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sabato 26 novembre 2022

Sete di giustizia


Si è investiti immediatamente dai problemi della gente di Wajir , non è necessario un tempo lungo per comprenderli. Da anni non piove in maniera significativa, l'acqua è una risorsa scarsa e quindi molto preziosa. Trovare il cibo con cui sfamarsi, per la maggioranza somala della popolazione, è una lotta quotidiana che non sempre viene vinta. Non c'è lavoro e quindi fonti di reddito. "Ninasukuma maisha" - racconta Bilai "trascino la vita come posso". L'istruzione è la strada più efficace per cambiare il corso della vita di sé e della propria famiglia. Purtroppo il circolo vizioso della povertà la rende inaccessibile per molti, troppi. Coloro che riescono a trovare i soldi per frequentare la scuola sono costretti a sedersi sulla sabbia fissando una lavagna appoggiata ad un albero, perché le scuole hanno un tragico problema di infrastrutture. L'istruzione pubblica è scarsa, quella privata è molto costosa. Un enorme numero di diversamente abili cerca un posto nella società. Questa parte incredibilmente grande della popolazione è alimentata dalla malnutrizione delle madri, dalle mutilazioni genitali femminili, dalla consanguineità.

Gli anziani non autosufficienti sono una zavorra della quale le famiglie faticano a farsi carico; per questo molti sono abbandonati a sé stessi, soli a fare i conti con la propria fame e sete.


La vastità di questi problemi è schiacciante e una disperata impotenza si impadronisce di noi, al nostro arrivo. Eppure una piccola luce di speranza viaggia con noi grazie alla diocesi di Forli-Bertinoro, alle  persone  e alle associazioni che formano il Coordinamento Diocesano per Wajir e che rappresentiamo in questo viaggio. Il coordinamento è ispirato dalle opere sante di Annalena e guidato dalla memoria di Don Mino. Sono trascorsi tre anni dall'ultima visita a Wajir e i frutti di ciò che è stato realizzato attenuano il senso di impotenza e ci spingono a continuare la nostra testimonianza di fraternità. I pozzi scavati donano acqua a tante famiglie, che ringraziano commosse per il dono ricevuto. Le aule della scuola primaria e dell'asilo parrocchiale ospitano tanti bambini che ora hanno l'opportunità di studiare in un ambiente dignitoso. Il sostegno a distanza rivolto a decine di ragazzi che vivono nel bisogno è la speranza per le loro famiglie, ma soprattutto è l'orgoglio di genitori che vedono davanti ai loro figli un futuro sicuro. L'assistenza portata dalle suore del centro di riabilitazione e dalle scuole - primaria e secondaria - per sordi rappresenta una fondamentale opportunità di emancipazione e crescita personale per centinaia di bambini diversamente abili.


Il progetto di contrasto agli effetti della siccità che ha portato alla distribuzione di venti sistemi di irrigazione ci impressiona per i suoi risultati. Là dove tutto è sabbia riarsa dal sole, compaiono appezzamenti verdi e rigogliosi, dove gli agricoltori possono produrre cibo per le famiglie e per il bestiame. Le distribuzioni di alimenti condotte nel corso di questo lungo periodo di carestia hanno permesso di sopravvivere a tanti indigenti, soprattutto anziani non autosufficienti. La visita alle famiglie dei più poveri che i volontari della parrocchia conducono rappresenta un momento indispensabile di relazione e di incontro.

Abbiamo la sensazione che la strada sia quella giusta. Si è formato un gruppo di lavoro in Italia ed è nato un gruppo di lavoro a Wajir per amministrare e garantire le opere che pensiamo insieme. I problemi sono schiaccianti ma intendiamo camminare insieme a queste persone per alleviare le loro sofferenze all'insegna del volto più luminoso della Carità cristiana, quello che ci hanno mostrato Annalena e Don Mino. 


Mariaserena, Sauro, Michele

martedì 14 giugno 2022

Siccità e Carestia nel Corno d'Africa

Nel 2011, la Somalia ha vissuto una devastante carestia che ha ucciso oltre un quarto di milione di persone, metà delle quali bambini di età inferiore ai cinque anni. La comunità internazionale non è riuscita ad agire in tempo, nonostante i ripetuti avvertimenti della crisi imminente.

Poco più di un decennio dopo, i leader mondiali agiscono ancora una volta tardi e in misura insufficiente per scongiurare la carestia catastrofica che si è abbattuta in Africa orientale. 


L'attuale crisi nel Corno d'Africa va avanti da più di due anni. La siccità indotta dal repentino cambiamento climatico si è abbattuta con una crescente intensità negli ultimi dieci anni.

Eppure, la regione è una delle meno responsabili della crisi climatica, emettendo lo 0,1% delle emissioni globali di carbonio.

Quasi la metà del bestiame nell'Africa orientale è morta. Il numero di persone che affrontano la fame estrema in Etiopia, Kenya e Somalia è più che raddoppiato rispetto allo scorso anno, da oltre 10 milioni a oltre 23 milioni di oggi.

Questo lunghissimo periodo di siccità è stato interrotto solamente da brevi precipitazioni di entità estrema, scatenando alluvioni che hanno reso ancor più difficile la vita delle persone senza permettere un utilizzo graduale e prolungato dell’acqua.

In Kenya la siccità ha causato un calo del 70% della produzione agricola e 3,5 milioni di persone affrontano una fame acuta. Il conflitto in Ucraina ha peggiorato ulteriormente la situazione, portando i prezzi dei generi alimentari, già in aumento, al livello più alto mai registrato, rendendo il cibo irraggiungibile per milioni di persone.

Il coordinamento diocesano per Wajir mantiene i riflettori accesi su ciò che accade in questa regione, rimanendo aggiornato in tempo reale dalle realtà caritatevoli locali che sostiene da molto tempo. Nella contea di Wajir, nell’estremo nord-est del paese al confine con la Somalia, vivono quasi 800.000 persone, il 94% delle quali vive in povertà estrema. Da alcune settimane riceviamo notizia di bambini ricoverati negli ospedali in grave stato di malnutrizione. Molti di loro purtroppo non ce l’hanno fatta. Il coordinamento diocesano continua ad aiutare la popolazione di Wajir attraverso azioni a breve e medio termine. Siamo impegnati a far fronte alle necessità contingenti di tanti beneficiari che hanno necessità immediata di cibo ed acqua. Attraverso azioni mirate all’incremento delle produzioni agricole e della capacità di stoccaggio di acqua tentiamo inoltre di aumentare la capacità di adattamento della popolazione alla siccità, che è divenuta ormai una condizione costante nel Corno d’Africa.

associazionevolontaria@gmail.com


venerdì 14 dicembre 2018

Attenti al Rinoceronte

“Attenti al Rinoceronte” è una carrellata di incontri con rappresentanti celebri e meno noti dell’universo animale africano. L’autore ripercorre gli eventi più curiosi avvenuti nel corso di vent’anni di viaggi in Madagascar, Tanzania, Kenya, Zambia, Congo e Rwanda. 
I protagonisti sono gli animali più disparati: dalle piccole termiti ai giganteschi elefanti, dalle megattere dei mari del Madagascar ai gorilla delle foreste montane del Congo, dai timidi lemuri ad uno scontroso rinoceronte.
Ogni episodio diventa il punto di partenza per raccontare gli aspetti meno conosciuti ed affascinanti di queste creature: le loro abitudini, la loro dieta, la loro società, il loro habitat. 
La riflessione poi si allarga alla posizione che gli animali occupano nel loro contesto naturale ed alla seria minaccia che grava su tutti gli ecosistemi trattati: mari, foreste, deserti e savane. La conservazione della varietà vegetale e animale degli ambienti naturali è la grande sfida che dominerà

domenica 21 ottobre 2018

La mitra di pelle di capra

Questa storia mi è stata raccontata dal vescovo di Garissa, mons. Joseph Alessandro.

Il 28 marzo 2013 Papa Francesco dice queste parole ai sacerdoti di Roma: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l'odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini».


Maralal è una cittadina situata nella parte settentrionale del Kenya e come tutta la regione è abitata prevalentemente da comunità di pastori nomadi delle etnie Samburu, Turkana, Rendille, Gabbra, Borana, ecc.

Il vescovo di Maralal si chiama Virgilio Pante, e come segnale di vicinanza alla sua gente si è fatto fabbricare la mitra da Lydia Letipila, una vecchia signora samburu di Baragoi. La signora Lydia la compone con i tipici materiali Samburu: pelle e perline.

Il 16 aprile 2015, durante la visita dei vescovi del Kenya a Roma, mons. Pante offre la sua mitra a Papa Francesco e memore delle sue parole di due anni prima gli dice: “ti offro la mia mitra, ti ho preso in parola ed è impregnata dell’odore delle pecore”
Il Papa, da buon intenditore, l’annusa ed esclama: "Questa non è pecora, ma capra!".
Era veramente pelle di capra.
"E' vero - ha risposto mons. Pante - ma anche le capre sono parte del gregge".

Dal 25 al 27 novembre 2015 Papa Francesco visita il Kenya. Il 26 novembre celebra la messa al campus di Nairobi. Durante la cerimonia Francesco cerca tra i vescovi il mons. Pante e gli fa

lunedì 15 ottobre 2018

La Crosta dell'Africa


Nudos Amat Eremus
Il Deserto ama coloro che non hanno Nulla
(San Girolamo)

Ho capito recentemente quanto sia importante accompagnare persone alla scoperta dell’Africa. Frequentando con assiduità i progetti (perché questo è ciò che faccio) ho finito per dare per scontati tantissimi aspetti che invece mi avevano infiammato all’inizio. Inutile negarlo: con il tempo si perde un po' di poesia e le emozioni si fanno più sfumate. Sento l’esigenza di partire, di tornare, ma a volte fatico a ricordare il perché.
Quando a viaggiare non sono solo è tutto diverso. È come tornare indietro nel tempo. Riesco a rivivere tutto attraverso gli occhi, le emozioni, gli interrogativi di chi è al mio fianco.
L’Africa ha due piani di lettura.
C’è la crosta, il piano superficiale, che contiene il disagio, la povertà, i contrattempi, le malattie. È la

giovedì 1 marzo 2018

Annalena e l'Islam

Testi tratti da “Lettere dal Kenya” 1969-1985

Essere cristiani in un mondo musulmano (10/04/69)
[I padri della Consolata di Garissa] sono venuti per scelta, per mettersi a servizio di questa gente nomade e poverissima, ma a servizio vero, per crescere con loro: istruzione, tentativo di aiutarli a diventare uomini veri, con una loro dignità, una loro possibilità di crescere da soli, di progredire, cosa, oggi, impossibile perché mancano i leader preparati. Il progetto è stato calorosamente approvato quando i padri hanno messo ben in chiaro che non solo non si farà proselitismo di alcun genere ma che i ragazzi… saranno mandati alla scuola locale dove tra l’altro sarà loro insegnato il Corano e, meraviglia di tutte le meraviglie, che l’orfanotrofio sarà aperto al loro prete o insegnante di religione musulmano tutte le volte che vorrà venire e sarà chiuso invece a qualunque prete o insegnante di religione cattolica o cristiana che voglia andare a “evangelizzare”.
La Luna (28/10/72)
La Luna ha un profondo valore simbolico nel mondo religioso musulmano e in quello di tutti i popoli del deserto. Tutta la vita del musulmano si regola sulle fasi lunari: il tempo, gli anni, i mesi, le settimane, il Ramadan (il mese di digiuno), le grandi feste religiose, le cerimonie liturgiche… il nomade ama moltissimo la luna e dice che è buona e bella. Come è vero, sempre più vero, che il conforto viene alla fine sempre e solo dalla donna e non dall’uomo…
La moschea (11/06/73)
Da un po' di tempo abbiamo cominciato anche la costruzione di una moschea; i ragazzi indubbiamente purtroppo sono dei velleitari ma fin da quando sono venuta desideravano tanto avere una moschea, di queste fatte così, di rami, ma belle però, eleganti e poi invece praticamente chi fa la moschea sono io che procuro i pali, che procuro l’aiuto nel lavoro, tutte le idee, il luogo in cui farla. Comunque già io pregusto il giorno in cui la moschea sarà pronta… dentro metterò delle stuoie, spero che i ragazzi possano pregare di più , pregano così poco; la gioventù si allontana completamente dalla religione ma non perché ne ha trovata un’altra più valida più forte più robusta, no purtroppo, la gioventù si allontana dalla religione solo perché la sta perdendo, solo perché ai suoi valori religiosi sostituisce altri valori, valori che ubriacano questi giovani, che fanno perdere loro la testa e non sono valori perché sono il denaro, perché sono la popolarità, il successo.
La sepoltura di Mohamed (7/12/78)
(Parlando della sepoltura di Mohamed, guardiano ed aiutante ucciso nel corso di un tentativo di rapina al compound di Annalena. Annalena è dispiaciuta perché il corpo non è stato sepolto secondo la tradizione musulmana, avvolto in un lenzuolo bianco, ma ha ricevuto un funerale cristiano con una bara)
Mohamed io lo volevo a Wajir. Sognavo per lui un funerale degno del suo martirio, una tomba col muretto alto… una tomba col suo nome, con un’iscrizione in arabico… nel nome di Dio onnipotente e misericordioso… volevo un luogo a cui poter tornare… Dio ha voluto diversamente. Volontà di dio. Sia fatta la volontà di Dio. Ed è Dio che ha voluto che Mohamed fosse sepolto come qualunque buon cristiano di questo mondo, lui che cristiano lo era diventato profondamente nello spirito, lui che aveva imparato da me le leggi dell’amore, lui che serviva i malati come me e meglio di me, e mai per mestiere, sempre perché gli scaturiva dal cuore; e quando mi vedeva più preoccupata del solito per qualcuno di quei corpi minati moltiplicava i suoi sforzi per aiutarli, incoraggiarli, tradurre loro qualunque cosa io dicessi, precedendomi nel servirli perché io non mi stancassi troppo. Mohamed oggi è in Dio. Non posso non esserne felice.
Giobbe è “nostro” ma anche “loro” (25/11/79)
La tragedia è che l’Islam non insegna il comandamento dell’amore e dire che questi musulmani sono splendidi nella loro potenza di adorazione, pregano continuamente, piegano le ginocchia e la testa nel nome di Dio, hanno le lodi a Dio continuamente sulla loro bocca, la certezza incrollabile nel cuore e nello spirito che tutto avviene per volontà di Dio e che tutto va bene, va sempre tutto bene perché Lui sa ed è solo Lui che guida uomini ed eventi… dunque tutto è Grazia! Proprio come noi… Giobbe potrebbe essere “loro” nella stessa misura in cui è sicuramente nostro. Tutti i suoi beni sono distrutti, le sue ricchezze depredate, tutti i suoi dipendenti e i suoi servi uccisi, i suoi figli e le sue figlie morti sepolti sotto le macerie della loro casa… “Allora Giobbe si alzò e si stracciò la veste, si rase il capo, cadde a terra e adorò, e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”.
Il canto del Muezzin (14/12/79)
Carissima mamma, è mattino presto. Fuori c’è un cielo incantato di stelle e un filo argentato di luna che fa tremare il cuore in petto. Era tutto quieto. Ma adesso un uomo si è messo a cantare, chiama gli altri alla preghiera, altissimo il tono della voce, ma pacato, vasto e lento il suo cantilenare: nel nome di Dio onnipotente e misericordioso, alzatevi o fratelli, è tempo di lodare Dio. Non indugiate, alzatevi, Dio chiama… è ogni volta un’emozione intensa, ogni giorno come un’esperienza nuova, bellissima, toccante, liberante, purificante… e mentre prego perché questa fede così divinamente rocciosa possa un giorno essere illuminata e penetrata dal sole di Gesù Cristo, prego anche intensamente perché questa fede sia conservata a questo popolo.

domenica 28 gennaio 2018

Meeting Poors at their Home


Volunteers of Wajir Grannies Centre - DCCG (John, Patrick, Habiba) have remained the only representatives of the Catholic community to visit families in the villages. Once this activity was a practice for the Rehabilitation Centre, which carried out community based rehabilitation for children who could not go to the Centre. Today this does not happen anymore. "Reasons for security" is reported to me by the Camillian sisters. Honestly, I can not blame them.
I accompanied the volunteers to visit the elders registered in the centre (over two hundred) in the villages of Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. I understood in person the importance of going to meet the poor at their home. It was essential that I’ve been introduced by the DCCG team. Very few whites are seen in town (in the week I've been there I've never met one) and in the villages nobody ever. I was the first white child that many children met in their life. Somali culture is very diffident and closed towards foreigners: the company of the volunteers of the centre has instead generated joy and welcome and wide-open smiles everywhere. This is the legacy of Sister Teresanna's thirty years of service to the aged. Taking pictures was not a problem and even the access inside the “tucul“ (the small dome-shaped huts of the Somalis) was allowed friendly. I also seated and I was offered Somali tea filled with goat's milk. All this in other circumstances would have been difficult for a foreigner and even impossible for a white man.
The volunteers of the DCCG Centre are the ambassadors of the Christian community in the villages. The Charity that they practice constantly allows all Catholics to be accepted and to live in peace in Wajir.
Many grannies registered at the Centre are unable to walk. It is therefore important to meet relatives or those who come to collect the medicines, foods and other basic necessities that are distributed.
Entering the small enclosures built with low thorny bushes planted on the sand allows us to understand how the grannies family is composed. In general, only women and children are encountered, since men, when they exist, are generally looking for a job or in the bush with dromedaries and zebu. I have found that there is never more than one salary (often occasional) every ten to fifteen people.
The interior of the huts is very poor. Two or three beds are laid out on the sand, often without a mattress. Some objects hang from the branches that make up the supporting skeleton. There are no ornaments - besides there are no furniture - nor decorative objects. The heat is more or less suffocating depending on the roof material of the hut: acceptable if covered with straw mats, unbearable if in plastic sheets or even pieces of sheet metal.
During the visits we met some success stories occurred in the many attempts to offer opportunities to generate income for grannies. Some goats distributed have become small herds, simple business tables transformed into real shops.
Meeting families is also an opportunity to verify a disheartening fact: many children do not attend school. Indeed, it seems that the choice whether to go to school or not is entrusted to the children themselves. A decisive intervention in this sense should be a future development of the Centre's activities.
During the visits to the villages, the aged became the pretext to get to know many aspects of culture, families and Somali society. Looking for grannies you end up meeting two equally vulnerable categories such as children and women. Together they are engaged in the daily struggle for survival and our goal is to help them find dignity and humanity even in such difficult lives.

Incontrando i Poveri a Casa loro

I volontari del Centro per Anziani di Wajir – DCCG (John, Patrick, Habiba) sono rimasti gli unici rappresentanti della comunità cattolica a visitare le famiglie nei villaggi. Un tempo questa attività era una prassi per il Centro di Riabilitazione, che svolgeva riabilitazione su base comunitaria a favore dei bambini che non potevano recarsi al Centro. Oggi ciò non avviene più. “Motivi di sicurezza” mi viene riferito dalle suore camilliane. In tutta sincerità non riesco a biasimarle.
Ho accompagnato i volontari nella visita degli anziani registrati al centro (oltre duecento) nei villaggi di Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. Ho compreso di persona l’importanza di andare a incontrare i poveri a casa loro. È stato fondamentale che io mi presentassi insieme all’equipe del DCCG. Si vedono pochissimi bianchi in città (nella settimana in cui ci sono stato non ne ho mai incontrato uno) e nei villaggi mai nessuno. Ero il primo bianco che molti bambini incontravano in vita loro. La cultura somala è molto diffidente e chiusa nei confronti degli stranieri: la compagnia dei volontari del centro invece ha generato gioia ed accoglienza e spalancato ovunque enormi sorrisi. Questa è l’eredità dei trent’anni di servizio agli anziani di Suor Teresanna. Scattare foto non è stato un problema e anche l’accesso all’interno dei tucul (le piccole capanna a forma di cupola dei somali) veniva permesso di buon grado. In diverse circostanze sono stato fatto sedere e mi è stato offerto del tè somalo allungato con latte di capra. Tutto questo in altre circostanze sarebbe stato difficile per uno straniero e addirittura impossibile per un bianco.
I volontari del Centro DCCG sono gli ambasciatori della comunità cristiana nei villaggi. La Carità che praticano costantemente permette a tutti i cattolici di venire accettati e di vivere in pace a Wajir.
Molti anziani registrati al Centro non sono in grado di camminare. È quindi importante incontrare i parenti o i conoscenti che vengono in loro vece a ritirare i medicinali, gli alimenti e gli altri generi di prima necessità che vengono distribuiti.

Entrare nei piccoli recinti costruiti con bassi cespugli spinosi piantati sulla sabbia permette di capire come è composta la famiglia di cui gli anziani beneficiari fanno parte. In genere si incontrano solo donne e bambini, dal momento che gli uomini, quando esistono, sono generalmente in giro alla ricerca di un’occupazione o nel bush con i dromedari e gli zebù. Ho potuto constatare che non è mai disponibile più di uno stipendio (spesso saltuario in realtà) ogni dieci-quindici persone. 
L’interno delle capanne è poverissimo. Sono disposti sulla sabbia due o tre letti, spesso senza materasso. Alcuni oggetti sono appesi ai rami che costituiscono lo scheletro di sostegno. Non esistono soprammobili – del resto non ci sono mobili - né oggetti decorativi. Il caldo è più o meno soffocante a seconda della copertura della capanna: accettabile se coperta con stuoie di paglia, insopportabile se in teli in plastica o addirittura pezzi di lamiera.
Nel corso delle visite abbiamo incontrato alcune storie di successo occorse nei molti tentativi
di offrire opportunità di generare reddito. Alcune capre distribuite sono divenute piccole greggi, semplici tavolini per la vendita di prodotti di uso comune trasformati in veri e propri negozi. 
L’incontro dei nuclei famigliari è l’occasione anche per verificare un dato sconfortante: tantissimi bambini non frequentano la scuola. Sembra anzi che la scelta se andare a scuola o meno sia affidata ai bambini stessi. Un deciso intervento in questo senso dovrebbe essere un futuro sviluppo delle attività del Centro.
L’anziano, nel corso delle visite nei villaggi, è divenuto il pretesto per conoscere tanti aspetti della cultura, delle famiglie, della società somala. Cercando gli anziani si finisce per incontrare due categorie altrettanto vulnerabili come i bambini e le donne. Insieme sono impegnati nella lotta quotidiana per la sopravvivenza ed il nostro obbiettivo è di aiutarli a trovare la dignità e l’umanità anche in esistenze così difficili.
ML

venerdì 26 gennaio 2018

L'Eremo nel Deserto (Ho pregato con un'aquila)

“Vieni nel deserto, Io parlerò al tuo cuore” (Osea [2,16])

“Dio creò il deserto perché gli uomini potessero conoscere la loro anima (proverbio Tuareg)


L’avevo promesso a me stesso: la prossima volta che fossi venuto a Wajir mi sarei concesso un periodo di deserto all’interno dell’eremo che Annalena (lei lo chiamava “eremitaggio”) aveva costruito. Eccomi qua, sulla cima della torre. Il clima è fantastico, imprevedibilmente arieggiato e piacevole, lontano dal riverbero della sabbia incandescente. C’è silenzio, sento solamente i suoni della natura fino a quando i muezzin decidono che è giunta l’ora di richiamare i fedeli alla preghiera. All’esterno delle mura dell’enorme terreno assegnato al Rehab è sorta una città. All’interno c’è


qualche piccolo edificio ma il paesaggio è lo stesso bush selvaggio che vedeva Annalena 43 anni fa, quando costruì l’eremitaggio. Sono sbalordito dalla quantità di uccelli che mi circondano: storni blu, buceri, turachi, colombi, tessitori, ibis, marabù. L’incontro più incredibile è però un nibbio dal becco giallo che mi rimane accanto, appollaiato sulla cima dell’acacia del cortile dell’eremitaggio, per quasi un’ora. Rimane immobile ma attentaofino al momento in cui decolla planando sotto di me. Mi sento un privilegiato e sento il cuore galleggiare. Ho portato con me la raccolta delle lettere di Annalena (Lettere dal Kenya – 1969-1985). Rileggo le parti che riguardano l’eremitaggio, ed ora assumono un significato ed un valore che mi sovrasta e mi commuove…


13 aprile 1970
In Africa o si è contemplativi o si fallisce tutto e chi ci rimette sono sempre loro: i poveri. Qui non c’è nessuno o quasi nessuno in grado o disposto a darti quell’ossigeno spirituale senza il quale
l’anima è in continuo pericolo di asfissia. Per questo costruiremo presto il nostro eremitaggio per la nostra giornata di “deserto” settimanale, per quello più lungo annuale e per offrire silenzio, solitudine, pace a tutti quelli che vorranno venirci, i bianchi naturalmente, perché sono loro ad averne bisogno.

8 febbraio 1975
Naturalmente nell’eremitaggio non metteremo mai né luce né acqua. L’acqua l’attingeremo a mano dal pozzo e la luce dal fondo dell’anima… poi ho comprato del ferro di scarto, meglio del ferro vecchio per farne una specie di pioli incassati in un angolo del muro della cappella per salire fino alla cima della torre. Forse non vi ho ancora spiegato che la cappella dell’eremitaggio l’ho ideata come una torre tutta vuota dentro fino al tetto. Alla sommità intendo lasciare solo quattro colonnine agli angoli e il resto tutto aperto per permettere di spaziare liberamente sull’orizzonte, per cui ho ideato una specie di scaletta incassata nel muro per salire fino in cima alla torre.

10 febbraio 1975
Il pozzo tende verso il centro, gli alberelli vagheggianti, è un sogno un balsamo per il cuore andare
laggiù anche quando il sole è implacabile. Prendimi alla lettera… uno starebbe sempre là. Già il cuore sperimenta una pace, una dolcezza, una serenità insondabili. E’ una condizione di riposo dell’anima, un allentamento dolce, senza scosse, di tensioni radicate nel profondo, uno stato di fiducia senza tremiti, senza bui, senza debolezze, proprio come un bimbo sul seno della sua mamma.

14 ottobre 1975
La gioia di poter dare a un altro, a un pellegrino dell’Assoluto come noi, a tanti e poi tanti che verranno alla ricerca di silenzio, assetati di Dio… la gioia di poter dare, dicevo, di poter offrire il nostro eremitaggio unico al mondo, è talmente “divina” che sarei pronta a costruirne un altro per noi pur di poter costantemente offrire il nostro a chiunque volesse venirci a fare un’esperienza di “deserto”.

5 novembre 1982
Stesa sulla stuoia in cappella nel vuoto alto e austero della torre, contemplavo le meraviglie di Dio… non è possibile che esista un altro luogo al mondo come il nostro eremitaggio. Come ho potuto pensarlo così profondamente mistico, sobrio, austero, gli alberi di spine verdissimi pieni di uccelli da favola, il pozzo della samaritana, l’acqua della vita, il cielo da ogni lato, il muro altissimo che esclude e spalanca su orizzonti infiniti…


23 dicembre 1983
Mi sono persa nell’ascolto del vento, dei canti degli uccelli, delle imposte che sbattono leggermente… mi sono persa nell’incanto delle rose del deserto che mi sorridono brillanti qui appena fuori dalla porta, dalle finestrelle ricamate, di queste mura rosa che sanno di pace e di antico. Tutto amo qui: gli alberi di spine, il pozzo rotondo col ferro ritorto e la carrucola e le parole scritte tanti anni fa e ormai sbiadite: “la mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?”. La torre cava e quei pioli conficcati nel muro con quella salita un po' ardua a significare che non si entra se non per la porta stretta, non si cammina verso Dio, ma ci si inerpica e il respiro deve farsi faticoso e il cuore deve tremare perché Lui è santo e poi perché l’attesa di ogni incontro d’amore fa tremare il cuore.

martedì 28 luglio 2015

Wajir Project - Frontier Charity

I recently met in Nairobi the team of Wajir Day Care Centre that is voluntary running the
project since 2008. The meeting was held in the Kenyan capital city because in Wajir (located few kilometers from Somalia borders) is not guaranteed the minimum security standard. The purpose of the meeting was to plan the intervention of distribution of food during the drought and famine expected in the coming months. I could listen to the stories of John, Patrick and Father Alfred about the current situation and the perspective doesn’t seem encouraging. Kenya is continuously shaken by Al-Shabaab’s attacks and massacres. Over the last six months there have been the massacre of students at the University of Garissa (147 victims), the bloodshed of

Progetto Wajir: Carità di Frontiera

Ho recentemente incontrato a Nairobi i responsabili del centro per anziani di Wajir che VolontariA sostiene dal 2008. L’incontro si è svolto nella capitale keniana perché a Wajir
(situata a pochi chilometri dal confino con la Somalia) non sono garantite le condizioni minime di sicurezza. Lo scopo dell’incontro era di programmare l’intervento di distribuzione di generi alimentari durante il periodo di siccità e carestia previsto nei prossimi mesi. Ho potuto ascoltare i racconti di John, Patrick e Padre Alfred in merito alla situazione attuale e le prospettive non sembrano per nulla incoraggianti. Il Kenya è continuamente sconvolto da attentati e massacri da parte dei terroristi Al-Shabaab provenienti dalla Somalia. Negli ultimi sei mesi sono avvenuti il massacro di studenti all’università di Garissa (147morti), la strage di non-musulmani su un autobus (28 morti) e

sabato 5 ottobre 2013

Annalena: L'Eredità di un "Nessuno"

A dieci anni esatti dalla morte di Annalena l'UNHCR pubblica un nuovo video che ripercorre le tappe della sua vita attraverso filmati originali e interviste a persone che l'hanno incontrata nel corso della sua opera missionaria in Kenya e Somalia. Un video emozionante che ci racconta la storia di un gigante del nostro tempo, la cui importanza è riconosciuta con chiarezza in giro per il mondo ma che al contrario in Italia non ha (ancora) ricevuto il tributo che merita.

lunedì 23 settembre 2013

Con Chi la Pace non l'ha mai Conosciuta

Nella settimana di avvicinamento ad un grande evento di Pace come la Marcia della Pace della Romagna e mentre è in corso un immane atto di violenza, l’attacco dei terroristi Shaabab ad un centro commerciale di Nairobi, non riesco a non pensare a chi ogni giorno della propria vita desidera ardentemente l’uno e si trova costantemente a vivere l’altro.
Nella nostra società parlare di Pace in molti casi significa dissertare di argomenti astratti e filosofici, mentre al mondo ci sono persone per cui questo valore ha un significato ben preciso e concreto. E in questo senso nei nostri cuori la popolazione di Wajir occupa senz’altro il primo posto. Un popolo duro che si è scelto leggi severe e che vive in un ambiente ostile. Un popolo che a causa dei conflitti è ancora costretto a fronteggiare i nemici atavici dell’umanità: la fame, la carestia, l’analfabetismo e la malattia.
I conflitti interclanici che da sempre martirizzano le genti somale

mercoledì 10 ottobre 2012

La Carica dell'Elefante

Giugno 2000, un turista inglese in vacanza in Kenya, presso il famoso parco Masai Mara, commette l’azzardo di allontanarsi all’alba dal campo tendato presso cui era alloggiato. Nel tentativo di scattare una fotografia ad un gruppo di elefanti viene assalito e travolto dalla matriarca. Gennaio 2001, al Ruaha National Park una “Peace Corp” americana viene travolta dalla carica di un elefante dopo che si era allontanata dal veicolo su cui si trovava per scattare alcune fotografie. Luglio 2007, Patrick Smith e la moglie Julie vengono attaccati da un enorme elefante maschio all’interno del Masai Mara in Kenya. Julie si salva, ma per Patrick non c’è scampo.  Ottobre 2009, Anton Turner viene ucciso nel corso di un attacco di un elefante in Tanzania mentre accompagnava una troupe inglese della BBC che aveva lo scopo di girare un documentario sulla vita di David Livingstone. Giugno 2010, Sharon Brown e la piccola Margaux vengono uccise dalla carica di un elefante solitario nei pressi del monte Kenya.  Luglio 2010, una donna romana di 63 viene attaccata ed uccisa da un branco di elefanti anni mentre prendeva parte insieme al marito ad un safari a piedi nel nord della Tanzania. 
Questi sono alcuni (ma la lista sarebbe ben più nutrita) degli eventi tragici che riguardano attacchi mortali sferrati da elefanti nei confronti di turisti. Non c’è una statistica sugli attacchi nei confronti delle popolazioni locali, ma l’elenco è sicuramente più lungo.

sabato 22 settembre 2012

Tecnologia InformAfrica

La capacità di utilizzare un computer e di accedere al web sono divenute requisiti  essenziali anche per chi vive e lavora in paesi poveri. Esse permettono inoltre, a chi opera nell’ambito della cooperazione,  di trasmettere informazioni e immagini in tempo reale e di mantenere costantemente aperto un canale di  comunicazione nei confronti di partner e collaboratori esteri.  Senza questa opportunità il lavoro di associazioni come VolontariA, che si avvale nei paesi in cui opera esclusivamente di operatori locali, non sarebbe assolutamente possibile.
Grazie all’aiuto di Riccardo Ruffilli, Maurizio Da Ros e Nicola Battistoni di Informatici senza frontiere, ed alla generosità di Vanni Ricciardi e Fabio Malagoli, è stato possibile reperire 4 computer portatili che sono stati consegnati ai nostri referenti di progetto in Kenya e Tanzania. Crediamo che questo permetterà un salto di qualità del loro lavoro. VolontariA si è impegnata a finanziare corsi di informatica e di lingua inglese anche per gli altri collaboratori, in modo da poter ampliare la cerchia di lavoratori in grado di svolgere un lavoro qualificato ed essenziale come quello delle relazioni internazionali e della comunicazione.
Patrick Muthui, del Centro per Anziani di Wajir (Kenya)

John King'ori, del Centro per Anziani di Wajir (Kenya)

Spinola Matamwa, della Bomalang'ombe Village Company (Tanzania)

Virgilio Kihwele, del CEFA Bomalang'ombe (Tanzania)