lunedì 15 ottobre 2018

La Crosta dell'Africa


Nudos Amat Eremus
Il Deserto ama coloro che non hanno Nulla
(San Girolamo)

Ho capito recentemente quanto sia importante accompagnare persone alla scoperta dell’Africa. Frequentando con assiduità i progetti (perché questo è ciò che faccio) ho finito per dare per scontati tantissimi aspetti che invece mi avevano infiammato all’inizio. Inutile negarlo: con il tempo si perde un po' di poesia e le emozioni si fanno più sfumate. Sento l’esigenza di partire, di tornare, ma a volte fatico a ricordare il perché.
Quando a viaggiare non sono solo è tutto diverso. È come tornare indietro nel tempo. Riesco a rivivere tutto attraverso gli occhi, le emozioni, gli interrogativi di chi è al mio fianco.
L’Africa ha due piani di lettura.
C’è la crosta, il piano superficiale, che contiene il disagio, la povertà, i contrattempi, le malattie. È la
realtà con la quale ci si confronta al primo impatto, ed essa può suscitare disgusto. È tutto talmente incomprensibile che è assolutamente normale rifiutarlo.
A Wajir questi due livelli sono estremizzati ed ogni sensazione, positiva o negativa, è amplificata.
Wajir è un luogo speciale, troppo speciale per abituarcisi.
All’inizio si rimane storditi dal caldo, disgustati dalla plastica abbandonata ovunque, interdetti da alcuni aspetti della cultura somala, impauriti per la violenza dilagante alle porte della città, sconvolti dalla povertà estrema in cui versa la popolazione.
Agli occhi di un visitatore neofita d’Africa, Wajir è l’inferno.
Osservo divertito chi vive questa fase, ansioso di vedere se chi la attraversa sarà in grado di fare il passo successivo. Non è un passaggio automatico né alla portata di tutti. Qualcuno tornerà a casa propria provando, e poi ricordando di aver provato, esclusivamente queste sensazioni. Per evitare che ciò accada, diventa essenziale la presenza di una guida che aiuti ad interpretare la realtà.
Se si ha la pazienza e la disposizione d’animo per superare il livello superficiale, poi l’Africa inizia a parlare al cuore e la repulsione diventa attrazione, curiosità, stupore, pura gioia.
Ci si rende lentamente conto che il deserto, che inizialmente pareva ostile alla vita, ospita in realtà una moltitudine di creature, una varietà di uccelli impensabile alle nostre latitudini, una presenza sorprendente di mammiferi discreti come le giraffe, albe e tramonti commoventi.
Quando si accettano i ritmi compassati e l’incapacità di rispettare i programmi, improvvisamente ci si rende conto che nelle attese c’è tanto spazio per la relazione e la riflessione e che la lentezza è il miglior antidoto allo stress di cui noi occidentali siamo afflitti costantemente.
Quando si supera la diffidenza ed il pregiudizio nei confronti dei musulmani, si rimane stregati dal canto ammaliante del muezzin, ci si scopre affascinati dalla spiritualità degli anziani che recitano interminabili rosari all’interno di povere capanne, si prova rispetto per chi osserva con meticolosità il dettame delle preghiere quotidiane.
I somali, che in principio appaiono gente dura e poco propensa al dialogo, rivelano successivamente la capacità di mostrare gioia e riservatezza allo stesso tempo e non si può che provare una sorta di ammirazione empatica per la dignità con la quale conducono vite totalmente prive di qualunque risorsa.
Poi ci sono i volontari e la carità di oggi, e su ogni cosa è palpabile lo spirito di Annalena.
Ho compreso che Wajir rende sante le persone. Bisogni così immensi e una realtà così difficile risvegliano qualcosa dentro di noi. Ci si trova di fronte alla possibilità di aiutare davvero le persone e
di poter fare seriamente la differenza.
Il secondo livello dell’Africa a Wajir è un sentiero sabbioso che conduce all’eremo di Annalena. Lungo il sentiero si acquista la consapevolezza che per aiutare queste persone occorre diventare un po' santi, emanciparsi dai bisogni del corpo per abbracciare quelli dell’anima. È necessario rinvigorire le proprie motivazioni, distinguere la bellezza dell’essenzialità, scoprire che la nostra vita qua può acquisire un senso compiuto.
Lungo il sentiero diventa tremendamente chiaro che “i poveri bisogna andarli a cercare”, che aiutare il prossimo è un’azione che esprime il movimento ed esclude la staticità. 
Sono ancora all’inizio di quel sentiero, per cui rimane ancora tanto da scoprire.
Il mio compagno di viaggio ha già capito è che “uno può vedere le foto ed ascoltare i racconti, ma se non vede con i propri occhi non può credere che tutto questo sia possibile”. Per intraprendere quel sentiero sabbioso insomma, bisogna venire a Wajir.
ML

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