mercoledì 15 agosto 2018

Iniziando a vivere Boma

E finalmente abbiamo iniziato le nostre attività a Boma! divisi in 2 gruppi abbiamo animato l'asilo ed esplorato la foresta arrivando stremati a fine giornata, sia per i sentieri equatoriali che per l'energia interminabile dei bambini.
Ci ha sorpreso il loro caloroso benvenuto nonostante le manine gelide e le scarpette un po' rotte: ci rimbombano ancora in testa le loro voci squillanti e la loro emozione davanti a un pallone (così è nato il gioco "palla scatenata") il pomeriggio è trascorso tra visite al villaggio, alla sartoria, a fare lo slalom tra moto impazzite, al saloon di bellezza ed a "aereosollarci" di terra rossa e smog.
Per i genitori: siamo serviti e riveriti ad ogni pasto, sempre accolti da piatti caldi dopo fredde giornate d'agosto (strano pensare che diremo di aver patito freddo in Africa).
E buon ferragosto anche se qui sembra più San Geminiano.
Ps. Avvistata pastiglia di Malarone nelle acque del fiume delle foreste tanzaniane, ma è tutto sotto controllo.

lunedì 13 agosto 2018

Un giorno di incontri


Allora, eccoci qua dopo un’altra intensa giornata a raccontarci quello che è successo . Inizialmente abbiamo passato un paio di ore a fare i biglietti per la foresta pluviale. Per passare il tempo abbiamo fatto un allenamento fra di noi a calcio per l’incombente partita (non giocata) che ci avrebbe dovuto aspettare contro gli scout di Iringa. Dopodiché  abbiamo avuto l’incontro con il vice vescovo del luogo, che ci ha spiegato il sistema scolastico della Tanzania. Abbiamo poi incontrato il gruppo scout maschile, che accogliendoci in una maniera molto calorosa ci ha colpito per il modo di fare molto spontaneo. Dopo un pranzo on the road (la strada viene chiamata massaggio dell’Africa, per via delle sue condizioni) siamo giunti alla scuola secondaria professionale Nyota-Ya Asubumi di Ilamba. I bambini della scuola ci hanno accolto con canti e risa e ci hanno detto i loro sogni futuri. Dopo un tortuoso percorso siamo finalmente giunti a Bomalang’ombe, dove le signore che gestiscono la casa hanno cucinato un tipico pasto per noi. Qui il cielo è un tripudio di stelle.
Ps: continuiamo a prendere il Malarone.

domenica 12 agosto 2018

Tanzania: scoprire una terra per ritrovare sé stessi


A tre giorni dall'inizio della nostra route, dopo 9 ore di aereo, un "afterino facile", 12 ore di pulmino con tanto di avvistamento di giraffe, elefanti, babbuini, antilopi, gazzelle, zebre e carcasse, siamo arrivati sani e salvi (a parte uno zaino) ad Iringa.
Durante il viaggio, abbiamo tutti notato quanto questo ambiente sia molto diverso da quello in cui viviamo ogni giorno.
Per esempio, parlando del tempo... pensate alle nostre tipiche giornate, frenetiche e piene di impegni... beh, dimenticatevele: qui è tutto "pola pola ", o come diciamo noi, "tola dolza".
Lungo tutto il percorso, infatti, abbiamo visto piccoli gruppi di persone che stavano semplicemente seduti di fronte alle loro baracchine o piccole botteghe a vendere i loro prodotti o a parlare e mangiare con i "vicini".
Parlando di oggi, la giornata in teoria sarebbe dovuta iniziare alle 7:30... in pratica, alcuni non hanno sentito la sveglia perché ci sono delle persone  che cantano per strada già delle 6 del mattino.
Qui, infatti, ovunque vai la musica c'è sempre.
Abbiamo poi partecipato alla messa locale, che si è tenuta alla cattedrale: è stata un'esperienza unica e speciale.
All'inizio tutti ci guardavano, scrutavano e studiavano... soprattutto i bambini, che sembravano quasi affascinati da noi.
Per la prima volta ci siamo sentiti "stranieri", "diversi", perché eravamo una piccola macchietta bianca in un mare coloratissimo; ci hanno, comunque, resi partecipi e ci hanno accolto calorosamente.
Siamo poi andati a fare la spesa al mercato, dove ad ogni metro si sentiva un odore diverso.
Sono stati tre giorni molto intensi, forse talmente tanto che dobbiamo ancora metabolizzare il tutto.
Questa sera riposo e domani si riparte verso Bomalang'ombe... A prestooooo!!!

Il Clan Ali Aperte

giovedì 1 marzo 2018

Annalena e l'Islam

Testi tratti da “Lettere dal Kenya” 1969-1985

Essere cristiani in un mondo musulmano (10/04/69)
[I padri della Consolata di Garissa] sono venuti per scelta, per mettersi a servizio di questa gente nomade e poverissima, ma a servizio vero, per crescere con loro: istruzione, tentativo di aiutarli a diventare uomini veri, con una loro dignità, una loro possibilità di crescere da soli, di progredire, cosa, oggi, impossibile perché mancano i leader preparati. Il progetto è stato calorosamente approvato quando i padri hanno messo ben in chiaro che non solo non si farà proselitismo di alcun genere ma che i ragazzi… saranno mandati alla scuola locale dove tra l’altro sarà loro insegnato il Corano e, meraviglia di tutte le meraviglie, che l’orfanotrofio sarà aperto al loro prete o insegnante di religione musulmano tutte le volte che vorrà venire e sarà chiuso invece a qualunque prete o insegnante di religione cattolica o cristiana che voglia andare a “evangelizzare”.
La Luna (28/10/72)
La Luna ha un profondo valore simbolico nel mondo religioso musulmano e in quello di tutti i popoli del deserto. Tutta la vita del musulmano si regola sulle fasi lunari: il tempo, gli anni, i mesi, le settimane, il Ramadan (il mese di digiuno), le grandi feste religiose, le cerimonie liturgiche… il nomade ama moltissimo la luna e dice che è buona e bella. Come è vero, sempre più vero, che il conforto viene alla fine sempre e solo dalla donna e non dall’uomo…
La moschea (11/06/73)
Da un po' di tempo abbiamo cominciato anche la costruzione di una moschea; i ragazzi indubbiamente purtroppo sono dei velleitari ma fin da quando sono venuta desideravano tanto avere una moschea, di queste fatte così, di rami, ma belle però, eleganti e poi invece praticamente chi fa la moschea sono io che procuro i pali, che procuro l’aiuto nel lavoro, tutte le idee, il luogo in cui farla. Comunque già io pregusto il giorno in cui la moschea sarà pronta… dentro metterò delle stuoie, spero che i ragazzi possano pregare di più , pregano così poco; la gioventù si allontana completamente dalla religione ma non perché ne ha trovata un’altra più valida più forte più robusta, no purtroppo, la gioventù si allontana dalla religione solo perché la sta perdendo, solo perché ai suoi valori religiosi sostituisce altri valori, valori che ubriacano questi giovani, che fanno perdere loro la testa e non sono valori perché sono il denaro, perché sono la popolarità, il successo.
La sepoltura di Mohamed (7/12/78)
(Parlando della sepoltura di Mohamed, guardiano ed aiutante ucciso nel corso di un tentativo di rapina al compound di Annalena. Annalena è dispiaciuta perché il corpo non è stato sepolto secondo la tradizione musulmana, avvolto in un lenzuolo bianco, ma ha ricevuto un funerale cristiano con una bara)
Mohamed io lo volevo a Wajir. Sognavo per lui un funerale degno del suo martirio, una tomba col muretto alto… una tomba col suo nome, con un’iscrizione in arabico… nel nome di Dio onnipotente e misericordioso… volevo un luogo a cui poter tornare… Dio ha voluto diversamente. Volontà di dio. Sia fatta la volontà di Dio. Ed è Dio che ha voluto che Mohamed fosse sepolto come qualunque buon cristiano di questo mondo, lui che cristiano lo era diventato profondamente nello spirito, lui che aveva imparato da me le leggi dell’amore, lui che serviva i malati come me e meglio di me, e mai per mestiere, sempre perché gli scaturiva dal cuore; e quando mi vedeva più preoccupata del solito per qualcuno di quei corpi minati moltiplicava i suoi sforzi per aiutarli, incoraggiarli, tradurre loro qualunque cosa io dicessi, precedendomi nel servirli perché io non mi stancassi troppo. Mohamed oggi è in Dio. Non posso non esserne felice.
Giobbe è “nostro” ma anche “loro” (25/11/79)
La tragedia è che l’Islam non insegna il comandamento dell’amore e dire che questi musulmani sono splendidi nella loro potenza di adorazione, pregano continuamente, piegano le ginocchia e la testa nel nome di Dio, hanno le lodi a Dio continuamente sulla loro bocca, la certezza incrollabile nel cuore e nello spirito che tutto avviene per volontà di Dio e che tutto va bene, va sempre tutto bene perché Lui sa ed è solo Lui che guida uomini ed eventi… dunque tutto è Grazia! Proprio come noi… Giobbe potrebbe essere “loro” nella stessa misura in cui è sicuramente nostro. Tutti i suoi beni sono distrutti, le sue ricchezze depredate, tutti i suoi dipendenti e i suoi servi uccisi, i suoi figli e le sue figlie morti sepolti sotto le macerie della loro casa… “Allora Giobbe si alzò e si stracciò la veste, si rase il capo, cadde a terra e adorò, e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”.
Il canto del Muezzin (14/12/79)
Carissima mamma, è mattino presto. Fuori c’è un cielo incantato di stelle e un filo argentato di luna che fa tremare il cuore in petto. Era tutto quieto. Ma adesso un uomo si è messo a cantare, chiama gli altri alla preghiera, altissimo il tono della voce, ma pacato, vasto e lento il suo cantilenare: nel nome di Dio onnipotente e misericordioso, alzatevi o fratelli, è tempo di lodare Dio. Non indugiate, alzatevi, Dio chiama… è ogni volta un’emozione intensa, ogni giorno come un’esperienza nuova, bellissima, toccante, liberante, purificante… e mentre prego perché questa fede così divinamente rocciosa possa un giorno essere illuminata e penetrata dal sole di Gesù Cristo, prego anche intensamente perché questa fede sia conservata a questo popolo.

domenica 28 gennaio 2018

Meeting Poors at their Home


Volunteers of Wajir Grannies Centre - DCCG (John, Patrick, Habiba) have remained the only representatives of the Catholic community to visit families in the villages. Once this activity was a practice for the Rehabilitation Centre, which carried out community based rehabilitation for children who could not go to the Centre. Today this does not happen anymore. "Reasons for security" is reported to me by the Camillian sisters. Honestly, I can not blame them.
I accompanied the volunteers to visit the elders registered in the centre (over two hundred) in the villages of Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. I understood in person the importance of going to meet the poor at their home. It was essential that I’ve been introduced by the DCCG team. Very few whites are seen in town (in the week I've been there I've never met one) and in the villages nobody ever. I was the first white child that many children met in their life. Somali culture is very diffident and closed towards foreigners: the company of the volunteers of the centre has instead generated joy and welcome and wide-open smiles everywhere. This is the legacy of Sister Teresanna's thirty years of service to the aged. Taking pictures was not a problem and even the access inside the “tucul“ (the small dome-shaped huts of the Somalis) was allowed friendly. I also seated and I was offered Somali tea filled with goat's milk. All this in other circumstances would have been difficult for a foreigner and even impossible for a white man.
The volunteers of the DCCG Centre are the ambassadors of the Christian community in the villages. The Charity that they practice constantly allows all Catholics to be accepted and to live in peace in Wajir.
Many grannies registered at the Centre are unable to walk. It is therefore important to meet relatives or those who come to collect the medicines, foods and other basic necessities that are distributed.
Entering the small enclosures built with low thorny bushes planted on the sand allows us to understand how the grannies family is composed. In general, only women and children are encountered, since men, when they exist, are generally looking for a job or in the bush with dromedaries and zebu. I have found that there is never more than one salary (often occasional) every ten to fifteen people.
The interior of the huts is very poor. Two or three beds are laid out on the sand, often without a mattress. Some objects hang from the branches that make up the supporting skeleton. There are no ornaments - besides there are no furniture - nor decorative objects. The heat is more or less suffocating depending on the roof material of the hut: acceptable if covered with straw mats, unbearable if in plastic sheets or even pieces of sheet metal.
During the visits we met some success stories occurred in the many attempts to offer opportunities to generate income for grannies. Some goats distributed have become small herds, simple business tables transformed into real shops.
Meeting families is also an opportunity to verify a disheartening fact: many children do not attend school. Indeed, it seems that the choice whether to go to school or not is entrusted to the children themselves. A decisive intervention in this sense should be a future development of the Centre's activities.
During the visits to the villages, the aged became the pretext to get to know many aspects of culture, families and Somali society. Looking for grannies you end up meeting two equally vulnerable categories such as children and women. Together they are engaged in the daily struggle for survival and our goal is to help them find dignity and humanity even in such difficult lives.

Incontrando i Poveri a Casa loro

I volontari del Centro per Anziani di Wajir – DCCG (John, Patrick, Habiba) sono rimasti gli unici rappresentanti della comunità cattolica a visitare le famiglie nei villaggi. Un tempo questa attività era una prassi per il Centro di Riabilitazione, che svolgeva riabilitazione su base comunitaria a favore dei bambini che non potevano recarsi al Centro. Oggi ciò non avviene più. “Motivi di sicurezza” mi viene riferito dalle suore camilliane. In tutta sincerità non riesco a biasimarle.
Ho accompagnato i volontari nella visita degli anziani registrati al centro (oltre duecento) nei villaggi di Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. Ho compreso di persona l’importanza di andare a incontrare i poveri a casa loro. È stato fondamentale che io mi presentassi insieme all’equipe del DCCG. Si vedono pochissimi bianchi in città (nella settimana in cui ci sono stato non ne ho mai incontrato uno) e nei villaggi mai nessuno. Ero il primo bianco che molti bambini incontravano in vita loro. La cultura somala è molto diffidente e chiusa nei confronti degli stranieri: la compagnia dei volontari del centro invece ha generato gioia ed accoglienza e spalancato ovunque enormi sorrisi. Questa è l’eredità dei trent’anni di servizio agli anziani di Suor Teresanna. Scattare foto non è stato un problema e anche l’accesso all’interno dei tucul (le piccole capanna a forma di cupola dei somali) veniva permesso di buon grado. In diverse circostanze sono stato fatto sedere e mi è stato offerto del tè somalo allungato con latte di capra. Tutto questo in altre circostanze sarebbe stato difficile per uno straniero e addirittura impossibile per un bianco.
I volontari del Centro DCCG sono gli ambasciatori della comunità cristiana nei villaggi. La Carità che praticano costantemente permette a tutti i cattolici di venire accettati e di vivere in pace a Wajir.
Molti anziani registrati al Centro non sono in grado di camminare. È quindi importante incontrare i parenti o i conoscenti che vengono in loro vece a ritirare i medicinali, gli alimenti e gli altri generi di prima necessità che vengono distribuiti.

Entrare nei piccoli recinti costruiti con bassi cespugli spinosi piantati sulla sabbia permette di capire come è composta la famiglia di cui gli anziani beneficiari fanno parte. In genere si incontrano solo donne e bambini, dal momento che gli uomini, quando esistono, sono generalmente in giro alla ricerca di un’occupazione o nel bush con i dromedari e gli zebù. Ho potuto constatare che non è mai disponibile più di uno stipendio (spesso saltuario in realtà) ogni dieci-quindici persone. 
L’interno delle capanne è poverissimo. Sono disposti sulla sabbia due o tre letti, spesso senza materasso. Alcuni oggetti sono appesi ai rami che costituiscono lo scheletro di sostegno. Non esistono soprammobili – del resto non ci sono mobili - né oggetti decorativi. Il caldo è più o meno soffocante a seconda della copertura della capanna: accettabile se coperta con stuoie di paglia, insopportabile se in teli in plastica o addirittura pezzi di lamiera.
Nel corso delle visite abbiamo incontrato alcune storie di successo occorse nei molti tentativi
di offrire opportunità di generare reddito. Alcune capre distribuite sono divenute piccole greggi, semplici tavolini per la vendita di prodotti di uso comune trasformati in veri e propri negozi. 
L’incontro dei nuclei famigliari è l’occasione anche per verificare un dato sconfortante: tantissimi bambini non frequentano la scuola. Sembra anzi che la scelta se andare a scuola o meno sia affidata ai bambini stessi. Un deciso intervento in questo senso dovrebbe essere un futuro sviluppo delle attività del Centro.
L’anziano, nel corso delle visite nei villaggi, è divenuto il pretesto per conoscere tanti aspetti della cultura, delle famiglie, della società somala. Cercando gli anziani si finisce per incontrare due categorie altrettanto vulnerabili come i bambini e le donne. Insieme sono impegnati nella lotta quotidiana per la sopravvivenza ed il nostro obbiettivo è di aiutarli a trovare la dignità e l’umanità anche in esistenze così difficili.
ML

venerdì 26 gennaio 2018

L'Eremo nel Deserto (Ho pregato con un'aquila)

“Vieni nel deserto, Io parlerò al tuo cuore” (Osea [2,16])

“Dio creò il deserto perché gli uomini potessero conoscere la loro anima (proverbio Tuareg)


L’avevo promesso a me stesso: la prossima volta che fossi venuto a Wajir mi sarei concesso un periodo di deserto all’interno dell’eremo che Annalena (lei lo chiamava “eremitaggio”) aveva costruito. Eccomi qua, sulla cima della torre. Il clima è fantastico, imprevedibilmente arieggiato e piacevole, lontano dal riverbero della sabbia incandescente. C’è silenzio, sento solamente i suoni della natura fino a quando i muezzin decidono che è giunta l’ora di richiamare i fedeli alla preghiera. All’esterno delle mura dell’enorme terreno assegnato al Rehab è sorta una città. All’interno c’è


qualche piccolo edificio ma il paesaggio è lo stesso bush selvaggio che vedeva Annalena 43 anni fa, quando costruì l’eremitaggio. Sono sbalordito dalla quantità di uccelli che mi circondano: storni blu, buceri, turachi, colombi, tessitori, ibis, marabù. L’incontro più incredibile è però un nibbio dal becco giallo che mi rimane accanto, appollaiato sulla cima dell’acacia del cortile dell’eremitaggio, per quasi un’ora. Rimane immobile ma attentaofino al momento in cui decolla planando sotto di me. Mi sento un privilegiato e sento il cuore galleggiare. Ho portato con me la raccolta delle lettere di Annalena (Lettere dal Kenya – 1969-1985). Rileggo le parti che riguardano l’eremitaggio, ed ora assumono un significato ed un valore che mi sovrasta e mi commuove…


13 aprile 1970
In Africa o si è contemplativi o si fallisce tutto e chi ci rimette sono sempre loro: i poveri. Qui non c’è nessuno o quasi nessuno in grado o disposto a darti quell’ossigeno spirituale senza il quale
l’anima è in continuo pericolo di asfissia. Per questo costruiremo presto il nostro eremitaggio per la nostra giornata di “deserto” settimanale, per quello più lungo annuale e per offrire silenzio, solitudine, pace a tutti quelli che vorranno venirci, i bianchi naturalmente, perché sono loro ad averne bisogno.

8 febbraio 1975
Naturalmente nell’eremitaggio non metteremo mai né luce né acqua. L’acqua l’attingeremo a mano dal pozzo e la luce dal fondo dell’anima… poi ho comprato del ferro di scarto, meglio del ferro vecchio per farne una specie di pioli incassati in un angolo del muro della cappella per salire fino alla cima della torre. Forse non vi ho ancora spiegato che la cappella dell’eremitaggio l’ho ideata come una torre tutta vuota dentro fino al tetto. Alla sommità intendo lasciare solo quattro colonnine agli angoli e il resto tutto aperto per permettere di spaziare liberamente sull’orizzonte, per cui ho ideato una specie di scaletta incassata nel muro per salire fino in cima alla torre.

10 febbraio 1975
Il pozzo tende verso il centro, gli alberelli vagheggianti, è un sogno un balsamo per il cuore andare
laggiù anche quando il sole è implacabile. Prendimi alla lettera… uno starebbe sempre là. Già il cuore sperimenta una pace, una dolcezza, una serenità insondabili. E’ una condizione di riposo dell’anima, un allentamento dolce, senza scosse, di tensioni radicate nel profondo, uno stato di fiducia senza tremiti, senza bui, senza debolezze, proprio come un bimbo sul seno della sua mamma.

14 ottobre 1975
La gioia di poter dare a un altro, a un pellegrino dell’Assoluto come noi, a tanti e poi tanti che verranno alla ricerca di silenzio, assetati di Dio… la gioia di poter dare, dicevo, di poter offrire il nostro eremitaggio unico al mondo, è talmente “divina” che sarei pronta a costruirne un altro per noi pur di poter costantemente offrire il nostro a chiunque volesse venirci a fare un’esperienza di “deserto”.

5 novembre 1982
Stesa sulla stuoia in cappella nel vuoto alto e austero della torre, contemplavo le meraviglie di Dio… non è possibile che esista un altro luogo al mondo come il nostro eremitaggio. Come ho potuto pensarlo così profondamente mistico, sobrio, austero, gli alberi di spine verdissimi pieni di uccelli da favola, il pozzo della samaritana, l’acqua della vita, il cielo da ogni lato, il muro altissimo che esclude e spalanca su orizzonti infiniti…


23 dicembre 1983
Mi sono persa nell’ascolto del vento, dei canti degli uccelli, delle imposte che sbattono leggermente… mi sono persa nell’incanto delle rose del deserto che mi sorridono brillanti qui appena fuori dalla porta, dalle finestrelle ricamate, di queste mura rosa che sanno di pace e di antico. Tutto amo qui: gli alberi di spine, il pozzo rotondo col ferro ritorto e la carrucola e le parole scritte tanti anni fa e ormai sbiadite: “la mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?”. La torre cava e quei pioli conficcati nel muro con quella salita un po' ardua a significare che non si entra se non per la porta stretta, non si cammina verso Dio, ma ci si inerpica e il respiro deve farsi faticoso e il cuore deve tremare perché Lui è santo e poi perché l’attesa di ogni incontro d’amore fa tremare il cuore.

lunedì 18 settembre 2017

Le statue e la corrente

Una volta all’anno, alla fine del monsone, gli indù del Bengala commemorano la vittoria della dea  Durga sul demone del Male. Dopo il trionfo la dea divenne per tutto il mondo Kalì la nera, la divinità trionfatrice sul male. Al termine delle grandi piogge gli otto milioni di indù di Calcutta, capitale del Bengala indiano, commemorano questi eventi mitici con “una festa di quattro giorni e quattro notti il cui splendore e fervore sono probabilmente senza eguali nel resto della terra”. È la ricorrenza del Durga Puja.
I preparativi della festa durano un anno intero e coinvolgono centinaia di artigiani e artisti impegnati nella costruzione e decorazione di incredibili statue raffiguranti la dea Durga. Non esiste limite alla precisione della manifattura, alla bellezza degli ornamenti, al lusso degli abiti con cui vengono vestite le statue.
Il primo giorno della festa le statue vengono disposte sotto tendoni chiamati pandala che ogni quartiere, famiglia o associazione ha provveduto ad erigere ed abbellire affinché siano degni di ospitare una dea.

domenica 3 settembre 2017

Lui è Prince


Lui è Prince, ha 3 anni e una sorella gemella che si chiama Princess.
Ogni mattina si svegliano e assieme vanno all'asilo. Giocano, corrono, ridono. Si divertono anche a disegnare: non hanno fogli e pennarelli ma usano la sabbia e le dita. Il cane con tre zampe di Prince era comunque meglio della mia casetta con il sole.
A metà mattina fanno merenda con una specie di polenta liquida zuccherata. Una volta Prince vide sua sorella piangere e le diede metà della sua misera tazza di polenta.
Princess adorava ballare. Si buttava sempre in mezzo alla pista e, anche quando la musica si fermava, continuava a scatenarsi come John Travolta in Pulp Fiction.
Prince adorava correre. Non gli piaceva giocare con gli altri bambini, lui si allontanava dalle persone e correva via. Correva e rideva. Non sapeva dove andava e tanto meno gli importava. L'importante era correre... e sorrideva perché io correvo dietro di lui, con lui. Ci siamo divertiti molto insieme.

Pensavo di andare in Africa per dare una mano e invece l'Africa ha dato una mano a me.

Asante, Prince

ROBERTO N.