martedì 21 agosto 2018

Madeleine

Si chiama Madame Madeleine ma qua è conosciuta come Madame Vazaha (straniera). È belga ma abita a Tsiro da 42 anni. Oggi io e Roberto le abbiamo fatto visita sotto l'attenta guida di Suor Marie-Jeanne. Quando entro in casa scostando la tenda velata bianca mi viene subito in mente la tavernetta di mia nonna, fatta di Barbie e giochi di plastica anni '50. Sul tavolo riconosco la custodia della cassetta del cartone "il principe d'Egitto". C'è odore di soffitta e la penetrante colonna sonora di un film francese in televisione copre la voce delicata di Madeleine. Indossa un vestito verde infermiera ed un cardigan di lana rossa; i suoi capelli corti, grigi e lisci incorniciano il suo viso morbido, bianco, stanco. Madeleine ha gli occhi azzurro ghiaccio, di quelli che se li fissi per un po' ti viene da lacrimare. Si rivolge a noi con un francese sofisticato. Ad un certo punto Madeleine si alza dalla poltrona, lentamente per via di un problema alle caviglie, e scompare nella stanza accanto. Suor Marie-Jeanne approfitta della sua assenza per paragonarla ad una grande mamma. Madeleine ha aperto la sua casa di Tsiro a sette bambini diversamente abili e da 24 anni contribuisce al mantenimento di una scuola che ospita 400 bambini e ragazzi che necessitano assistenza. Domani mattina, alle 9:30, io e Roberto visiteremo la scuola.
È ormai pomeriggio, ma il sole ancora alto mi costringe ad aggrottare le sopracciglia mentre esco dal cancello del Liceo Cattolico di Tsiro.
<>: è un bimbo piccolo, con gli occhi neri e una maglietta rossa con la stampa di un coccodrillo verde che mi ricorda le illustrazioni di Nicoletta Costa. Mi accovaccio e arriccio il naso: <>. Non appena mi presento, un esercito di bambini investe me e Roberto. Tra un Je m'appelle e l'altro colgo il nome di Jacqueline, una ragazzina di 12 anni che decide di divertirsi sciogliendomi i capelli. Una ventina di bambini mi circondano, mi fanno sedere per terra e in un attimo i miei cheveux sono suddivisi in tante piccole treccine.
Mi sento giullare come quando facevo l'animatrice al miniclub di Cesenatico, ma con una piccola differenza: questi bambini non stanno con me per noia o perché indosso una buffa maglia gialla con scritto "Staff Animazione". Forse hanno deciso di trascorrere una mezz'ora con me perché ho un viso nuovo e dei capelli perfetti da annodare perché troppo lisci e sottili (anche se ora che sto tentando di sciogliere le treccine non sembrano più tanto lisci... ).
Ora penso a Madeleine, che ha avuto il coraggio di spalancare le porte delle case di Tsiro e ha donato la sua vita per risolvere un problema. Io purtroppo non vedo un singolo problema, vedo soltanto delle conseguenze sfuocate di un problema di base che purtroppo non riesco ad identificare. L'amministratore diocesano Jean-Claude ci ha parlato di politica...
Ho deciso di rispettare la lentezza dei miei pensieri e ammucchiare domande senza risposte, ancora per un po'.
ANNA

lunedì 20 agosto 2018

Melodie, stelle, candele

19 agosto

Sono a casa quando vedo il grande portone di metallo socchiuso e all'interno lo svolazzare della veste azzurra della suora che tenta di sganciare il catenaccio. È quasi mezzogiorno; stamattina alle sette abbiamo lasciato Tanà, con la sua aria fredda e bagnata e il classico disagio del primo giorno: ora siamo a Tsiro. Qui dentro c'è aria di festa: nomi, baci (tre baci partendo dalla guancia destra) colori. Il pomeriggio è fatto di docce fredde, panni stesi al sole, profumo di sapone di Marsiglia, cesti ricolmi sulla testa, sorrisi imbarazzati, sole e mal di testa, zanzare e una lunga dormita: è un pomeriggio arancione con un tocco di blu. Mi sveglio con il buio pesto delle 18:02 e una melodia di vespri cantata da voci di giovani donne. La serata inizia ora: è fatta di stelle sconosciute, riso ed erbe, aria fredda e un momento tutto mio, a lume di candela.
Per la prima volta, dopo tanti mesi, socchiudo gli occhi e penso. Penso non in funzione di qualcosa che devo fare o per il rimorso di qualcosa che ho fatto, ma osservo come il mio respiro riesca a far danzare la debole fiamma che illumina la mia camera. Percepisco la lentezza del luogo in cui mi trovo: un ritmo dolce ed elegante, che cela però grande laboriosità. Le occupazioni che finora ho ritenuto "casalinghe" o superflue appaiono ora fondamentali. Voglio approfondire questo pensiero.
ANNA

Terra rossa e Riso

19-08-18 Eccolo di nuovo. Eccolo l'odore dell'Africa. È come se fossi ritornato a casa.
Le suore infatti mi hanno così accolto: come sei fossi uno di loro, un amico di sempre. "Roberto! Scout! Bienvenue!" Avevano anche un cartello con il mio nome.
Siamo saliti in macchina e siamo partiti per Tsiro. Alle 8 avevamo fame e abbiamo fatto colazione con il riso e dei piccoli pesci. Mancavano ancora 3 ore e Naina, il nostro autista, ha messo una musica simile al Kelele della Tanzania. Poi ha messo Bennato.
Nel retro della casa delle suore c'è un campetto di basket. Io ci sto in mezzo e sto scrivendo. La terra rossa è ovunque: ha già invaso il mio zaino e le scarpe.


20-08-18

Questa mattina abbiamo fatto un giro a Tsiro con Suor Marie Jeanne. Siamo stati in banca e abbiamo acquistato le SIM. Poi siamo andati a comprare le salsicce al mercato. Per le strade ci sono tantissimi polli, maiali e zebù. Ovviamente tutti morti, prossimi al macello e alla vendita.
A pranzo c'erano fagioli, salsicce, fagiolini e ovviamente riso. C'è talmente tanto riso che usano come bibita l'acqua con cui viene bollito.
Dopo pranzo siamo tornati al paese, io ed Anna. Al mercato c'era ancora molta gente, nonostante fossero le due del pomeriggio. Ci siamo fermati in una locanda, abbiamo preso una birra. Un tipo ha cercato di conversare con noi ma c'è stata solo qualche risata imbarazzata, visto che parlava solamente malgascio e noi non capivamo nulla.
Nelle campagne africane, tra le prime cose che noti nelle persone sono i piedi scalzi e sporchi. Dopo aver innaffiato per ore le rose nel giardino delle suore, anche io ed Anna avevamo i piedi sporchi e fangosi. Proprio come loro.

ROBERTO

mercoledì 15 agosto 2018

Iniziando a vivere Boma

E finalmente abbiamo iniziato le nostre attività a Boma! divisi in 2 gruppi abbiamo animato l'asilo ed esplorato la foresta arrivando stremati a fine giornata, sia per i sentieri equatoriali che per l'energia interminabile dei bambini.
Ci ha sorpreso il loro caloroso benvenuto nonostante le manine gelide e le scarpette un po' rotte: ci rimbombano ancora in testa le loro voci squillanti e la loro emozione davanti a un pallone (così è nato il gioco "palla scatenata") il pomeriggio è trascorso tra visite al villaggio, alla sartoria, a fare lo slalom tra moto impazzite, al saloon di bellezza ed a "aereosollarci" di terra rossa e smog.
Per i genitori: siamo serviti e riveriti ad ogni pasto, sempre accolti da piatti caldi dopo fredde giornate d'agosto (strano pensare che diremo di aver patito freddo in Africa).
E buon ferragosto anche se qui sembra più San Geminiano.
Ps. Avvistata pastiglia di Malarone nelle acque del fiume delle foreste tanzaniane, ma è tutto sotto controllo.

lunedì 13 agosto 2018

Un giorno di incontri


Allora, eccoci qua dopo un’altra intensa giornata a raccontarci quello che è successo . Inizialmente abbiamo passato un paio di ore a fare i biglietti per la foresta pluviale. Per passare il tempo abbiamo fatto un allenamento fra di noi a calcio per l’incombente partita (non giocata) che ci avrebbe dovuto aspettare contro gli scout di Iringa. Dopodiché  abbiamo avuto l’incontro con il vice vescovo del luogo, che ci ha spiegato il sistema scolastico della Tanzania. Abbiamo poi incontrato il gruppo scout maschile, che accogliendoci in una maniera molto calorosa ci ha colpito per il modo di fare molto spontaneo. Dopo un pranzo on the road (la strada viene chiamata massaggio dell’Africa, per via delle sue condizioni) siamo giunti alla scuola secondaria professionale Nyota-Ya Asubumi di Ilamba. I bambini della scuola ci hanno accolto con canti e risa e ci hanno detto i loro sogni futuri. Dopo un tortuoso percorso siamo finalmente giunti a Bomalang’ombe, dove le signore che gestiscono la casa hanno cucinato un tipico pasto per noi. Qui il cielo è un tripudio di stelle.
Ps: continuiamo a prendere il Malarone.

domenica 12 agosto 2018

Tanzania: scoprire una terra per ritrovare sé stessi


A tre giorni dall'inizio della nostra route, dopo 9 ore di aereo, un "afterino facile", 12 ore di pulmino con tanto di avvistamento di giraffe, elefanti, babbuini, antilopi, gazzelle, zebre e carcasse, siamo arrivati sani e salvi (a parte uno zaino) ad Iringa.
Durante il viaggio, abbiamo tutti notato quanto questo ambiente sia molto diverso da quello in cui viviamo ogni giorno.
Per esempio, parlando del tempo... pensate alle nostre tipiche giornate, frenetiche e piene di impegni... beh, dimenticatevele: qui è tutto "pola pola ", o come diciamo noi, "tola dolza".
Lungo tutto il percorso, infatti, abbiamo visto piccoli gruppi di persone che stavano semplicemente seduti di fronte alle loro baracchine o piccole botteghe a vendere i loro prodotti o a parlare e mangiare con i "vicini".
Parlando di oggi, la giornata in teoria sarebbe dovuta iniziare alle 7:30... in pratica, alcuni non hanno sentito la sveglia perché ci sono delle persone  che cantano per strada già delle 6 del mattino.
Qui, infatti, ovunque vai la musica c'è sempre.
Abbiamo poi partecipato alla messa locale, che si è tenuta alla cattedrale: è stata un'esperienza unica e speciale.
All'inizio tutti ci guardavano, scrutavano e studiavano... soprattutto i bambini, che sembravano quasi affascinati da noi.
Per la prima volta ci siamo sentiti "stranieri", "diversi", perché eravamo una piccola macchietta bianca in un mare coloratissimo; ci hanno, comunque, resi partecipi e ci hanno accolto calorosamente.
Siamo poi andati a fare la spesa al mercato, dove ad ogni metro si sentiva un odore diverso.
Sono stati tre giorni molto intensi, forse talmente tanto che dobbiamo ancora metabolizzare il tutto.
Questa sera riposo e domani si riparte verso Bomalang'ombe... A prestooooo!!!

Il Clan Ali Aperte

giovedì 1 marzo 2018

Annalena e l'Islam

Testi tratti da “Lettere dal Kenya” 1969-1985

Essere cristiani in un mondo musulmano (10/04/69)
[I padri della Consolata di Garissa] sono venuti per scelta, per mettersi a servizio di questa gente nomade e poverissima, ma a servizio vero, per crescere con loro: istruzione, tentativo di aiutarli a diventare uomini veri, con una loro dignità, una loro possibilità di crescere da soli, di progredire, cosa, oggi, impossibile perché mancano i leader preparati. Il progetto è stato calorosamente approvato quando i padri hanno messo ben in chiaro che non solo non si farà proselitismo di alcun genere ma che i ragazzi… saranno mandati alla scuola locale dove tra l’altro sarà loro insegnato il Corano e, meraviglia di tutte le meraviglie, che l’orfanotrofio sarà aperto al loro prete o insegnante di religione musulmano tutte le volte che vorrà venire e sarà chiuso invece a qualunque prete o insegnante di religione cattolica o cristiana che voglia andare a “evangelizzare”.
La Luna (28/10/72)
La Luna ha un profondo valore simbolico nel mondo religioso musulmano e in quello di tutti i popoli del deserto. Tutta la vita del musulmano si regola sulle fasi lunari: il tempo, gli anni, i mesi, le settimane, il Ramadan (il mese di digiuno), le grandi feste religiose, le cerimonie liturgiche… il nomade ama moltissimo la luna e dice che è buona e bella. Come è vero, sempre più vero, che il conforto viene alla fine sempre e solo dalla donna e non dall’uomo…
La moschea (11/06/73)
Da un po' di tempo abbiamo cominciato anche la costruzione di una moschea; i ragazzi indubbiamente purtroppo sono dei velleitari ma fin da quando sono venuta desideravano tanto avere una moschea, di queste fatte così, di rami, ma belle però, eleganti e poi invece praticamente chi fa la moschea sono io che procuro i pali, che procuro l’aiuto nel lavoro, tutte le idee, il luogo in cui farla. Comunque già io pregusto il giorno in cui la moschea sarà pronta… dentro metterò delle stuoie, spero che i ragazzi possano pregare di più , pregano così poco; la gioventù si allontana completamente dalla religione ma non perché ne ha trovata un’altra più valida più forte più robusta, no purtroppo, la gioventù si allontana dalla religione solo perché la sta perdendo, solo perché ai suoi valori religiosi sostituisce altri valori, valori che ubriacano questi giovani, che fanno perdere loro la testa e non sono valori perché sono il denaro, perché sono la popolarità, il successo.
La sepoltura di Mohamed (7/12/78)
(Parlando della sepoltura di Mohamed, guardiano ed aiutante ucciso nel corso di un tentativo di rapina al compound di Annalena. Annalena è dispiaciuta perché il corpo non è stato sepolto secondo la tradizione musulmana, avvolto in un lenzuolo bianco, ma ha ricevuto un funerale cristiano con una bara)
Mohamed io lo volevo a Wajir. Sognavo per lui un funerale degno del suo martirio, una tomba col muretto alto… una tomba col suo nome, con un’iscrizione in arabico… nel nome di Dio onnipotente e misericordioso… volevo un luogo a cui poter tornare… Dio ha voluto diversamente. Volontà di dio. Sia fatta la volontà di Dio. Ed è Dio che ha voluto che Mohamed fosse sepolto come qualunque buon cristiano di questo mondo, lui che cristiano lo era diventato profondamente nello spirito, lui che aveva imparato da me le leggi dell’amore, lui che serviva i malati come me e meglio di me, e mai per mestiere, sempre perché gli scaturiva dal cuore; e quando mi vedeva più preoccupata del solito per qualcuno di quei corpi minati moltiplicava i suoi sforzi per aiutarli, incoraggiarli, tradurre loro qualunque cosa io dicessi, precedendomi nel servirli perché io non mi stancassi troppo. Mohamed oggi è in Dio. Non posso non esserne felice.
Giobbe è “nostro” ma anche “loro” (25/11/79)
La tragedia è che l’Islam non insegna il comandamento dell’amore e dire che questi musulmani sono splendidi nella loro potenza di adorazione, pregano continuamente, piegano le ginocchia e la testa nel nome di Dio, hanno le lodi a Dio continuamente sulla loro bocca, la certezza incrollabile nel cuore e nello spirito che tutto avviene per volontà di Dio e che tutto va bene, va sempre tutto bene perché Lui sa ed è solo Lui che guida uomini ed eventi… dunque tutto è Grazia! Proprio come noi… Giobbe potrebbe essere “loro” nella stessa misura in cui è sicuramente nostro. Tutti i suoi beni sono distrutti, le sue ricchezze depredate, tutti i suoi dipendenti e i suoi servi uccisi, i suoi figli e le sue figlie morti sepolti sotto le macerie della loro casa… “Allora Giobbe si alzò e si stracciò la veste, si rase il capo, cadde a terra e adorò, e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?”.
Il canto del Muezzin (14/12/79)
Carissima mamma, è mattino presto. Fuori c’è un cielo incantato di stelle e un filo argentato di luna che fa tremare il cuore in petto. Era tutto quieto. Ma adesso un uomo si è messo a cantare, chiama gli altri alla preghiera, altissimo il tono della voce, ma pacato, vasto e lento il suo cantilenare: nel nome di Dio onnipotente e misericordioso, alzatevi o fratelli, è tempo di lodare Dio. Non indugiate, alzatevi, Dio chiama… è ogni volta un’emozione intensa, ogni giorno come un’esperienza nuova, bellissima, toccante, liberante, purificante… e mentre prego perché questa fede così divinamente rocciosa possa un giorno essere illuminata e penetrata dal sole di Gesù Cristo, prego anche intensamente perché questa fede sia conservata a questo popolo.

domenica 28 gennaio 2018

Meeting Poors at their Home


Volunteers of Wajir Grannies Centre - DCCG (John, Patrick, Habiba) have remained the only representatives of the Catholic community to visit families in the villages. Once this activity was a practice for the Rehabilitation Centre, which carried out community based rehabilitation for children who could not go to the Centre. Today this does not happen anymore. "Reasons for security" is reported to me by the Camillian sisters. Honestly, I can not blame them.
I accompanied the volunteers to visit the elders registered in the centre (over two hundred) in the villages of Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. I understood in person the importance of going to meet the poor at their home. It was essential that I’ve been introduced by the DCCG team. Very few whites are seen in town (in the week I've been there I've never met one) and in the villages nobody ever. I was the first white child that many children met in their life. Somali culture is very diffident and closed towards foreigners: the company of the volunteers of the centre has instead generated joy and welcome and wide-open smiles everywhere. This is the legacy of Sister Teresanna's thirty years of service to the aged. Taking pictures was not a problem and even the access inside the “tucul“ (the small dome-shaped huts of the Somalis) was allowed friendly. I also seated and I was offered Somali tea filled with goat's milk. All this in other circumstances would have been difficult for a foreigner and even impossible for a white man.
The volunteers of the DCCG Centre are the ambassadors of the Christian community in the villages. The Charity that they practice constantly allows all Catholics to be accepted and to live in peace in Wajir.
Many grannies registered at the Centre are unable to walk. It is therefore important to meet relatives or those who come to collect the medicines, foods and other basic necessities that are distributed.
Entering the small enclosures built with low thorny bushes planted on the sand allows us to understand how the grannies family is composed. In general, only women and children are encountered, since men, when they exist, are generally looking for a job or in the bush with dromedaries and zebu. I have found that there is never more than one salary (often occasional) every ten to fifteen people.
The interior of the huts is very poor. Two or three beds are laid out on the sand, often without a mattress. Some objects hang from the branches that make up the supporting skeleton. There are no ornaments - besides there are no furniture - nor decorative objects. The heat is more or less suffocating depending on the roof material of the hut: acceptable if covered with straw mats, unbearable if in plastic sheets or even pieces of sheet metal.
During the visits we met some success stories occurred in the many attempts to offer opportunities to generate income for grannies. Some goats distributed have become small herds, simple business tables transformed into real shops.
Meeting families is also an opportunity to verify a disheartening fact: many children do not attend school. Indeed, it seems that the choice whether to go to school or not is entrusted to the children themselves. A decisive intervention in this sense should be a future development of the Centre's activities.
During the visits to the villages, the aged became the pretext to get to know many aspects of culture, families and Somali society. Looking for grannies you end up meeting two equally vulnerable categories such as children and women. Together they are engaged in the daily struggle for survival and our goal is to help them find dignity and humanity even in such difficult lives.

Incontrando i Poveri a Casa loro

I volontari del Centro per Anziani di Wajir – DCCG (John, Patrick, Habiba) sono rimasti gli unici rappresentanti della comunità cattolica a visitare le famiglie nei villaggi. Un tempo questa attività era una prassi per il Centro di Riabilitazione, che svolgeva riabilitazione su base comunitaria a favore dei bambini che non potevano recarsi al Centro. Oggi ciò non avviene più. “Motivi di sicurezza” mi viene riferito dalle suore camilliane. In tutta sincerità non riesco a biasimarle.
Ho accompagnato i volontari nella visita degli anziani registrati al centro (oltre duecento) nei villaggi di Alimaow, Gutut, Jogoo, Hodhan, Wagberi. Ho compreso di persona l’importanza di andare a incontrare i poveri a casa loro. È stato fondamentale che io mi presentassi insieme all’equipe del DCCG. Si vedono pochissimi bianchi in città (nella settimana in cui ci sono stato non ne ho mai incontrato uno) e nei villaggi mai nessuno. Ero il primo bianco che molti bambini incontravano in vita loro. La cultura somala è molto diffidente e chiusa nei confronti degli stranieri: la compagnia dei volontari del centro invece ha generato gioia ed accoglienza e spalancato ovunque enormi sorrisi. Questa è l’eredità dei trent’anni di servizio agli anziani di Suor Teresanna. Scattare foto non è stato un problema e anche l’accesso all’interno dei tucul (le piccole capanna a forma di cupola dei somali) veniva permesso di buon grado. In diverse circostanze sono stato fatto sedere e mi è stato offerto del tè somalo allungato con latte di capra. Tutto questo in altre circostanze sarebbe stato difficile per uno straniero e addirittura impossibile per un bianco.
I volontari del Centro DCCG sono gli ambasciatori della comunità cristiana nei villaggi. La Carità che praticano costantemente permette a tutti i cattolici di venire accettati e di vivere in pace a Wajir.
Molti anziani registrati al Centro non sono in grado di camminare. È quindi importante incontrare i parenti o i conoscenti che vengono in loro vece a ritirare i medicinali, gli alimenti e gli altri generi di prima necessità che vengono distribuiti.

Entrare nei piccoli recinti costruiti con bassi cespugli spinosi piantati sulla sabbia permette di capire come è composta la famiglia di cui gli anziani beneficiari fanno parte. In genere si incontrano solo donne e bambini, dal momento che gli uomini, quando esistono, sono generalmente in giro alla ricerca di un’occupazione o nel bush con i dromedari e gli zebù. Ho potuto constatare che non è mai disponibile più di uno stipendio (spesso saltuario in realtà) ogni dieci-quindici persone. 
L’interno delle capanne è poverissimo. Sono disposti sulla sabbia due o tre letti, spesso senza materasso. Alcuni oggetti sono appesi ai rami che costituiscono lo scheletro di sostegno. Non esistono soprammobili – del resto non ci sono mobili - né oggetti decorativi. Il caldo è più o meno soffocante a seconda della copertura della capanna: accettabile se coperta con stuoie di paglia, insopportabile se in teli in plastica o addirittura pezzi di lamiera.
Nel corso delle visite abbiamo incontrato alcune storie di successo occorse nei molti tentativi
di offrire opportunità di generare reddito. Alcune capre distribuite sono divenute piccole greggi, semplici tavolini per la vendita di prodotti di uso comune trasformati in veri e propri negozi. 
L’incontro dei nuclei famigliari è l’occasione anche per verificare un dato sconfortante: tantissimi bambini non frequentano la scuola. Sembra anzi che la scelta se andare a scuola o meno sia affidata ai bambini stessi. Un deciso intervento in questo senso dovrebbe essere un futuro sviluppo delle attività del Centro.
L’anziano, nel corso delle visite nei villaggi, è divenuto il pretesto per conoscere tanti aspetti della cultura, delle famiglie, della società somala. Cercando gli anziani si finisce per incontrare due categorie altrettanto vulnerabili come i bambini e le donne. Insieme sono impegnati nella lotta quotidiana per la sopravvivenza ed il nostro obbiettivo è di aiutarli a trovare la dignità e l’umanità anche in esistenze così difficili.
ML