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lunedì 15 ottobre 2018

La Crosta dell'Africa


Nudos Amat Eremus
Il Deserto ama coloro che non hanno Nulla
(San Girolamo)

Ho capito recentemente quanto sia importante accompagnare persone alla scoperta dell’Africa. Frequentando con assiduità i progetti (perché questo è ciò che faccio) ho finito per dare per scontati tantissimi aspetti che invece mi avevano infiammato all’inizio. Inutile negarlo: con il tempo si perde un po' di poesia e le emozioni si fanno più sfumate. Sento l’esigenza di partire, di tornare, ma a volte fatico a ricordare il perché.
Quando a viaggiare non sono solo è tutto diverso. È come tornare indietro nel tempo. Riesco a rivivere tutto attraverso gli occhi, le emozioni, gli interrogativi di chi è al mio fianco.
L’Africa ha due piani di lettura.
C’è la crosta, il piano superficiale, che contiene il disagio, la povertà, i contrattempi, le malattie. È la

giovedì 1 marzo 2018

Annalena e l'Islam

Testi tratti da “Lettere dal Kenya” 1969-1985

Essere cristiani in un mondo musulmano (10/04/69)
[I padri della Consolata di Garissa] sono venuti per scelta, per mettersi a servizio di questa gente nomade e poverissima, ma a servizio vero, per crescere con loro: istruzione, tentativo di aiutarli a diventare uomini veri, con una loro dignità, una loro possibilità di crescere da soli, di progredire, cosa, oggi, impossibile perché mancano i leader preparati. Il progetto è stato calorosamente approvato quando i padri hanno messo ben in chiaro che non solo non si farà proselitismo di alcun genere ma che i ragazzi… saranno mandati alla scuola locale dove tra l’altro sarà loro insegnato il Corano e, meraviglia di tutte le meraviglie, che l’orfanotrofio sarà aperto al loro prete o insegnante di religione musulmano tutte le volte che vorrà venire e sarà chiuso invece a qualunque prete o insegnante di religione cattolica o cristiana che voglia andare a “evangelizzare”.
La Luna (28/10/72)
La Luna ha un profondo valore simbolico nel mondo religioso musulmano e in quello di tutti i popoli del deserto. Tutta la vita del musulmano si regola sulle fasi lunari: il tempo, gli anni, i mesi, le settimane, il Ramadan (il mese di digiuno), le grandi feste religiose, le cerimonie liturgiche… il nomade ama moltissimo la luna e dice che è buona e bella. Come è vero, sempre più vero, che il conforto viene alla fine sempre e solo dalla donna e non dall’uomo…
La moschea (11/06/73)
Da un po' di tempo abbiamo cominciato anche la costruzione di una moschea; i ragazzi indubbiamente purtroppo sono dei velleitari ma fin da quando sono venuta desideravano tanto avere una moschea, di queste fatte così, di rami, ma belle però, eleganti e poi invece praticamente chi fa la moschea sono io che procuro i pali, che procuro l’aiuto nel lavoro, tutte le idee, il luogo in cui farla. Comunque già io pregusto il giorno in cui la moschea sarà pronta… dentro metterò delle stuoie, spero che i ragazzi possano pregare di più , pregano così poco; la gioventù si allontana completamente dalla religione ma non perché ne ha trovata un’altra più valida più forte più robusta, no purtroppo, la gioventù si allontana dalla religione solo perché la sta perdendo, solo perché ai suoi valori religiosi sostituisce altri valori, valori che ubriacano questi giovani, che fanno perdere loro la testa e non sono valori perché sono il denaro, perché sono la popolarità, il successo.
La sepoltura di Mohamed (7/12/78)
(Parlando della sepoltura di Mohamed, guardiano ed aiutante ucciso nel corso di un tentativo di rapina al compound di Annalena. Annalena è dispiaciuta perché il corpo non è stato sepolto secondo la tradizione musulmana, avvolto in un lenzuolo bianco, ma ha ricevuto un funerale cristiano con una bara)
Mohamed io lo volevo a Wajir. Sognavo per lui un funerale degno del suo martirio, una tomba col muretto alto… una tomba col suo nome, con un’iscrizione in arabico… nel nome di Dio onnipotente e misericordioso… volevo un luogo a cui poter tornare… Dio ha voluto diversamente. Volontà di dio. Sia fatta la volontà di Dio. Ed è Dio che ha voluto che Mohamed fosse sepolto come qualunque buon cristiano di questo mondo, lui che cristiano lo era diventato profondamente nello spirito, lui che aveva imparato da me le leggi dell’amore, lui che serviva i malati come me e meglio di me, e mai per mestiere, sempre perché gli scaturiva dal cuore; e quando mi vedeva più preoccupata del solito per qualcuno di quei corpi minati moltiplicava i suoi sforzi per aiutarli, incoraggiarli, tradurre loro qualunque cosa io dicessi, precedendomi nel servirli perché io non mi stancassi troppo. Mohamed oggi è in Dio. Non posso non esserne felice.
Giobbe è “nostro” ma anche “loro” (25/11/79)
La tragedia è che l’Islam non insegna il comandamento dell’amore e dire che questi musulmani sono splendidi nella loro potenza di adorazione, pregano continuamente, piegano le ginocchia e la testa nel nome di Dio, hanno le lodi a Dio continuamente sulla loro bocca, la certezza incrollabile nel cuore e nello spirito che tutto avviene per volontà di Dio e che tutto va bene, va sempre tutto bene perché Lui sa ed è solo Lui che guida uomini ed eventi… dunque tutto è Grazia! Proprio come noi… Giobbe potrebbe essere “loro” nella stessa misura in cui è sicuramente nostro. Tutti i suoi beni sono distrutti, le sue ricchezze depredate, tutti i suoi dipendenti e i suoi servi uccisi, i suoi figli e le sue figlie morti sepolti sotto le macerie della loro casa… “Allora Giobbe si alzò e si stracciò la veste, si rase il capo, cadde a terra e adorò, e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”.
Il canto del Muezzin (14/12/79)
Carissima mamma, è mattino presto. Fuori c’è un cielo incantato di stelle e un filo argentato di luna che fa tremare il cuore in petto. Era tutto quieto. Ma adesso un uomo si è messo a cantare, chiama gli altri alla preghiera, altissimo il tono della voce, ma pacato, vasto e lento il suo cantilenare: nel nome di Dio onnipotente e misericordioso, alzatevi o fratelli, è tempo di lodare Dio. Non indugiate, alzatevi, Dio chiama… è ogni volta un’emozione intensa, ogni giorno come un’esperienza nuova, bellissima, toccante, liberante, purificante… e mentre prego perché questa fede così divinamente rocciosa possa un giorno essere illuminata e penetrata dal sole di Gesù Cristo, prego anche intensamente perché questa fede sia conservata a questo popolo.

venerdì 26 gennaio 2018

L'Eremo nel Deserto (Ho pregato con un'aquila)

“Vieni nel deserto, Io parlerò al tuo cuore” (Osea [2,16])

“Dio creò il deserto perché gli uomini potessero conoscere la loro anima (proverbio Tuareg)


L’avevo promesso a me stesso: la prossima volta che fossi venuto a Wajir mi sarei concesso un periodo di deserto all’interno dell’eremo che Annalena (lei lo chiamava “eremitaggio”) aveva costruito. Eccomi qua, sulla cima della torre. Il clima è fantastico, imprevedibilmente arieggiato e piacevole, lontano dal riverbero della sabbia incandescente. C’è silenzio, sento solamente i suoni della natura fino a quando i muezzin decidono che è giunta l’ora di richiamare i fedeli alla preghiera. All’esterno delle mura dell’enorme terreno assegnato al Rehab è sorta una città. All’interno c’è


qualche piccolo edificio ma il paesaggio è lo stesso bush selvaggio che vedeva Annalena 43 anni fa, quando costruì l’eremitaggio. Sono sbalordito dalla quantità di uccelli che mi circondano: storni blu, buceri, turachi, colombi, tessitori, ibis, marabù. L’incontro più incredibile è però un nibbio dal becco giallo che mi rimane accanto, appollaiato sulla cima dell’acacia del cortile dell’eremitaggio, per quasi un’ora. Rimane immobile ma attentaofino al momento in cui decolla planando sotto di me. Mi sento un privilegiato e sento il cuore galleggiare. Ho portato con me la raccolta delle lettere di Annalena (Lettere dal Kenya – 1969-1985). Rileggo le parti che riguardano l’eremitaggio, ed ora assumono un significato ed un valore che mi sovrasta e mi commuove…


13 aprile 1970
In Africa o si è contemplativi o si fallisce tutto e chi ci rimette sono sempre loro: i poveri. Qui non c’è nessuno o quasi nessuno in grado o disposto a darti quell’ossigeno spirituale senza il quale
l’anima è in continuo pericolo di asfissia. Per questo costruiremo presto il nostro eremitaggio per la nostra giornata di “deserto” settimanale, per quello più lungo annuale e per offrire silenzio, solitudine, pace a tutti quelli che vorranno venirci, i bianchi naturalmente, perché sono loro ad averne bisogno.

8 febbraio 1975
Naturalmente nell’eremitaggio non metteremo mai né luce né acqua. L’acqua l’attingeremo a mano dal pozzo e la luce dal fondo dell’anima… poi ho comprato del ferro di scarto, meglio del ferro vecchio per farne una specie di pioli incassati in un angolo del muro della cappella per salire fino alla cima della torre. Forse non vi ho ancora spiegato che la cappella dell’eremitaggio l’ho ideata come una torre tutta vuota dentro fino al tetto. Alla sommità intendo lasciare solo quattro colonnine agli angoli e il resto tutto aperto per permettere di spaziare liberamente sull’orizzonte, per cui ho ideato una specie di scaletta incassata nel muro per salire fino in cima alla torre.

10 febbraio 1975
Il pozzo tende verso il centro, gli alberelli vagheggianti, è un sogno un balsamo per il cuore andare
laggiù anche quando il sole è implacabile. Prendimi alla lettera… uno starebbe sempre là. Già il cuore sperimenta una pace, una dolcezza, una serenità insondabili. E’ una condizione di riposo dell’anima, un allentamento dolce, senza scosse, di tensioni radicate nel profondo, uno stato di fiducia senza tremiti, senza bui, senza debolezze, proprio come un bimbo sul seno della sua mamma.

14 ottobre 1975
La gioia di poter dare a un altro, a un pellegrino dell’Assoluto come noi, a tanti e poi tanti che verranno alla ricerca di silenzio, assetati di Dio… la gioia di poter dare, dicevo, di poter offrire il nostro eremitaggio unico al mondo, è talmente “divina” che sarei pronta a costruirne un altro per noi pur di poter costantemente offrire il nostro a chiunque volesse venirci a fare un’esperienza di “deserto”.

5 novembre 1982
Stesa sulla stuoia in cappella nel vuoto alto e austero della torre, contemplavo le meraviglie di Dio… non è possibile che esista un altro luogo al mondo come il nostro eremitaggio. Come ho potuto pensarlo così profondamente mistico, sobrio, austero, gli alberi di spine verdissimi pieni di uccelli da favola, il pozzo della samaritana, l’acqua della vita, il cielo da ogni lato, il muro altissimo che esclude e spalanca su orizzonti infiniti…


23 dicembre 1983
Mi sono persa nell’ascolto del vento, dei canti degli uccelli, delle imposte che sbattono leggermente… mi sono persa nell’incanto delle rose del deserto che mi sorridono brillanti qui appena fuori dalla porta, dalle finestrelle ricamate, di queste mura rosa che sanno di pace e di antico. Tutto amo qui: gli alberi di spine, il pozzo rotondo col ferro ritorto e la carrucola e le parole scritte tanti anni fa e ormai sbiadite: “la mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?”. La torre cava e quei pioli conficcati nel muro con quella salita un po' ardua a significare che non si entra se non per la porta stretta, non si cammina verso Dio, ma ci si inerpica e il respiro deve farsi faticoso e il cuore deve tremare perché Lui è santo e poi perché l’attesa di ogni incontro d’amore fa tremare il cuore.

sabato 5 ottobre 2013

Annalena: L'Eredità di un "Nessuno"

A dieci anni esatti dalla morte di Annalena l'UNHCR pubblica un nuovo video che ripercorre le tappe della sua vita attraverso filmati originali e interviste a persone che l'hanno incontrata nel corso della sua opera missionaria in Kenya e Somalia. Un video emozionante che ci racconta la storia di un gigante del nostro tempo, la cui importanza è riconosciuta con chiarezza in giro per il mondo ma che al contrario in Italia non ha (ancora) ricevuto il tributo che merita.

mercoledì 29 luglio 2009

Annalena

Non pretendo di raccontare chi era Annalena Tonelli. Il web è pieno di materiale e chiunque può raccogliere tutte le informazioni che cerca.
Tuttavia questo post ha l'ambizione di colmare una grave lacuna, e cioè la difficilissima reperibilità di contributi video su Annalena. I due filmati che seguono sono Patrimonio Mondiale dell'Umanità più di quanto possano esserlo il centro storico di qualche sperduta cittadina od un monumento costruito mille anni fa.
In entrambi i filmati Annalena parla di sè e del suo lavoro. Non esiste modo migliore di comprendere la sua opera che sentirla raccontata dalla sua voce.

Il primo è un video in inglese disponibile si www.stoptb.org


Il secondo raccoglie alcuni momenti di un evento tenutosi il 30.06.2003 organizzato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dal Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo.


M.L.

sabato 6 settembre 2008

Tra gli Angeli di Wajir

Caldo opprimente, strade sabbiose sulle quali è persino difficile camminare, vegetazione rada e spinosa. Se la vita nei villaggi africani a cui siamo abituati sembra difficile, questa appare addirittura impossibile. Dove questa gente tragga acqua e alimenti è misterioso.
In questo paesaggio riarso dal sole, migliaia di famiglie conducono una vita normale fatta di gesti semplici e quotidiani; non è difficile comprendere come mai la gente del deserto abbia sviluppato un carattere ed un fisico così coriacei.
I somali sono gente dura e orgogliosa, inasprita da un credo fondamentalista e intransigente. Essi popolano fin dai tempi antichi l'intero nord-est del Kenya, regione semi-desertica morfologicamente più simile al nord-Africa che non all'Africa sub-sahariana.
Wajir si trova ad un centinaio di chilometri dal confine somalo, mentre sono almeno trecento i chilometri di pista sabbiosa e strada disagevole che la separano da Nairobi. Questo è uno dei motivi per i quali Wajir possa essere considerata più una città della Somalia meridionale che non del Kenya settentrionale.
Wajir è senz'altro un luogo di frontiera, lontano da ogni rotta del turismo ed evitato dai keniani stessi, nel quale la sfida maggiore è il confronto con una cultura complessa e poco propensa al dialogo.

Avvenimenti tragici accaduti in Somalia durante la nostra permanenza hanno fatto salire la tensione e ci hanno indotto ancor più a prestare attenzione ad ogni nostro minimo gesto.
Essere cattolici in questi luoghi è assai complicato: ogni religione diversa dall'Islam viene guardata con sospetto e col timore che possa minare lo status quo. Diverse chiese sono state cacciate da Wajir, "colpevoli" di essersi prodigate in opere di evangelizzazione e di aver provocato la conversione di qualche somalo. Ciò non è tollerato, e l'espulsione della comunità religiosa viene accompagnata da atti violenti ai danni di tutte le chiese presenti, cattolici compresi. Un crocefisso privato delle braccia sopra l'altare della Chiesa cattolica testimonia quanto sia delicata la presenza dei cattolici a Wajir.
Ci ha ospitati Pina Russo, missionaria laica romana che ha dedicato gli ultimi otto anni della sua vita a favore della comunità locale. In accordo con la diocesi di appartenenza, la diocesi di Garissa (otto ore di autobus da Wajir!), Pina svolge la sua opera di volontariato senza fini di evangelizzazione, con spirito di pura e disinteressata carità. Questo indirizzo, da sempre portato avanti fin dai tempi di Annalena, ha permesso alla Chiesa cattolica di essere ben accetta e accolta con riconoscenza dalla popolazione.
L'importanza del lavoro che viene svolto tra mille difficoltà ogni giorno a Wajir è proprio questa: costruire un ponte di pace e di dialogo con il mondo musulmano, testimoniando con le opere concrete i valori in cui crede la nostra civiltà, evitando le parole e i giudizi che, se espressi con leggerezza, sono in grado di provocare incomprensioni e risentimento.


Forti del favore che i cattolici hanno saputo costruirsi nel corso degli anni, siamo stati accolti da tutti i somali che abbiamo incontrato con grande cordialità e amicizia, addirittura invitati ad entrare nelle capanne e a sedere al loro fianco.
In questo angolo remoto del Kenya nel corso degli anni sono state realizzate con successo diverse strutture: una clinica per la cura della tubercolosi ed un "villaggio" dove i pazienti possono trovare alloggio per la durata della terapia, una scuola per sordomuti, una scuola per giovani ragazze somale, un centro per la riabilitazione dei bambini disabili, un centro di accoglienza per anziani. L'impronta che Annalena (e chi ha lavorato insieme a lei) ha lasciato qui è molto forte, e molte persone incontrate la ricordano con commozione, rispetto e gratitudine.
Ma non sarebbe giusto parlare di Wajir coniugando ogni verbo al passato.Gli anni sono trascorsi, alcune strutture sono state chiuse, altre sono radicalmente cambiate nell'impostazione generale, altre ancora hanno subito vicissitudini pur mantenendo inalterato lo spirito di carità, condivisione e testimonianza.E' questo il caso del Centro di Riabilitazione, un luogo dove ancora oggi vengono compiuti piccoli miracoli quotidiani.



Nella società somala si riscontra uno dei più alti tassi di disabilità infantile registrabili in qualunque altra parte dell'Africa. Numerose sono le motivazioni: denutrizione, consanguineità, mutilazioni genitali, mancanza di assistenza sanitaria al parto. Quattro figli di cui tre ciechi, tre figli con malformazioni alle gambe… sono solo esempi di situazioni reali di famiglie che abbiamo visitato insieme ai volontari del Centro di Riabilitazione. Oggi l'attività del Centro è portata avanti infatti da giovani volontari kenyani che hanno maturato competenze in ambito ortopedico, infermieristico, fisioterapico. Joseph, Viola, Betty, Fatuma, Rose e Joel seguono e svolgono riabilitazione quotidiana nel Centro a numerosi bambini, visitano nei villaggi di appartenenza quelle famiglie che non sono in grado di portare i loro figli fino a Wajir, costruiscono attrezzature per la deambulazione, distribuiscono alimenti alle famiglie che non sono in grado di procurarseli, somministrano medicinali a bambini che altrimenti morirebbero di banali malattie. Questi ragazzi, senza fondi che non provengano da donazioni di privati, lavorano volontariamente in una maniera estremamente professionale, riempiendo di amore e compassione ogni loro atto. Pina poi assicura al Centro di Riabilitazione una preziosissima opera di coordinamento e supervisione.
Siamo stati testimoni di drammatiche realtà alle quali era difficile anche solo assistere come osservatori. Il lavoro di questi volontari ci ha colpiti profondamente, e l'impegno che ci siamo presi è quello di realizzare un libro fotografico con la vendita del quale contribuire a sostenere il loro operato.
Ciò che è stato realizzato a Wajir in passato è miracoloso. Ma la sabbia del deserto ed il tempo rischiano di cancellare ogni cosa. In quei luoghi i bisogni sono ancora tantissimi e chi opera ogni giorno per farvi fronte va sostenuto con impegno e costanza, perché nulla di ciò che è stato e che ancora vive vada perduto.
(testo scritto nell'Ottobre 2006)

M.L.