lunedì 14 febbraio 2011

Messe Africane

Quando in Zambia partecipai alla mia prima messa africana non ero assolutamente preparato a ciò cui stavo per assistere. Era una domenica del luglio 1998 ed il luogo in cui si sarebbe svolta la mia prima celebrazione domenicale fu un compound (la baraccopoli zambiana) di Ndola. A parte la lunghezza della funzione, che da noi sarebbe stata eccessiva anche per il Natale o la Pasqua, ricordo nitidamente due sensazioni che sono stampate a fuoco nella mia memoria. La prima è lo sbalordimento per la folla che si mise in fila al momento dell’offertorio. Ci trovavamo senza dubbio in uno dei luoghi più poveri della Terra eppure anche le persone che sostavano all’esterno della Chiesa entrarono per donare qualche soldo. La seconda sensazione è la vergogna di non essere stato fisicamente in grado di reggere il ritmo della funzione. Il pavimento era in cemento grezzo e le panche altrettanto, eppure l’assemblea rimaneva inginocchiata su queste superfici spigolose per una lasso di tempo che equivaleva ad un supplizio insopportabile per le mie ginocchia. Danza, in piedi, in ginocchio, danza, in ginocchio, in piedi… ad un certo punto ho mollato e sconfitto mi sono seduto a riflettere sulla debolezza del mio fisico viziato da agi, cibi e igiene.
l secondo impatto con la messa africana e arrivato molti anni dopo a Wajir, nel nord-est del Kenya. Qui partecipare alla messa è un vero e proprio atto di eroismo. L’esterno del muro di cinta della parrocchia è butterato di colpi di artiglieria ed il Cristo in croce che sovrasta l’altare è privo di braccia, spezzate nel corso di un’ondata di fanatismo anticristiano. A Wajir il 99% della popolazione è di etnia somala dunque di religione musulmana e gli unici cattolici presenti sono i kenyani “immigrati” al nord che lavorano negli uffici pubblici, nella polizia e nell’esercito. La regione è tutt’altro che stabile, e saltuariamente durante la celebrazione musulmana del venerdì qualche mullah esaltato incita i fedeli ad invitare i cristiani rimasti ad andarsene. Tutto questo contesto però rimane fuori dalla Chiesa, e l’allegria della messa, i canti e i balli non sono meno festosi di qualunque altra parte del Kenya.

In Tanzania ho preso parte a numerose messe, addirittura a diversi matrimoni (tra cui il mio). Non è descrivibile il clima di festa che accompagna la domenica. Nel mondo occidentale abbiamo dimenticato il significato della domenica e del perché non si lavora e non si va a scuola.

Voglio invece raccontare, anche in questo caso, due emozioni che ho rubato alle messe tanzaniane e che mi fanno ancora sorridere mentre le descrivo.

Le messe venivano sempre celebrate dai catechisti dal momento che la parrocchia era molto grande, i villaggi numerosi e l’unico prete era quindi costretto a celebrare messa a rotazione nelle varie comunità. Il giovedì mattina padre Moises, grazie ad una convergenza di impegni, riusciva comunque all’alba a celebrare messa a Bomalang’ombe. Quando iniziava la messa era ancora buio, e nei mesi invernali sugli altipiani della Tanzania può fare veramente freddo. Eppure nella notte molte persone, in particolare donne giovani ed anziane vestite di pochi stracci, venivano a ricevere l’Eucarestia nonostante l’ora ed il freddo. Durante la messa erano più numerosi gli sternuti e i colpi di tosse che le parole, eppure vedevo in quelle occasioni delle prove di Fede cui molti, anche in Vaticano, dovrebbero assistere.

Tutti i pomeriggi, al termine del lavoro, mi recavo a tirare due calci al pallone nel campo adiacente la chiesa. Si giocava fino al calar del sole e a volte anche oltre. Le nostre partite di calcio erano allietate dai canti che il coro quotidianamente provava, e a bordo campo un catechista insegnava ai bambini i passi dei balli da eseguire nel corso della messa. Confesso che a volte, durante il crepuscolo correndo dietro ad un pallone ed ascoltando le musiche celestiali che provenivano dalla chiesa, mi sembrava di giocare in Paradiso.

M.L.

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