Si è investiti immediatamente
dai problemi della gente di Wajir , non è necessario un tempo lungo
per comprenderli. Da anni non piove in maniera significativa,
l'acqua è una risorsa scarsa e quindi molto preziosa. Trovare il
cibo con cui sfamarsi, per la maggioranza somala della popolazione, è
una lotta quotidiana che non sempre viene vinta. Non c'è lavoro e
quindi fonti di reddito. "Ninasukuma maisha" - racconta
Bilai "trascino la vita come posso". L'istruzione è la
strada più efficace per cambiare il corso della vita di sé e della
propria famiglia. Purtroppo il circolo vizioso della povertà la
rende inaccessibile per molti, troppi. Coloro che riescono a trovare
i soldi per frequentare la scuola sono costretti a sedersi sulla
sabbia fissando una lavagna appoggiata ad un albero, perché le
scuole hanno un tragico problema di infrastrutture. L'istruzione
pubblica è scarsa, quella privata è molto costosa. Un enorme numero
di diversamente abili cerca un posto nella società. Questa parte
incredibilmente grande della popolazione è alimentata dalla
malnutrizione delle madri, dalle mutilazioni genitali femminili,
dalla consanguineità.
Gli anziani non
autosufficienti sono una zavorra della quale le famiglie faticano a
farsi carico; per questo molti sono abbandonati a sé stessi, soli a
fare i conti con la propria fame e sete.
La vastità di questi problemi
è schiacciante e una disperata impotenza si impadronisce di noi, al
nostro arrivo. Eppure una piccola luce di speranza viaggia con noi
grazie alla diocesi di Forli-Bertinoro, alle persone e
alle associazioni che formano il Coordinamento Diocesano per Wajir e
che rappresentiamo in questo viaggio. Il coordinamento è ispirato
dalle opere sante di Annalena e guidato dalla memoria di Don Mino.
Sono trascorsi tre anni dall'ultima visita a Wajir e i frutti di ciò
che è stato realizzato attenuano il senso di impotenza e ci spingono
a continuare la nostra testimonianza di fraternità. I pozzi scavati
donano acqua a tante famiglie, che ringraziano commosse per il dono
ricevuto. Le aule della scuola primaria e dell'asilo parrocchiale
ospitano tanti bambini che ora hanno l'opportunità di studiare in un
ambiente dignitoso. Il sostegno a distanza rivolto a decine di
ragazzi che vivono nel bisogno è la speranza per le loro famiglie,
ma soprattutto è l'orgoglio di genitori che vedono davanti ai loro
figli un futuro sicuro. L'assistenza portata dalle suore del centro
di riabilitazione e dalle scuole - primaria e secondaria - per sordi
rappresenta una fondamentale opportunità di emancipazione e crescita
personale per centinaia di bambini diversamente abili.
Il progetto di contrasto agli
effetti della siccità che ha portato alla distribuzione di venti
sistemi di irrigazione ci impressiona per i suoi risultati. Là dove
tutto è sabbia riarsa dal sole, compaiono appezzamenti verdi e
rigogliosi, dove gli agricoltori possono produrre cibo per le
famiglie e per il bestiame. Le distribuzioni di alimenti condotte nel
corso di questo lungo periodo di carestia hanno permesso di
sopravvivere a tanti indigenti, soprattutto anziani non
autosufficienti. La visita alle famiglie dei più poveri che i
volontari della parrocchia conducono rappresenta un momento
indispensabile di relazione e di incontro.
Abbiamo la sensazione che la
strada sia quella giusta. Si è formato un gruppo di lavoro in Italia
ed è nato un gruppo di lavoro a Wajir per amministrare e garantire
le opere che pensiamo insieme. I problemi sono schiaccianti ma
intendiamo camminare insieme a queste persone per alleviare le loro
sofferenze all'insegna del volto più luminoso della Carità
cristiana, quello che ci hanno mostrato Annalena e Don Mino.
Nel 2011, la Somalia ha vissuto una devastante carestia che ha ucciso
oltre un quarto di milione di persone, metà delle quali bambini di
età inferiore ai cinque anni. La comunità internazionale non è
riuscita ad agire in tempo, nonostante i ripetuti avvertimenti della
crisi imminente.
Poco più di un decennio dopo, i leader mondiali agiscono ancora una
volta tardi e in misura insufficiente per scongiurare la carestia
catastrofica che si è abbattuta in Africa orientale.
L'attuale crisi nel Corno d'Africa va avanti da più di due anni. La
siccità indotta dal repentino cambiamento climatico si è abbattuta
con una crescente intensità negli ultimi dieci anni.
Eppure, la regione è una delle meno responsabili della crisi
climatica, emettendo lo 0,1% delle emissioni globali di carbonio.
Quasi la metà del bestiame nell'Africa orientale è morta. Il numero
di persone che affrontano la fame estrema in Etiopia, Kenya e Somalia
è più che raddoppiato rispetto allo scorso anno, da oltre 10
milioni a oltre 23 milioni di oggi.
Questo lunghissimo periodo di siccità è stato interrotto solamente
da brevi precipitazioni di entità estrema, scatenando alluvioni che
hanno reso ancor più difficile la vita delle persone senza
permettere un utilizzo graduale e prolungato dell’acqua.
In Kenya la siccità ha causato un calo del 70% della produzione
agricola e 3,5 milioni di persone affrontano una fame acuta. Il
conflitto in Ucraina ha peggiorato ulteriormente la situazione,
portando i prezzi dei generi alimentari, già in aumento, al livello
più alto mai registrato, rendendo il cibo irraggiungibile per
milioni di persone.
Il coordinamento diocesano per Wajir mantiene i riflettori accesi su
ciò che accade in questa regione, rimanendo aggiornato in tempo
reale dalle realtà caritatevoli locali che sostiene da molto tempo.
Nella contea di Wajir, nell’estremo nord-est del paese al confine
con la Somalia, vivono quasi 800.000 persone, il 94% delle quali vive
in povertà estrema. Da alcune settimane riceviamo notizia di bambini
ricoverati negli ospedali in grave stato di malnutrizione. Molti di
loro purtroppo non ce l’hanno fatta. Il coordinamento diocesano
continua ad aiutare la popolazione di Wajir attraverso azioni a breve
e medio termine. Siamo impegnati a far fronte alle necessità
contingenti di tanti beneficiari che hanno necessità immediata di
cibo ed acqua. Attraverso azioni mirate all’incremento delle
produzioni agricole e della capacità di stoccaggio di acqua tentiamo
inoltre di aumentare la capacità di adattamento della popolazione
alla siccità, che è divenuta ormai una condizione costante nel
Corno d’Africa.
“Attenti
al Rinoceronte” è una carrellata di incontri con rappresentanti celebri e meno
noti dell’universo animale africano. L’autore ripercorre gli eventi più curiosi
avvenuti nel corso di vent’anni di viaggi in Madagascar, Tanzania, Kenya,
Zambia, Congo e Rwanda.
I
protagonisti sono gli animali più disparati: dalle piccole termiti ai
giganteschi elefanti, dalle megattere dei mari del Madagascar ai gorilla delle
foreste montane del Congo, dai timidi lemuri ad uno scontroso rinoceronte.
Ogni
episodio diventa il punto di partenza per raccontare gli aspetti meno
conosciuti ed affascinanti di queste creature: le loro abitudini, la loro
dieta, la loro società, il loro habitat.
La
riflessione poi si allarga alla posizione che gli animali occupano nel loro
contesto naturale ed alla seria minaccia che grava su tutti gli ecosistemi
trattati: mari, foreste, deserti e savane. La conservazione della varietà
vegetale e animale degli ambienti naturali è la grande sfida che dominerà
Questa
storia mi è stata raccontata dal vescovo di Garissa, mons. Joseph Alessandro.
Il
28 marzo 2013 Papa Francesco dice queste parole ai sacerdoti di Roma: «Questo
vi chiedo: di essere pastori con “l'odore delle pecore”, pastori in mezzo al
proprio gregge, e pescatori di uomini».
Maralal
è una cittadina situata nella parte settentrionale del Kenya e come tutta la
regione è abitata prevalentemente da comunità di pastori nomadi delle etnie Samburu,
Turkana, Rendille, Gabbra, Borana, ecc.
Il
vescovo di Maralal si chiama Virgilio Pante, e come segnale di vicinanza alla
sua gente si è fatto fabbricare la mitra da Lydia Letipila, una vecchia signora
samburu di Baragoi. La signora Lydia la compone con i tipici materiali Samburu:
pelle e perline.
Il
16 aprile 2015, durante la visita dei vescovi del Kenya a Roma, mons. Pante
offre la sua mitra a Papa Francesco e memore delle sue parole di due anni prima
gli dice: “ti offro la mia mitra, ti ho preso in parola ed è impregnata dell’odore
delle pecore”
Il
Papa, da buon intenditore, l’annusa ed esclama: "Questa non è pecora, ma
capra!".
Era
veramente pelle di capra.
"E'
vero - ha risposto mons. Pante - ma anche le capre sono parte del gregge".
Dal
25 al 27 novembre 2015 Papa Francesco visita il Kenya. Il 26 novembre celebra
la messa al campus di Nairobi. Durante la cerimonia Francesco cerca tra i
vescovi il mons. Pante e gli fa
Ho capito recentemente quanto sia importante
accompagnare persone alla scoperta dell’Africa. Frequentando con assiduità i
progetti (perché questo è ciò che faccio) ho finito per dare per scontati
tantissimi aspetti che invece mi avevano infiammato all’inizio. Inutile
negarlo: con il tempo si perde un po' di poesia e le emozioni si fanno più
sfumate. Sento l’esigenza di partire, di tornare, ma a volte fatico a ricordare
il perché.
Quando a viaggiare non sono solo è tutto diverso. È
come tornare indietro nel tempo. Riesco a rivivere tutto attraverso gli occhi,
le emozioni, gli interrogativi di chi è al mio fianco.
L’Africa ha due piani di lettura.
C’è la crosta, il piano superficiale, che contiene il
disagio, la povertà, i contrattempi, le malattie. È la
[I padri della Consolata di
Garissa] sono venuti per scelta, per mettersi a servizio di questa gente nomade
e poverissima, ma a servizio vero, per crescere con loro: istruzione, tentativo
di aiutarli a diventare uomini veri, con una loro dignità, una loro possibilità
di crescere da soli, di progredire, cosa, oggi, impossibile perché mancano i
leader preparati. Il progetto è stato calorosamente approvato quando i padri
hanno messo ben in chiaro che non solo non si farà proselitismo di alcun genere
ma che i ragazzi… saranno mandati alla scuola locale dove tra l’altro sarà loro
insegnato il Corano e, meraviglia di tutte le meraviglie, che l’orfanotrofio
sarà aperto al loro prete o insegnante di religione musulmano tutte le volte
che vorrà venire e sarà chiuso invece a qualunque prete o insegnante di
religione cattolica o cristiana che voglia andare a “evangelizzare”.
La Luna (28/10/72)
La Luna ha un profondo valore
simbolico nel mondo religioso musulmano e in quello di tutti i popoli del
deserto. Tutta la vita del musulmano si regola sulle fasi lunari: il tempo, gli
anni, i mesi, le settimane, il Ramadan (il mese di digiuno), le grandi feste
religiose, le cerimonie liturgiche… il nomade ama moltissimo la luna e dice che
è buona e bella. Come è vero, sempre più vero, che il conforto viene alla fine
sempre e solo dalla donna e non dall’uomo…
La moschea (11/06/73)
Da un po' di tempo abbiamo
cominciato anche la costruzione di una moschea; i ragazzi indubbiamente
purtroppo sono dei velleitari ma fin da quando sono venuta desideravano tanto
avere una moschea, di queste fatte così, di rami, ma belle però, eleganti e poi
invece praticamente chi fa la moschea sono io che procuro i pali, che procuro
l’aiuto nel lavoro, tutte le idee, il luogo in cui farla. Comunque già io pregusto il
giorno in cui la moschea sarà pronta… dentro metterò delle stuoie, spero che i
ragazzi possano pregare di più , pregano così poco; la gioventù si allontana
completamente dalla religione ma non perché ne ha trovata un’altra più valida
più forte più robusta, no purtroppo, la gioventù si allontana dalla religione
solo perché la sta perdendo, solo perché ai suoi valori religiosi sostituisce
altri valori, valori che ubriacano questi giovani, che fanno perdere loro la
testa e non sono valori perché sono il denaro, perché sono la popolarità, il
successo.
La sepoltura di Mohamed (7/12/78)
(Parlando della sepoltura di
Mohamed, guardiano ed aiutante ucciso nel corso di un tentativo di rapina al
compound di Annalena. Annalena è dispiaciuta perché il corpo non è stato
sepolto secondo la tradizione musulmana, avvolto in un lenzuolo bianco, ma ha ricevuto
un funerale cristiano con una bara)
Mohamed io lo volevo a Wajir.
Sognavo per lui un funerale degno del suo martirio, una tomba col muretto alto…
una tomba col suo nome, con un’iscrizione in arabico… nel nome di Dio
onnipotente e misericordioso… volevo un luogo a cui poter tornare… Dio ha
voluto diversamente. Volontà di dio. Sia fatta la volontà di Dio. Ed è Dio che
ha voluto che Mohamed fosse sepolto come qualunque buon cristiano di questo
mondo, lui che cristiano lo era diventato profondamente nello spirito, lui che
aveva imparato da me le leggi dell’amore, lui che serviva i malati come me e
meglio di me, e mai per mestiere, sempre perché gli scaturiva dal cuore; e
quando mi vedeva più preoccupata del solito per qualcuno di quei corpi minati
moltiplicava i suoi sforzi per aiutarli, incoraggiarli, tradurre loro qualunque
cosa io dicessi, precedendomi nel servirli perché io non mi stancassi troppo.
Mohamed oggi è in Dio. Non posso non esserne felice.
Giobbe è “nostro” ma anche “loro” (25/11/79)
La tragedia è che l’Islam non
insegna il comandamento dell’amore e dire che questi musulmani sono splendidi
nella loro potenza di adorazione, pregano continuamente, piegano le ginocchia e
la testa nel nome di Dio, hanno le lodi a Dio continuamente sulla loro bocca,
la certezza incrollabile nel cuore e nello spirito che tutto avviene per volontà
di Dio e che tutto va bene, va sempre tutto bene perché Lui sa ed è solo Lui
che guida uomini ed eventi… dunque tutto è Grazia! Proprio come noi… Giobbe
potrebbe essere “loro” nella stessa misura in cui è sicuramente nostro. Tutti i
suoi beni sono distrutti, le sue ricchezze depredate, tutti i suoi dipendenti e
i suoi servi uccisi, i suoi figli e le sue figlie morti sepolti sotto le
macerie della loro casa… “Allora Giobbe si alzò e si stracciò la veste, si rase
il capo, cadde a terra e adorò, e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo
vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore
così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il
bene, perché non dovremmo accettare il male?”.
Il canto del Muezzin (14/12/79)
Carissima mamma, è mattino
presto. Fuori c’è un cielo incantato di stelle e un filo argentato di luna che
fa tremare il cuore in petto. Era tutto quieto. Ma adesso un uomo si è messo a
cantare, chiama gli altri alla preghiera, altissimo il tono della voce, ma
pacato, vasto e lento il suo cantilenare: nel nome di Dio onnipotente e
misericordioso, alzatevi o fratelli, è tempo di lodare Dio. Non indugiate,
alzatevi, Dio chiama… è ogni volta un’emozione intensa, ogni giorno come un’esperienza
nuova, bellissima, toccante, liberante, purificante… e mentre prego perché questa
fede così divinamente rocciosa possa un giorno essere illuminata e penetrata
dal sole di Gesù Cristo, prego anche intensamente perché questa fede sia
conservata a questo popolo.
Volunteers of Wajir Grannies Centre - DCCG (John, Patrick, Habiba) have remained the only
representatives of the Catholic community to visit families in the villages. Once this activity was a practice for the
Rehabilitation Centre, which carried out community based rehabilitation for
children who could not go to the Centre. Today this does not happen
anymore. "Reasons for security" is reported to
me by the Camillian sisters. Honestly, I can not blame them. I accompanied the volunteers to visit the elders
registered in the centre (over two hundred) in the villages of Alimaow, Gutut,
Jogoo, Hodhan, Wagberi. I understood in person the importance of going
to meet the poor at their home. It was essential that I’ve been introduced by
the DCCG team. Very few whites are seen in town (in the week
I've been there I've never met one) and in the villages nobody ever. I was the first white child that many children
met in their life. Somali culture is very diffident and closed
towards foreigners: the company of the volunteers of the centre has instead
generated joy and welcome and wide-open smiles everywhere. This is the legacy of Sister Teresanna's thirty
years of service to the aged. Taking pictures was not a problem and even the
access inside the “tucul“ (the small dome-shaped huts of the Somalis) was
allowed friendly. I also seated and I was offered Somali tea filled
with goat's milk. All this in other circumstances would have been
difficult for a foreigner and even impossible for a white man. The volunteers of the DCCG Centre are the
ambassadors of the Christian community in the villages. The Charity that they practice constantly allows
all Catholics to be accepted and to live in peace in Wajir. Many grannies registered at the Centre are
unable to walk. It is therefore important to meet relatives or those
who come to collect the medicines, foods and other basic necessities that are
distributed. Entering the small enclosures built with low
thorny bushes planted on the sand allows us to understand how the grannies
family is composed. In general, only women and children are
encountered, since men, when they exist, are generally looking for a job or in
the bush with dromedaries and zebu. I have found that there is never more than one
salary (often occasional) every ten to fifteen people. The interior of the huts is very poor. Two or three beds are laid out on the sand,
often without a mattress. Some objects hang from the branches that make up
the supporting skeleton. There are no ornaments - besides there are no
furniture - nor decorative objects. The heat is more or less suffocating depending
on the roof material of the hut: acceptable if covered with straw mats,
unbearable if in plastic sheets or even pieces of sheet metal. During the visits we met some success stories
occurred in the many attempts to offer opportunities to generate income for
grannies. Some goats distributed have become small herds,
simple business tables transformed into real shops. Meeting families is also an opportunity to
verify a disheartening fact: many children do not attend school. Indeed, it seems that the choice whether to go
to school or not is entrusted to the children themselves. A decisive intervention in this sense should be
a future development of the Centre's activities. During the visits to the villages, the aged
became the pretext to get to know many aspects of culture, families and Somali
society. Looking for grannies you end up meeting two
equally vulnerable categories such as children and women. Together they are engaged in the daily struggle
for survival and our goal is to help them find dignity and humanity even in
such difficult lives.
I volontari
del Centro per Anziani di Wajir – DCCG (John, Patrick, Habiba) sono rimasti gli
unici rappresentanti della comunità cattolica a visitare le famiglie nei
villaggi. Un tempo questa attività era una prassi per il Centro di
Riabilitazione, che svolgeva riabilitazione su base comunitaria a favore dei
bambini che non potevano recarsi al Centro. Oggi ciò non avviene più. “Motivi
di sicurezza” mi viene riferito dalle suore camilliane. In tutta sincerità non
riesco a biasimarle.
Ho
accompagnato i volontari nella visita degli anziani registrati al centro (oltre
duecento) nei villaggi di Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. Ho compreso
di persona l’importanza di andare a incontrare i poveri a casa loro. È stato
fondamentale che io mi presentassi insieme all’equipe del DCCG. Si vedono
pochissimi bianchi in città (nella settimana in cui ci sono stato non ne ho mai
incontrato uno) e nei villaggi mai nessuno. Ero il primo bianco che molti
bambini incontravano in vita loro. La cultura somala è molto diffidente e
chiusa nei confronti degli stranieri: la compagnia dei volontari del centro
invece ha generato gioia ed accoglienza e spalancato ovunque enormi sorrisi.
Questa è l’eredità dei trent’anni di servizio agli anziani di Suor Teresanna.
Scattare foto non è stato un problema e anche l’accesso all’interno dei tucul
(le piccole capanna a forma di cupola dei somali) veniva permesso di buon
grado. In diverse circostanze sono stato fatto sedere e mi è stato offerto del
tè somalo allungato con latte di capra. Tutto questo in altre circostanze
sarebbe stato difficile per uno straniero e addirittura impossibile per un
bianco.
I volontari del
Centro DCCG sono gli ambasciatori della comunità cristiana nei villaggi. La
Carità che praticano costantemente permette a tutti i cattolici di venire
accettati e di vivere in pace a Wajir.
Molti anziani
registrati al Centro non sono in grado di camminare. È quindi importante
incontrare i parenti o i conoscenti che vengono in loro vece a ritirare i
medicinali, gli alimenti e gli altri generi di prima necessità che vengono
distribuiti.
Entrare nei
piccoli recinti costruiti con bassi cespugli spinosi piantati sulla sabbia
permette di capire come è composta la famiglia di cui gli anziani beneficiari
fanno parte. In genere si incontrano solo donne e bambini, dal momento che gli
uomini, quando esistono, sono generalmente in giro alla ricerca di
un’occupazione o nel bush con i dromedari e gli zebù. Ho potuto constatare che
non è mai disponibile più di uno stipendio (spesso saltuario in realtà) ogni
dieci-quindici persone.
L’interno
delle capanne è poverissimo. Sono disposti sulla sabbia due o tre letti, spesso
senza materasso. Alcuni oggetti sono appesi ai rami che costituiscono lo
scheletro di sostegno. Non esistono soprammobili – del resto non ci sono mobili
- né oggetti decorativi. Il caldo è più o meno soffocante a seconda della
copertura della capanna: accettabile se coperta con stuoie di paglia,
insopportabile se in teli in plastica o addirittura pezzi di lamiera.
Nel corso
delle visite abbiamo incontrato alcune storie di successo occorse nei molti
tentativi
di offrire opportunità di generare reddito. Alcune capre distribuite
sono divenute piccole greggi, semplici tavolini per la vendita di prodotti di
uso comune trasformati in veri e propri negozi.
L’incontro
dei nuclei famigliari è l’occasione anche per verificare un dato sconfortante:
tantissimi bambini non frequentano la scuola. Sembra anzi che la scelta se
andare a scuola o meno sia affidata ai bambini stessi. Un deciso intervento in
questo senso dovrebbe essere un futuro sviluppo delle attività del Centro.
L’anziano,
nel corso delle visite nei villaggi, è divenuto il pretesto per conoscere tanti
aspetti della cultura, delle famiglie, della società somala. Cercando gli
anziani si finisce per incontrare due categorie altrettanto vulnerabili come i
bambini e le donne. Insieme sono impegnati nella lotta quotidiana per la
sopravvivenza ed il nostro obbiettivo è di aiutarli a trovare la dignità e
l’umanità anche in esistenze così difficili. ML
“Vieni
nel deserto, Io parlerò al tuo cuore” (Osea [2,16])
“Dio creò il deserto perché gli uomini potessero conoscere la loro anima
(proverbio Tuareg)
L’avevo
promesso a me stesso: la prossima volta che fossi venuto a Wajir mi sarei
concesso un periodo di deserto all’interno dell’eremo che Annalena (lei lo
chiamava “eremitaggio”) aveva costruito. Eccomi qua, sulla cima della torre. Il
clima è fantastico, imprevedibilmente arieggiato e piacevole, lontano dal
riverbero della sabbia incandescente. C’è silenzio, sento solamente i suoni
della natura fino a quando i muezzin decidono che è giunta l’ora di richiamare
i fedeli alla preghiera. All’esterno delle mura dell’enorme terreno assegnato
al Rehab è sorta una città. All’interno c’è
qualche piccolo edificio ma il
paesaggio è lo stesso bush selvaggio che vedeva Annalena 43 anni fa, quando
costruì l’eremitaggio. Sono sbalordito dalla quantità di uccelli che mi
circondano: storni blu, buceri, turachi, colombi, tessitori, ibis, marabù. L’incontro
più incredibile è però un nibbio dal becco giallo che mi rimane accanto, appollaiato sulla cima
dell’acacia del cortile dell’eremitaggio, per quasi un’ora. Rimane immobile ma
attentaofino al momento in cui decolla planando sotto di me. Mi sento un
privilegiato e sento il cuore galleggiare. Ho portato con me la raccolta delle
lettere di Annalena (Lettere dal Kenya – 1969-1985). Rileggo le parti che
riguardano l’eremitaggio, ed ora assumono un significato ed un valore che mi
sovrasta e mi commuove…
13
aprile 1970
In
Africa o si è contemplativi o si fallisce tutto e chi ci rimette sono sempre
loro: i poveri. Qui non c’è nessuno o quasi nessuno in grado o disposto a darti
quell’ossigeno spirituale senza il quale
l’anima è in continuo pericolo di
asfissia. Per questo costruiremo presto il nostro eremitaggio per la nostra
giornata di “deserto” settimanale, per quello più lungo annuale e per offrire
silenzio, solitudine, pace a tutti quelli che vorranno venirci, i bianchi
naturalmente, perché sono loro ad averne bisogno.
8
febbraio 1975
Naturalmente
nell’eremitaggio non metteremo mai né luce né acqua. L’acqua l’attingeremo a
mano dal pozzo e la luce dal fondo dell’anima… poi ho comprato del ferro di
scarto, meglio del ferro vecchio per farne una specie di pioli incassati in un
angolo del muro della cappella per salire fino alla cima della torre. Forse non
vi ho ancora spiegato che la cappella dell’eremitaggio l’ho ideata come una
torre tutta vuota dentro fino al tetto. Alla sommità intendo lasciare solo
quattro colonnine agli angoli e il resto tutto aperto per permettere di
spaziare liberamente sull’orizzonte, per cui ho ideato una specie di scaletta
incassata nel muro per salire fino in cima alla torre.
10
febbraio 1975
Il
pozzo tende verso il centro, gli alberelli vagheggianti, è un sogno un balsamo
per il cuore andare
laggiù anche quando il sole è implacabile. Prendimi alla
lettera… uno starebbe sempre là. Già il cuore sperimenta una pace, una
dolcezza, una serenità insondabili. E’ una condizione di riposo dell’anima, un
allentamento dolce, senza scosse, di tensioni radicate nel profondo, uno stato
di fiducia senza tremiti, senza bui, senza debolezze, proprio come un bimbo sul
seno della sua mamma.
14
ottobre 1975
La
gioia di poter dare a un altro, a un pellegrino dell’Assoluto come noi, a tanti
e poi tanti che verranno alla ricerca di silenzio, assetati di Dio… la gioia di
poter dare, dicevo, di poter offrire il nostro eremitaggio unico al mondo, è
talmente “divina” che sarei pronta a costruirne un altro per noi pur di poter
costantemente offrire il nostro a chiunque volesse venirci a fare un’esperienza
di “deserto”.
5
novembre 1982
Stesa
sulla stuoia in cappella nel vuoto alto e austero della torre, contemplavo le
meraviglie di Dio… non è possibile che esista un altro luogo al mondo come il
nostro eremitaggio. Come ho potuto pensarlo così profondamente mistico, sobrio,
austero, gli alberi di spine verdissimi pieni di uccelli da favola, il pozzo
della samaritana, l’acqua della vita, il cielo da ogni lato, il muro altissimo
che esclude e spalanca su orizzonti infiniti…
23
dicembre 1983
Mi
sono persa nell’ascolto del vento, dei canti degli uccelli, delle imposte che
sbattono leggermente… mi sono persa nell’incanto delle rose del deserto che mi
sorridono brillanti qui appena fuori dalla porta, dalle finestrelle ricamate,
di queste mura rosa che sanno di pace e di antico. Tutto amo qui: gli alberi di
spine, il pozzo rotondo col ferro ritorto e la carrucola e le parole scritte
tanti anni fa e ormai sbiadite: “la mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente,
quando verrò e vedrò il volto di Dio?”. La torre cava e quei pioli conficcati
nel muro con quella salita un po' ardua a significare che non si entra se non
per la porta stretta, non si cammina verso Dio, ma ci si inerpica e il respiro
deve farsi faticoso e il cuore deve tremare perché Lui è santo e poi perché
l’attesa di ogni incontro d’amore fa tremare il cuore.
I recently met in Nairobi the team of Wajir Day Care Centre that is
voluntary running the
project since 2008. The meeting was held in the Kenyan
capital city because in Wajir (located few kilometers from Somalia borders)
is not guaranteed the minimum security standard. The purpose of the meeting was
to plan the intervention of distribution of food during the drought and famine
expected in the coming months. I could listen to the stories of John, Patrick
and Father Alfred about the current situation and the perspective doesn’t seem
encouraging. Kenya is continuously shaken by Al-Shabaab’s attacks and massacres.
Over the last six months there have been the massacre of students at the
University of Garissa (147 victims), the bloodshed of
Ho
recentemente incontrato a Nairobi i responsabili del centro per anziani di
Wajir che VolontariA sostiene dal 2008. L’incontro si è svolto nella capitale keniana
perché a Wajir
(situata a pochi chilometri dal confino con la Somalia) non sono
garantite le condizioni minime di sicurezza. Lo scopo dell’incontro era di
programmare l’intervento di distribuzione di generi alimentari durante il
periodo di siccità e carestia previsto nei prossimi mesi. Ho potuto ascoltare i
racconti di John, Patrick e Padre Alfred in merito alla situazione attuale e le
prospettive non sembrano per nulla incoraggianti. Il Kenya è continuamente
sconvolto da attentati e massacri da parte dei terroristi Al-Shabaab
provenienti dalla Somalia. Negli ultimi sei mesi sono avvenuti il massacro di
studenti all’università di Garissa (147morti), la strage di non-musulmani su un
autobus (28 morti) e
A dieci anni esatti dalla morte di Annalena l'UNHCR pubblica un nuovo video che ripercorre le tappe della sua vita attraverso filmati originali e interviste a persone che l'hanno incontrata nel corso della sua opera missionaria in Kenya e Somalia. Un video emozionante che ci racconta la storia di un gigante del nostro tempo, la cui importanza è riconosciuta con chiarezza in giro per il mondo ma che al contrario in Italia non ha (ancora) ricevuto il tributo che merita.
Nella
settimana di avvicinamento ad un grande evento di Pace come la Marcia della
Pace della Romagna e mentre è in corso un immane atto di violenza, l’attacco
dei terroristi Shaabab ad un centro commerciale di Nairobi, non riesco a non
pensare a chi ogni giorno della propria vita desidera ardentemente l’uno e si
trova costantemente a vivere l’altro.
Nella
nostra società parlare di Pace in molti casi significa dissertare di argomenti astratti
e filosofici, mentre al mondo ci sono persone per cui questo valore ha un
significato ben preciso e concreto. E in questo senso nei nostri cuori la
popolazione di Wajir occupa senz’altro il primo posto. Un popolo duro che si è
scelto leggi severe e che vive in un ambiente ostile. Un popolo che a causa dei
conflitti è ancora costretto a fronteggiare i nemici atavici dell’umanità: la
fame, la carestia, l’analfabetismo e la malattia.
I
conflitti interclanici che da sempre martirizzano le genti somale
Giugno
2000, un turista inglese in vacanza in Kenya, presso il famoso parco Masai
Mara, commette l’azzardo di allontanarsi all’alba dal campo tendato presso cui
era alloggiato. Nel tentativo di scattare una fotografia ad un gruppo di
elefanti viene assalito e travolto dalla matriarca. Gennaio 2001, al Ruaha
National Park una “Peace Corp” americana viene travolta dalla carica di un
elefante dopo che si era allontanata dal veicolo su cui si trovava per scattare
alcune fotografie. Luglio 2007, Patrick Smith e la moglie Julie vengono
attaccati da un enorme elefante maschio all’interno del Masai Mara in Kenya.
Julie si salva, ma per Patrick non c’è scampo.Ottobre 2009, Anton Turner viene ucciso nel corso di un attacco di un
elefante in Tanzania mentre accompagnava una troupe inglese della BBC che aveva
lo scopo di girare un documentario sulla vita di David Livingstone. Giugno
2010, Sharon Brown e la piccola Margaux vengono uccise dalla carica di un
elefante solitario nei pressi del monte Kenya.Luglio 2010, una donna romana di 63 viene attaccata ed uccisa da un
branco di elefanti anni mentre prendeva parte insieme al marito ad un safari a
piedi nel nord della Tanzania.
Questi
sono alcuni (ma la lista sarebbe ben più nutrita) degli eventi tragici che riguardano
attacchi mortali sferrati da elefanti nei confronti di turisti. Non c’è una
statistica sugli attacchi nei confronti delle popolazioni locali, ma l’elenco è
sicuramente più lungo.
La
capacità di utilizzare un computer e di accedere al web sono divenute
requisiti essenziali anche per chi vive
e lavora in paesi poveri. Esse permettono inoltre, a chi opera nell’ambito
della cooperazione, di trasmettere
informazioni e immagini in tempo reale e di mantenere costantemente aperto un
canale di comunicazione nei confronti di
partner e collaboratori esteri. Senza
questa opportunità il lavoro di associazioni come VolontariA, che si avvale nei
paesi in cui opera esclusivamente di operatori locali, non sarebbe assolutamente
possibile.
Grazie
all’aiuto di Riccardo Ruffilli, Maurizio Da Ros e Nicola Battistoni di
Informatici senza frontiere, ed alla generosità di Vanni Ricciardi e Fabio Malagoli, è stato possibile reperire 4 computer portatili che
sono stati consegnati ai nostri referenti di progetto in Kenya e Tanzania.
Crediamo che questo permetterà un salto di qualità del loro lavoro. VolontariA
si è impegnata a finanziare corsi di informatica e di lingua inglese anche per
gli altri collaboratori, in modo da poter ampliare la cerchia di lavoratori in
grado di svolgere un lavoro qualificato ed essenziale come quello delle
relazioni internazionali e della comunicazione.