venerdì 26 gennaio 2018

L'Eremo nel Deserto (Ho pregato con un'aquila)

“Vieni nel deserto, Io parlerò al tuo cuore” (Osea [2,16])

“Dio creò il deserto perché gli uomini potessero conoscere la loro anima (proverbio Tuareg)


L’avevo promesso a me stesso: la prossima volta che fossi venuto a Wajir mi sarei concesso un periodo di deserto all’interno dell’eremo che Annalena (lei lo chiamava “eremitaggio”) aveva costruito. Eccomi qua, sulla cima della torre. Il clima è fantastico, imprevedibilmente arieggiato e piacevole, lontano dal riverbero della sabbia incandescente. C’è silenzio, sento solamente i suoni della natura fino a quando i muezzin decidono che è giunta l’ora di richiamare i fedeli alla preghiera. All’esterno delle mura dell’enorme terreno assegnato al Rehab è sorta una città. All’interno c’è


qualche piccolo edificio ma il paesaggio è lo stesso bush selvaggio che vedeva Annalena 43 anni fa, quando costruì l’eremitaggio. Sono sbalordito dalla quantità di uccelli che mi circondano: storni blu, buceri, turachi, colombi, tessitori, ibis, marabù. L’incontro più incredibile è però un nibbio dal becco giallo che mi rimane accanto, appollaiato sulla cima dell’acacia del cortile dell’eremitaggio, per quasi un’ora. Rimane immobile ma attentaofino al momento in cui decolla planando sotto di me. Mi sento un privilegiato e sento il cuore galleggiare. Ho portato con me la raccolta delle lettere di Annalena (Lettere dal Kenya – 1969-1985). Rileggo le parti che riguardano l’eremitaggio, ed ora assumono un significato ed un valore che mi sovrasta e mi commuove…


13 aprile 1970
In Africa o si è contemplativi o si fallisce tutto e chi ci rimette sono sempre loro: i poveri. Qui non c’è nessuno o quasi nessuno in grado o disposto a darti quell’ossigeno spirituale senza il quale
l’anima è in continuo pericolo di asfissia. Per questo costruiremo presto il nostro eremitaggio per la nostra giornata di “deserto” settimanale, per quello più lungo annuale e per offrire silenzio, solitudine, pace a tutti quelli che vorranno venirci, i bianchi naturalmente, perché sono loro ad averne bisogno.

8 febbraio 1975
Naturalmente nell’eremitaggio non metteremo mai né luce né acqua. L’acqua l’attingeremo a mano dal pozzo e la luce dal fondo dell’anima… poi ho comprato del ferro di scarto, meglio del ferro vecchio per farne una specie di pioli incassati in un angolo del muro della cappella per salire fino alla cima della torre. Forse non vi ho ancora spiegato che la cappella dell’eremitaggio l’ho ideata come una torre tutta vuota dentro fino al tetto. Alla sommità intendo lasciare solo quattro colonnine agli angoli e il resto tutto aperto per permettere di spaziare liberamente sull’orizzonte, per cui ho ideato una specie di scaletta incassata nel muro per salire fino in cima alla torre.

10 febbraio 1975
Il pozzo tende verso il centro, gli alberelli vagheggianti, è un sogno un balsamo per il cuore andare
laggiù anche quando il sole è implacabile. Prendimi alla lettera… uno starebbe sempre là. Già il cuore sperimenta una pace, una dolcezza, una serenità insondabili. E’ una condizione di riposo dell’anima, un allentamento dolce, senza scosse, di tensioni radicate nel profondo, uno stato di fiducia senza tremiti, senza bui, senza debolezze, proprio come un bimbo sul seno della sua mamma.

14 ottobre 1975
La gioia di poter dare a un altro, a un pellegrino dell’Assoluto come noi, a tanti e poi tanti che verranno alla ricerca di silenzio, assetati di Dio… la gioia di poter dare, dicevo, di poter offrire il nostro eremitaggio unico al mondo, è talmente “divina” che sarei pronta a costruirne un altro per noi pur di poter costantemente offrire il nostro a chiunque volesse venirci a fare un’esperienza di “deserto”.

5 novembre 1982
Stesa sulla stuoia in cappella nel vuoto alto e austero della torre, contemplavo le meraviglie di Dio… non è possibile che esista un altro luogo al mondo come il nostro eremitaggio. Come ho potuto pensarlo così profondamente mistico, sobrio, austero, gli alberi di spine verdissimi pieni di uccelli da favola, il pozzo della samaritana, l’acqua della vita, il cielo da ogni lato, il muro altissimo che esclude e spalanca su orizzonti infiniti…


23 dicembre 1983
Mi sono persa nell’ascolto del vento, dei canti degli uccelli, delle imposte che sbattono leggermente… mi sono persa nell’incanto delle rose del deserto che mi sorridono brillanti qui appena fuori dalla porta, dalle finestrelle ricamate, di queste mura rosa che sanno di pace e di antico. Tutto amo qui: gli alberi di spine, il pozzo rotondo col ferro ritorto e la carrucola e le parole scritte tanti anni fa e ormai sbiadite: “la mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?”. La torre cava e quei pioli conficcati nel muro con quella salita un po' ardua a significare che non si entra se non per la porta stretta, non si cammina verso Dio, ma ci si inerpica e il respiro deve farsi faticoso e il cuore deve tremare perché Lui è santo e poi perché l’attesa di ogni incontro d’amore fa tremare il cuore.

1 commento:

Cristina Cris ha detto...

Semplicemente GRAZIE ... o come ci avete insegnato questa estate: ASANTE