta in cui vivono la maggior parte dei pipistrelli. Nel tentativo di scendere un pozzo impiegando una pertica improvvisata è caduto riportando gravissime fratture in tutto il corpo. Fortunatamente il ricercatore è sopravvissuto, grazie all'intervento dei tanzaniani che hanno improvvisato un'azione di soccorso speleologico calandosi nel pozzo per recuperarlo e trasportandolo quindi in ospedale.
La presenza di queste colonie di pipistrelli è stata oggetto anche di tentativi di sfruttamento commerciale. Dal 1934 al 1957 sono state prelevate 3.223 tonnellate di guano dalla grotta di Sukamawera allo scopo di estrarre composti del fosforo da utilizzare in agricoltura. Ricerche svolte in seguito hanno poi evidenziato che la quantità di principi minerali ed organici resi disponibili dal processo di trasformazione non giustificavano le spese di estrazione e lavorazione.
Esperti della Wildlife Conservation Society hanno identificato oltre 12 differenti specie di pipistrelli che popolano questa grotta, fra le quali la più rappresentata è Hypposideros ruber.
La grande quantità di guano è alla base di un ecosistema complesso, che comprende un'ampia varietà di artropodi dalle dimensioni, forme e colori più disparati. Un lavoro di classificazione tassonomica a questo proposito è ancora in corso.
Inoltre il guano e' uno degli alimenti preferiti da parte delle mandrie di capre allevate nella zona, le quali ogni sera entrano nella grotta per cibarsi di questo alimento nutriente. Gli scheletri rinvenuti in fondo ai pozzi testimoniano che non tutte le capre riescono poi ad uscirne.
Uno degli obbiettivi della nostra spedizione era quello di analizzare e cartografare le sorgenti di acqua calda che si trovano lungo il corso del fiume e nei pressi della grotta.

Nel Maggio 2006 è stato condotto uno studio, da parte di geologi ed ingegneri ministeriali e della compagnia tanzaniana per l'energia elettrica, allo scopo di valutare le potenzialità geotermali a fini energetici delle sorgenti dell'area del fiume Songwe. Questo studio ha rivelato che in profondità vengono raggiunte temperature superiori a 255°C e che i quantitativi di acque geotermali che raggiungono la superficie sono rilevanti ai fini della produzione di energia elettrica.
Le nostre misurazioni delle acque superficiali hanno mostrato temperature comprese tra i 50 e gli 80 gradi e che queste sorgenti sono in grado di innalzare la temperatura del fiume stesso, che per lunghi tratti è superiore ai 30°C.
Inoltre la mappatura di queste sorgenti ha permesso alla nostra geologa (Dorina Testi) di formulare ipotesi interessanti sulla genesi di questa grotta. Tutte le sorgenti si trovano presumibilmente lungo una discontinuità della crosta terrestre, spiegando così le acque termali. La presenza di questa discontinuità potrebbe anche essere all'origine di antiche fuoriuscite di gas che sarebbero le responsabili della formazione iniziale della grotta, la quale quindi potrebbe non essere solo il frutto dell'erosione dell'acqua.

L'episodio che ci ha assolutamente sbalorditi è stato il rinvenimento, nell'ultima parte del tratto orizzontale, di alcune pitture rupestri raffiguranti probabilmente scene di caccia. Un successivo studio attento di alcune fonti bibliografiche ha rivelato che queste pitture erano già state scoperte almeno in due altre occasioni, tuttavia se ne era persa traccia ed in nessuna guida o fonte di informazione sull'area di Mbeya è descritta la presenza di queste prove della vita preistorica. La datazione di questi disegni è al di fuori della nostra portata, ma alcuni articoli che descrivono la presenza dell'uomo preistorico nella valle del fiume Songwe e che quindi confermano l'autenticità di queste opere ci vengono in soccorso.

La bibliografia è concorde nell'affermare che a partire da 200.000 anni fa l'uomo era presente e conduceva migrazioni lungo tutta la Rift Valley. Studi di archeologi americani hanno evidenziato come nella valle del fiume Songwe siano stati rinvenuti utensili in pietra in ben 33 siti diversi collocabili nel Paleolitico Superiore, a partire quindi da 40.000 anni fa. E’ quindi ragionevole pensare che questi dipinti debbano inserirsi in questa epoca.

Secondo le premesse iniziali Pango la Popo - Sukamawera doveva essere un luogo inesplorato e tutto da scoprire. Nel corso delle nostre indagini invece si è rivelata una grotta con una lunghissima storia, teatro di numerosi avvenimenti che la rendono ancor più degna di interesse. La nostra guida ci ha raccontato anche diverse leggende ed avvenimenti di dubbia autenticità sul suo conto. Certo è che all'interno si trovano numerose tracce del passaggio dell'uomo: travi, chiodi, pioli di scale, pezzi di catene, sono tutte testimonianze della presenza di uomini che hanno abitato questo luogo in epoche passate, la cui storia purtroppo non potrà mai essere completamente svelata.

Il nostro programma prevedeva anche un giorno di esplorazione in superficie della valle del fiume Songwe, per evidenziare altri siti di interesse speleologico e per approfondire lo studio geologico dell'area. La valle è estremamente suggestiva da un punto di vista paesaggistico, con fiumi di sabbia, profondi canyon e vere e proprie voragini segno dell'incessante azione delle acque. Questa valle ci ha inoltre regalato un'altra grotta, questa volta assolutamente sconosciuta ed inesplorata (S 08°54'11.8" E 033° 12'50.6", 1216 m s.l.m.). L'abbiamo battezzata "Pango la Tumbili" o Grotta delle Scimmie, perché nei pressi della grotta siamo stati accolti da un branco di cercopitechi chiassosi. Anche questa grotta presenta una sala centrale. Da questa si dipartono due fessure orizzontali (che sembrano proseguire) ed un pozzo centrale affollato di pipistrelli. Purtroppo, per ragioni di peso, non avevamo con noi l'attrezzatura e non ci è stato possibile approfondire l'esplorazione. Il tempo concessoci dal proprietario indiano era scaduto, e della Grotta delle Scimmie resta il pensiero di ciò che potevamo scoprire e di ciò che ci aspetterà al nostro ritorno in questi territori.

M. L.
Riferimenti Bibliografici:
* Geotherme Programme (2006) - Geothermal as an Alternative Source of Energy for Tanzania – http://www.bgr.de/geotherm/projects/tanzania.html

* Middle and Later Stone Age Technology in Southern Tanzania http://www.arts.ualberta.ca/~pwilloug/research.htm
* KAISER V.T.M, SEIFFERT C. (1999) – Reste Urtü mlichen Guanoabbaus in Zentral Tansania, der Anschnitt 51.
* KAISER V.T.M, SEIFFERT C. (2000) – Die travertine am Songwe River ein tropisches karstgeblet in zentraltansania, die Höhle eft 3.
* SPURR AMM (1954) - The Songwe guano caves, Mbeya District. Geol. Surv. Tanganyika Records 1,1951:35-37
* SUNDQVIST, HANNA (2000) - Guano Cave, Songwe area, Tanzania. – A physical geographical description and analysis.
* TEALE, OATES (1935) - Limestone caves and hot springs of the Songwe river (Mbeya) area, with notes on the associates guano deposits. E.Afr.Uganda Nat. Hist. Soc. J. 3 / 4, 130-137.
* WILLOUGHBY, PAMELA R (1992) - An Archaeological Survey of the Songwe River valley, Lake Rukwa Basin, Southwestern Tanzania. Nyame Akuma, 7:28-35.

giovedì 25 settembre 2008

L'autobus di Bomalang'ombe

Un suono nella notte, un rumore in lontananza che squarcia il silenzio ed interrompe il sonno. Gli occhi si aprono di riflesso, la mente tenta di mettere a fuoco di cosa si tratti. Il dubbio dura soltanto un istante, perché è immediatamente chiaro che sono le quattro del mattino ed il suono è il clacson dell'autobus che avverte i passeggeri della partenza imminente. Gli occhi si richiudono immediatamente, il mattino e la sveglia sono ancora lontani.

Ogni mattina l'autobus lascia Bomalang'ombe alla volta di Iringa, per poi farvi ritorno alle cinque del pomeriggio. Una corsa di andata ed una di ritorno ogni giorno, per un viaggio che dura dalle cinque ore (nella stagione secca) ad un tempo indefinito che dipende dalle condizioni della strada. Durante la stagione delle piogge l'autobus non sempre conclude il proprio tragitto, dal momento che può rimanere impantanato in qualche luogo costringendo così i passeggeri a lunghe camminate o a trascorrere la notte al suo interno. Un servizio del genere farebbe accapponare la pelle a chiunque, ma non agli abitanti che popolano i villaggi dei monti della Tanzania meridionale. Per loro l'autobus è il legame con la civiltà, il mezzo per trasportare i prodotti che una volta venduti nel mercato cittadino procureranno il denaro necessario per sopravvivere. L'autobus consente di trasportare verso i villaggi ogni cosa, dal materiale edilizio ai fertilizzanti, dai medicinali agli alimenti che non si trovano nei villaggi. Non solo. I viaggiatori che si spostano grazie all'autobus portano notizie, veicolano informazioni, consentono di interrompere l'isolamento a cui sarebbero altrimenti costretti gli abitanti di queste aree remote.

Sono due le compagnie di trasporti che si alternano per assicurare un servizio quotidiano: Mwafrika (letteralmente: "africano") e Upendo ("amore"). In entrambi i casi si tratta di mezzi scassati che sembrano potersi fermare e cadere in pezzi da un momento all'altro. Uno sguardo distaccato potrebbe quindi non cogliere alcuna distinzione nel servizio (o meglio disservizio) che offrono queste due compagnie, eppure gli abitanti di qui sottolineano le mille differenze che le separano: "Upendo ha un autista migliore", "Mwafrika è troppo spericolata", "Upendo si guasta troppo spesso", "Mwafrika rimane impantanata quasi sempre", "Upendo è più puntuale", e così via.
La gente di questi villaggi si è divisa così in due grandi gruppi di opinione; c'è chi sostiene che Upendo sia l'autobus migliore e chi invece parteggia per Mwafrica. Anche chi scrive si è lasciato coinvolgere in questa diatriba, finendo per sostenere la supremazia di Upendo.
Gli autisti poi, sono le rockstar locali. Quando l'autobus arriva strombazzando di sera, tutti si dispongono lungo il margine della strada lanciando occhiate di rispetto verso quegli eroi che hanno condotto ancora una volta, attraverso mille peripezie, il tanto amato autobus.
La vita di questi autisti inoltre, è al centro del gossip locale, e le loro scappatelle e vicissitudini popolano i discorsi della gente.


Durante la stagione delle piogge, quando la condizione della strada diventa critica, lo sport più praticato dalla popolazione di Bomalang'ombe è il Toto-scommesse. Arriverà oggi l'autobus? Questa è la domanda a cui tutti tentano di dare risposta. Chiaramente l'essersi schierati con l'una o l'altra compagnia influisce sul pronostico emesso: "La strada è troppo brutta, Mwafrica non ce la può fare", "Upendo non rischierà di impantanarsi, si fermerà a Kidabaga". C'è poi chi bara, essendo a conoscenza dell'apertura di nuove voragini lungo il percorso o del blocco da parte di un camion impantanato: "Secondo me oggi l'autobus non arriverà, ho come un presentimento…".
C'è però un momento in cui tutti sono uniti a prescindere dal "partito" di appartenenza. Quando accadono degli incidenti che coinvolgono l'autobus, di qualunque compagnia esso sia, inizia la mobilitazione generale in tutti i villaggi che si trovano lungo la strada; partono le missioni di soccorso con i mezzi più disparati: a piedi, di corsa, in bicicletta, con i motorini. Questi eventi rappresentano la massima calamità concepibile, e non c'è nessuno che non si senta direttamente coinvolto e che non offra il proprio aiuto, che sia mettere a disposizione la propria zappa o procurare delle corde.

Rimanendo a lungo in questi luoghi si rimane un po’ coinvolti in tutto questo. Diventa un piacere indescrivibile quando, dopo una giornata di pioggia torrenziale, si percepisce in lontananza il clacson di un autobus che interrompe il silenzio della notte, e viene spontaneo pensare: "Evviva, anche oggi Upendo ce l'ha fatta".

M.L.

sabato 6 settembre 2008

Tra gli Angeli di Wajir

Caldo opprimente, strade sabbiose sulle quali è persino difficile camminare, vegetazione rada e spinosa. Se la vita nei villaggi africani a cui siamo abituati sembra difficile, questa appare addirittura impossibile. Dove questa gente tragga acqua e alimenti è misterioso.
In questo paesaggio riarso dal sole, migliaia di famiglie conducono una vita normale fatta di gesti semplici e quotidiani; non è difficile comprendere come mai la gente del deserto abbia sviluppato un carattere ed un fisico così coriacei.
I somali sono gente dura e orgogliosa, inasprita da un credo fondamentalista e intransigente. Essi popolano fin dai tempi antichi l'intero nord-est del Kenya, regione semi-desertica morfologicamente più simile al nord-Africa che non all'Africa sub-sahariana.
Wajir si trova ad un centinaio di chilometri dal confine somalo, mentre sono almeno trecento i chilometri di pista sabbiosa e strada disagevole che la separano da Nairobi. Questo è uno dei motivi per i quali Wajir possa essere considerata più una città della Somalia meridionale che non del Kenya settentrionale.
Wajir è senz'altro un luogo di frontiera, lontano da ogni rotta del turismo ed evitato dai keniani stessi, nel quale la sfida maggiore è il confronto con una cultura complessa e poco propensa al dialogo.

Avvenimenti tragici accaduti in Somalia durante la nostra permanenza hanno fatto salire la tensione e ci hanno indotto ancor più a prestare attenzione ad ogni nostro minimo gesto.
Essere cattolici in questi luoghi è assai complicato: ogni religione diversa dall'Islam viene guardata con sospetto e col timore che possa minare lo status quo. Diverse chiese sono state cacciate da Wajir, "colpevoli" di essersi prodigate in opere di evangelizzazione e di aver provocato la conversione di qualche somalo. Ciò non è tollerato, e l'espulsione della comunità religiosa viene accompagnata da atti violenti ai danni di tutte le chiese presenti, cattolici compresi. Un crocefisso privato delle braccia sopra l'altare della Chiesa cattolica testimonia quanto sia delicata la presenza dei cattolici a Wajir.
Ci ha ospitati Pina Russo, missionaria laica romana che ha dedicato gli ultimi otto anni della sua vita a favore della comunità locale. In accordo con la diocesi di appartenenza, la diocesi di Garissa (otto ore di autobus da Wajir!), Pina svolge la sua opera di volontariato senza fini di evangelizzazione, con spirito di pura e disinteressata carità. Questo indirizzo, da sempre portato avanti fin dai tempi di Annalena, ha permesso alla Chiesa cattolica di essere ben accetta e accolta con riconoscenza dalla popolazione.
L'importanza del lavoro che viene svolto tra mille difficoltà ogni giorno a Wajir è proprio questa: costruire un ponte di pace e di dialogo con il mondo musulmano, testimoniando con le opere concrete i valori in cui crede la nostra civiltà, evitando le parole e i giudizi che, se espressi con leggerezza, sono in grado di provocare incomprensioni e risentimento.


Forti del favore che i cattolici hanno saputo costruirsi nel corso degli anni, siamo stati accolti da tutti i somali che abbiamo incontrato con grande cordialità e amicizia, addirittura invitati ad entrare nelle capanne e a sedere al loro fianco.
In questo angolo remoto del Kenya nel corso degli anni sono state realizzate con successo diverse strutture: una clinica per la cura della tubercolosi ed un "villaggio" dove i pazienti possono trovare alloggio per la durata della terapia, una scuola per sordomuti, una scuola per giovani ragazze somale, un centro per la riabilitazione dei bambini disabili, un centro di accoglienza per anziani. L'impronta che Annalena (e chi ha lavorato insieme a lei) ha lasciato qui è molto forte, e molte persone incontrate la ricordano con commozione, rispetto e gratitudine.
Ma non sarebbe giusto parlare di Wajir coniugando ogni verbo al passato.Gli anni sono trascorsi, alcune strutture sono state chiuse, altre sono radicalmente cambiate nell'impostazione generale, altre ancora hanno subito vicissitudini pur mantenendo inalterato lo spirito di carità, condivisione e testimonianza.E' questo il caso del Centro di Riabilitazione, un luogo dove ancora oggi vengono compiuti piccoli miracoli quotidiani.



Nella società somala si riscontra uno dei più alti tassi di disabilità infantile registrabili in qualunque altra parte dell'Africa. Numerose sono le motivazioni: denutrizione, consanguineità, mutilazioni genitali, mancanza di assistenza sanitaria al parto. Quattro figli di cui tre ciechi, tre figli con malformazioni alle gambe… sono solo esempi di situazioni reali di famiglie che abbiamo visitato insieme ai volontari del Centro di Riabilitazione. Oggi l'attività del Centro è portata avanti infatti da giovani volontari kenyani che hanno maturato competenze in ambito ortopedico, infermieristico, fisioterapico. Joseph, Viola, Betty, Fatuma, Rose e Joel seguono e svolgono riabilitazione quotidiana nel Centro a numerosi bambini, visitano nei villaggi di appartenenza quelle famiglie che non sono in grado di portare i loro figli fino a Wajir, costruiscono attrezzature per la deambulazione, distribuiscono alimenti alle famiglie che non sono in grado di procurarseli, somministrano medicinali a bambini che altrimenti morirebbero di banali malattie. Questi ragazzi, senza fondi che non provengano da donazioni di privati, lavorano volontariamente in una maniera estremamente professionale, riempiendo di amore e compassione ogni loro atto. Pina poi assicura al Centro di Riabilitazione una preziosissima opera di coordinamento e supervisione.
Siamo stati testimoni di drammatiche realtà alle quali era difficile anche solo assistere come osservatori. Il lavoro di questi volontari ci ha colpiti profondamente, e l'impegno che ci siamo presi è quello di realizzare un libro fotografico con la vendita del quale contribuire a sostenere il loro operato.
Ciò che è stato realizzato a Wajir in passato è miracoloso. Ma la sabbia del deserto ed il tempo rischiano di cancellare ogni cosa. In quei luoghi i bisogni sono ancora tantissimi e chi opera ogni giorno per farvi fronte va sostenuto con impegno e costanza, perché nulla di ciò che è stato e che ancora vive vada perduto.
(testo scritto nell'Ottobre 2006)

M.L.