lunedì 13 luglio 2020

Life is a Circle

Quando ero al liceo la professoressa di italiano ci mostrò un film che mi colpì molto, tanto da diventare poi uno dei miei film preferiti. Il film, prodotto e in gran parte girato in Macedonia, si intitola "Prima della Pioggia" e vinse il leone d'oro a Venezia nel 1994. Gli eventi che compongono il film sono suddivisi in tre capitoli che si svolgono tra Londra ed i Balcani. Il film ha toni drammatici e racconta vicende legate al conflitto etnico che ha incendiato la ex-Jugoslavia negli anni novanta. Ciò che colpisce lo spettatore attento è che all'interno di ogni episodio sono contenuti dettagli o avvenimenti che precedono e allo stesso tempo succedono gli altri episodi. In questo modo è impossibile costruire una successione lineare degli eventi. Il regista inserisce ad un certo punto del film un "aiuto" rivolto allo spettatore disorientato. È un graffito su un muro che riporta questa scritta: "life is a circle". In effetti i tre episodi sono legati fra loro secondo uno schema circolare e non lineare. Ogni episodio è successivo e precedente agli altri.
Penso spesso a quel film. Alle tragiche vicende raccontate, che in qualche modo ho vissuto durante il servizio in Kosovo, ma soprattutto al messaggio subliminale del regista: "life is a circle".
Tante volte nella vita mi è capitato di ritrovarmi in situazioni già vissute, interpretando un ruolo diverso. Di incontrare persone per le quali si è stati solo comparse nel passato, e di ritrovarsi improvvisamente protagonista della loro vita. Di abbandonare un luogo perché vissuto come opprimente, e poi sceglierlo per affondare le proprie radici.
Porto al collo da qualche anno la sezione di una conchiglia. Il disegno che porta mi ha sempre affascinato. Sembra una spirale, oppure un cerchio che si sviluppa dentro se stesso, all'infinito.
Qualcuno mi ha chiesto cosa significasse e perché fosse importante per me. Ora l'ho capito: "life is a circle".
M. L.

martedì 16 giugno 2020

Lo Spirito dell'Albero

Un tempo l’uomo comunicava con gli alberi e da quel dialogo tutta la vita sulla Terra traeva beneficio.
La tradizione mistica ebraica della Cabala rappresenta il ponte tra il paradiso e la Terra con un albero rovesciato. Tra le festività ebraiche esiste il Capodanno degli alberi. Uno dei fondamenti dello Stato di Israele è il piantare alberi.
Gli antichi testi indù (Upanishad) spingono alla venerazione del baniano (Ficus bengalensis) che, con le radici in cielo e la chioma sulla terra, è la manifestazione di Brahma nell’universo.
Al centro della religione zoroastriana ci sono due alberi: l’albero della vita, i cui frutti donano la vita eterna a chi se ne cibi, e l’albero taumaturgico, che dona guarigione e benessere.
Gli antichi egizi credevano che un grande sicomoro mettesse in contatto i mondi della vita e della morte, e che un grande albero formasse un arco sopra la Terra contenendo tutto il cielo.
Nella mitologia scandinava, il frassino Yggdrasil affonda le proprie radici sottoterra e i suoi rami sostengono la casa degli dei.
Gli antichi greci dedicavano l’alloro, l’ulivo, il mirto, l’edera ad Apollo, il cipresso ad Ade, la quercia a Zeus. Nella tradizione greca il ramo di ulivo è associato alla pace, la corona di alloro alla vittoria sportiva. L’accademia di Platone era situata in un bosco dedicato ad Atena, la dea della saggezza.
I romani associavano il mirto a Venere e Nettuno.
Le tribù germaniche veneravano la quercia e l’abete rosso.
Le tradizioni celtiche precristiane onoravano le foreste sacre.
La civiltà maya venerava il ceiba, chiamato yaxché, che consideravano l’albero della vita e il sostegno del cielo.

Gli shintoisti credono che la cura dei bonsai generi una disposizione d’animo religiosa.
Gli shona dello Zimbabwe ritengono che gli spiriti ancestrali vivano nel prugno mobola.
Gli yoruba dell’Africa occidentale attribuiscono all’iroko, al cotone, al sandalo ed al baobab la dimora di altrettante divinità.
Tra i kikuyu del Kenya, il passaggio allo stato di anziano, di custode della saggezza e protettore dello stile di vita della comunità, viene sancito in un rito attraverso la consegna di un ramo dell’albero di mugumu.
I tuareg dell’Africa settentrionale credono che la Maerua crassifolia sia la dimora degli spiriti.
Nel Corano gli alberi sono citati come un dono di Dio, così come tutta la Natura è espressione di Allah.
Il vecchio ed il nuovo testamento sono pieni di riferimenti agli alberi: un rametto di ulivo portato da una colomba è il simbolo della pace tra Dio e Noè. Giosuè onorava Jahvè sotto una quercia, Abramo piantò le tende all’interno di un bosco sacro a Sichem, Ebron e Bersabea per essere più vicino a Dio. Il profeta Ezechiele immagina Dio come una pianta che produce acqua dalle sue radici, Geremia ed Osea paragonano Israele ad un albero. Le foglie di palma vengono stese sul cammino di Gesù quando entra a Gerusalemme. Il cipresso, il mirto e l’ulivo simboleggiano alcuni aspetti della Vergine Maria. Gesù si ritira a pregare, la notte prima dell’arresto, tra gli ulivi del Getsemani. Nella Bibbia sono citate ben 21 specie di alberi.
Difficile comunicare con qualcuno che non si conosce: nella lingua degli indios waiwai dell’Amazzonia la parola “albero” non esiste perché essi chiamano ogni albero con il suo nome.
Le colonne dei templi greci, egiziani, romani e delle chiese cristiane, rappresentano i fusti degli alberi, e lo spazio all’interno del colonnato una fresca radura nella foresta.
I buddisti credono che Buddha sia nato sotto un sal (Shorea robusta), abbia sperimentato la prima volta lo stato di meditazione profonda sotto una melarosa, abbia ricevuto l’illuminazione sotto un baniano.
Questa convergenza tra così tante religioni e culture nell’attribuire un valore mistico agli alberi dimostra quanto sia innato e radicato il legame tra lo spirito dell’uomo e quello dell’albero. Inconsapevolmente l’uomo sa che dalla salute degli alberi e della natura dipende la propria. L’uomo moderno semplicemente ha dimenticato questo legame. Scrive Sebastiao Salgado “a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione siamo diventati animali molto complicati e diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi”. Quello che l’uomo dovrebbe fare per salvare sé stesso è ripristinare la connessione perduta. Poi il resto arriverà da sé, naturalmente.
Ho tratto alcune parti del testo dal libro “La Religione della Terra”, scritto dal premio nobel per la pace Wangari Maathai. La foto è stata scattata da Araquem Alcantara e ritrae un albero di Ceiba nell’Amazzonia brasiliana.

ML

Umiltà e Responsabilità

La nostra specie dovrebbe usare maggiore umiltà e prudenza nel trattare le malattie. Verbi come “vinceremo” o “sconfiggeremo” sono del tutto fuori luogo. Nel corso della storia infatti siamo stati capaci di debellare solo due malattie, il vaiolo e la peste bovina. Tutte le altre, incluse quelle per le quali esistono vaccini, sono ancora in giro per il mondo.
I governi dovrebbero imparare a comportarsi in maniera coordinata e condivisa. E’ ormai sotto gli occhi di tutti che siamo sulla stessa barca, e che ciò che accade là ha degli effetti anche qua, e viceversa. A chi di noi fosse tentato di rivolgere la propria rabbia repressa nei confronti della Cina (la quale non è certamente immune da colpe), racconto poi un piccolo aneddoto legato alla peste bovina che vede proprio noi italiani protagonisti del disastro.
Il virus della peste bovina venne introdotto nel 1887 in Africa da coloni italiani, i quali importarono animali infetti in Eritrea. Fu come gettare un cerino acceso in un pagliaio. La malattia si diffuse in Africa orientale e australe, provocando nel 1890 un’epidemia devastante tra gli animali domestici e selvatici. Il virus sterminò più di 5,2 milioni di bovini a sud del Zambesi. Fece strage tra pecore e capre, e decimò le popolazioni selvatiche di bufali, giraffe e gnu. La carestia che ne seguì causò la morte di un terzo della popolazione umana in Etiopia e di due terzi dei Maasai in Tanzania.
Per quegli eventi nessuno prese mai in considerazione alcun risarcimento né scuse, quindi tranquilli, siamo a posto così.

ML

Una Storia con una Morale

Quando iniziò la conquista del West, a metà del XVIII secolo, circa trenta milioni di bisonti pascolavano nelle praterie dell'ovest. Le mandrie di bisonti divennero facili prede dei coloni e dei cacciatori bianchi, che asportavano le pellicce destinandole ai mercati dell'est. Le carcasse venivano lasciate a decomporsi al suolo e all'appetito degli animali spazzini. Con l'avvento della ferrovia la caccia al bisonte divenne un'attrazione turistica, tanto che i passeggeri potevano colpire gli animali sparando dal treno. Lo sterminio proseguì ed accelero' grazie all'esercito, che si impegnò nella mattanza di bisonti allo scopo di fiaccare la resistenza indiana, privando i nativi della loro prima risorsa alimentare. "Un bufalo morto è un indiano in meno" solevano ripetere gli ufficiali. È accertato che nel solo biennio 1872-1873 ne vennero uccisi tre milioni. Alla fine del XIX secolo non restavano che poche centinaia di bisonti in libertà.
Ironia della sorte, nel 2016 il bisonte è stato elevato a simbolo della nazione a stelle e strisce.
Nella foto, scattata nel 1870, una pila di teschi di bisonte, pronti ad essere trattati per la trasformazione in colla e fertilizzante.
Se questa storia vi ha fatto inorridire, avete pensato che non avreste mai partecipato ad un tale massacro e che magari avreste fatto di tutto per fermarlo, vi informo che oggi stiamo ripetendo le stesse azioni. Su scala globale però e nei confronti di un numero drammaticamente superiore di specie animali e popoli indigeni. Chi sono i mostri peggiori, gli americani del XIX secolo oppure noi? È molto facile giudicare la storia. È molto più difficile cambiarla in corsa.
ML