lunedì 13 luglio 2020

Life is a Circle

Quando ero al liceo la professoressa di italiano ci mostrò un film che mi colpì molto, tanto da diventare poi uno dei miei film preferiti. Il film, prodotto e in gran parte girato in Macedonia, si intitola "Prima della Pioggia" e vinse il leone d'oro a Venezia nel 1994. Gli eventi che compongono il film sono suddivisi in tre capitoli che si svolgono tra Londra ed i Balcani. Il film ha toni drammatici e racconta vicende legate al conflitto etnico che ha incendiato la ex-Jugoslavia negli anni novanta. Ciò che colpisce lo spettatore attento è che all'interno di ogni episodio sono contenuti dettagli o avvenimenti che precedono e allo stesso tempo succedono gli altri episodi. In questo modo è impossibile costruire una successione lineare degli eventi. Il regista inserisce ad un certo punto del film un "aiuto" rivolto allo spettatore disorientato. È un graffito su un muro che riporta questa scritta: "life is a circle". In effetti i tre episodi sono legati fra loro secondo uno schema circolare e non lineare. Ogni episodio è successivo e precedente agli altri.
Penso spesso a quel film. Alle tragiche vicende raccontate, che in qualche modo ho vissuto durante il servizio in Kosovo, ma soprattutto al messaggio subliminale del regista: "life is a circle".
Tante volte nella vita mi è capitato di ritrovarmi in situazioni già vissute, interpretando un ruolo diverso. Di incontrare persone per le quali si è stati solo comparse nel passato, e di ritrovarsi improvvisamente protagonista della loro vita. Di abbandonare un luogo perché vissuto come opprimente, e poi sceglierlo per affondare le proprie radici.
Porto al collo da qualche anno la sezione di una conchiglia. Il disegno che porta mi ha sempre affascinato. Sembra una spirale, oppure un cerchio che si sviluppa dentro se stesso, all'infinito.
Qualcuno mi ha chiesto cosa significasse e perché fosse importante per me. Ora l'ho capito: "life is a circle".
M. L.

martedì 16 giugno 2020

Lo Spirito dell'Albero

Un tempo l’uomo comunicava con gli alberi e da quel dialogo tutta la vita sulla Terra traeva beneficio.
La tradizione mistica ebraica della Cabala rappresenta il ponte tra il paradiso e la Terra con un albero rovesciato. Tra le festività ebraiche esiste il Capodanno degli alberi. Uno dei fondamenti dello Stato di Israele è il piantare alberi.
Gli antichi testi indù (Upanishad) spingono alla venerazione del baniano (Ficus bengalensis) che, con le radici in cielo e la chioma sulla terra, è la manifestazione di Brahma nell’universo.
Al centro della religione zoroastriana ci sono due alberi: l’albero della vita, i cui frutti donano la vita eterna a chi se ne cibi, e l’albero taumaturgico, che dona guarigione e benessere.
Gli antichi egizi credevano che un grande sicomoro mettesse in contatto i mondi della vita e della morte, e che un grande albero formasse un arco sopra la Terra contenendo tutto il cielo.
Nella mitologia scandinava, il frassino Yggdrasil affonda le proprie radici sottoterra e i suoi rami sostengono la casa degli dei.
Gli antichi greci dedicavano l’alloro, l’ulivo, il mirto, l’edera ad Apollo, il cipresso ad Ade, la quercia a Zeus. Nella tradizione greca il ramo di ulivo è associato alla pace, la corona di alloro alla vittoria sportiva. L’accademia di Platone era situata in un bosco dedicato ad Atena, la dea della saggezza.
I romani associavano il mirto a Venere e Nettuno.
Le tribù germaniche veneravano la quercia e l’abete rosso.
Le tradizioni celtiche precristiane onoravano le foreste sacre.
La civiltà maya venerava il ceiba, chiamato yaxché, che consideravano l’albero della vita e il sostegno del cielo.

Gli shintoisti credono che la cura dei bonsai generi una disposizione d’animo religiosa.
Gli shona dello Zimbabwe ritengono che gli spiriti ancestrali vivano nel prugno mobola.
Gli yoruba dell’Africa occidentale attribuiscono all’iroko, al cotone, al sandalo ed al baobab la dimora di altrettante divinità.
Tra i kikuyu del Kenya, il passaggio allo stato di anziano, di custode della saggezza e protettore dello stile di vita della comunità, viene sancito in un rito attraverso la consegna di un ramo dell’albero di mugumu.
I tuareg dell’Africa settentrionale credono che la Maerua crassifolia sia la dimora degli spiriti.
Nel Corano gli alberi sono citati come un dono di Dio, così come tutta la Natura è espressione di Allah.
Il vecchio ed il nuovo testamento sono pieni di riferimenti agli alberi: un rametto di ulivo portato da una colomba è il simbolo della pace tra Dio e Noè. Giosuè onorava Jahvè sotto una quercia, Abramo piantò le tende all’interno di un bosco sacro a Sichem, Ebron e Bersabea per essere più vicino a Dio. Il profeta Ezechiele immagina Dio come una pianta che produce acqua dalle sue radici, Geremia ed Osea paragonano Israele ad un albero. Le foglie di palma vengono stese sul cammino di Gesù quando entra a Gerusalemme. Il cipresso, il mirto e l’ulivo simboleggiano alcuni aspetti della Vergine Maria. Gesù si ritira a pregare, la notte prima dell’arresto, tra gli ulivi del Getsemani. Nella Bibbia sono citate ben 21 specie di alberi.
Difficile comunicare con qualcuno che non si conosce: nella lingua degli indios waiwai dell’Amazzonia la parola “albero” non esiste perché essi chiamano ogni albero con il suo nome.
Le colonne dei templi greci, egiziani, romani e delle chiese cristiane, rappresentano i fusti degli alberi, e lo spazio all’interno del colonnato una fresca radura nella foresta.
I buddisti credono che Buddha sia nato sotto un sal (Shorea robusta), abbia sperimentato la prima volta lo stato di meditazione profonda sotto una melarosa, abbia ricevuto l’illuminazione sotto un baniano.
Questa convergenza tra così tante religioni e culture nell’attribuire un valore mistico agli alberi dimostra quanto sia innato e radicato il legame tra lo spirito dell’uomo e quello dell’albero. Inconsapevolmente l’uomo sa che dalla salute degli alberi e della natura dipende la propria. L’uomo moderno semplicemente ha dimenticato questo legame. Scrive Sebastiao Salgado “a forza di allontanarci dalla natura per via dell’urbanizzazione siamo diventati animali molto complicati e diventando estranei al pianeta, diventiamo estranei a noi stessi”. Quello che l’uomo dovrebbe fare per salvare sé stesso è ripristinare la connessione perduta. Poi il resto arriverà da sé, naturalmente.
Ho tratto alcune parti del testo dal libro “La Religione della Terra”, scritto dal premio nobel per la pace Wangari Maathai. La foto è stata scattata da Araquem Alcantara e ritrae un albero di Ceiba nell’Amazzonia brasiliana.

ML

Umiltà e Responsabilità

La nostra specie dovrebbe usare maggiore umiltà e prudenza nel trattare le malattie. Verbi come “vinceremo” o “sconfiggeremo” sono del tutto fuori luogo. Nel corso della storia infatti siamo stati capaci di debellare solo due malattie, il vaiolo e la peste bovina. Tutte le altre, incluse quelle per le quali esistono vaccini, sono ancora in giro per il mondo.
I governi dovrebbero imparare a comportarsi in maniera coordinata e condivisa. E’ ormai sotto gli occhi di tutti che siamo sulla stessa barca, e che ciò che accade là ha degli effetti anche qua, e viceversa. A chi di noi fosse tentato di rivolgere la propria rabbia repressa nei confronti della Cina (la quale non è certamente immune da colpe), racconto poi un piccolo aneddoto legato alla peste bovina che vede proprio noi italiani protagonisti del disastro.
Il virus della peste bovina venne introdotto nel 1887 in Africa da coloni italiani, i quali importarono animali infetti in Eritrea. Fu come gettare un cerino acceso in un pagliaio. La malattia si diffuse in Africa orientale e australe, provocando nel 1890 un’epidemia devastante tra gli animali domestici e selvatici. Il virus sterminò più di 5,2 milioni di bovini a sud del Zambesi. Fece strage tra pecore e capre, e decimò le popolazioni selvatiche di bufali, giraffe e gnu. La carestia che ne seguì causò la morte di un terzo della popolazione umana in Etiopia e di due terzi dei Maasai in Tanzania.
Per quegli eventi nessuno prese mai in considerazione alcun risarcimento né scuse, quindi tranquilli, siamo a posto così.

ML

Una Storia con una Morale

Quando iniziò la conquista del West, a metà del XVIII secolo, circa trenta milioni di bisonti pascolavano nelle praterie dell'ovest. Le mandrie di bisonti divennero facili prede dei coloni e dei cacciatori bianchi, che asportavano le pellicce destinandole ai mercati dell'est. Le carcasse venivano lasciate a decomporsi al suolo e all'appetito degli animali spazzini. Con l'avvento della ferrovia la caccia al bisonte divenne un'attrazione turistica, tanto che i passeggeri potevano colpire gli animali sparando dal treno. Lo sterminio proseguì ed accelero' grazie all'esercito, che si impegnò nella mattanza di bisonti allo scopo di fiaccare la resistenza indiana, privando i nativi della loro prima risorsa alimentare. "Un bufalo morto è un indiano in meno" solevano ripetere gli ufficiali. È accertato che nel solo biennio 1872-1873 ne vennero uccisi tre milioni. Alla fine del XIX secolo non restavano che poche centinaia di bisonti in libertà.
Ironia della sorte, nel 2016 il bisonte è stato elevato a simbolo della nazione a stelle e strisce.
Nella foto, scattata nel 1870, una pila di teschi di bisonte, pronti ad essere trattati per la trasformazione in colla e fertilizzante.
Se questa storia vi ha fatto inorridire, avete pensato che non avreste mai partecipato ad un tale massacro e che magari avreste fatto di tutto per fermarlo, vi informo che oggi stiamo ripetendo le stesse azioni. Su scala globale però e nei confronti di un numero drammaticamente superiore di specie animali e popoli indigeni. Chi sono i mostri peggiori, gli americani del XIX secolo oppure noi? È molto facile giudicare la storia. È molto più difficile cambiarla in corsa.
ML



venerdì 6 settembre 2019

Andavamamba, nella bocca del coccodrillo


“Chi entra deve sapere che potrebbe non uscirne vivo, per questo si chiama Andavamamba – nella bocca del coccodrillo”. Queste sono le parole rassicuranti che Don Luciano pronuncia lungo la strada che collega la sua missione al malfamato quartiere di Andavamamba.
Don Luciano Mariani è un missionario Orionino che vive ad Antananarivo da tanti anni, quindici per l’esattezza. Dalla “bocca del coccodrillo” provengono tanti bambini e ragazzi che frequentano le scuole della missione, e molti adulti si recano alla chiesa la domenica per seguire la messa. La chiesa è semplice ma enorme, e durante la funzione arriva a contenere più di tremila persone.
Per un bianco, o “vazaha” come dicono da queste parti, entrare ad Andavamamba sarebbe impossibile. Don Luciano è conosciuto e rispettato, e la sua presenza è il salvacondotto che apre le fauci del coccodrillo senza venire masticati.
Questo quartiere di sviluppa oltre una delle strade più trafficate della capitale, piene di negozi per turisti, ville e centri commerciali. E’ la perfetti sintesi del nostro mondo: oltre il limite netto che circoscrive la ricchezza, c’è la miseria e la povertà assoluta. O stai di qua, o stai di là.
Ci sono termini molto eloquenti per definire questo quartiere della capitale malgascia: bidonville, slum, favela, baraccopoli.
La particolarità di Andavamamba è che le baracche sono distribuite su un terreno acquitrinoso. L’acqua è putrida, vi galleggiano spazzatura e carcasse di animali. È facile intuire che nella stessa acqua finiscano le deiezioni dei suoi abitanti. In mezzo alla palude si elevano isolotti, e su queste porzioni di terra asciutta le baracche si ammassano le une sulle altre, collegate da un dedalo di vicoli strettissimi che consentono a malapena il passaggio ad una persona per volta. La palude è attraversata da un labirinto di passerelle traballanti, sconnesse, pericolanti. Noi bianchi le percorriamo con un misto di vertigini ed orrore, al pensiero di finire in quelle acque putride, mentre gli abitanti le superano saltellando con agilità, trasportando in molti casi sulle spalle e sulla testa carichi voluminosi e pesanti.
Ci sono bambini ovunque e moltissimi, ci dice Don Luciano, non frequentano nessuna scuola. Chissà
quanti non sono stati nemmeno registrati all’anagrafe e quindi, per lo Stato, non esistono. Trascorrono le giornate giocando tra i rifiuti, percorrendo le insicure passerelle pronte ad inghiottirli.
Al passaggio dei cicloni, sempre più drammatico negli anni recenti, Andavamamba viene allagata, le baracche distrutte, gli abitanti annegano e scoppiano epidemie.

È un luogo sconvolgente.

Andavamamba sembra essere uscita dalle pagine de “La città della gioia”. Nel pomeriggio passato nel quartiere siamo riusciti a intraprendere il percorso emotivo e spirituale che il protagonista del libro vive nello slum di Calcutta (che mi dicono essere molto migliorato rispetto ai tempi in cui fu scritto il libro). Le prime sensazioni sono state disgusto e repulsione. Gli odori, la sporcizia, le condizioni disumane di vita, colpiscono la mente con la forza di un maglio e gettano in uno stato di 
incredulità e disperazione. Poi, minuto dopo minuto, emergono le persone. È possibile scorgere gli sguardi puri, i sorrisi e – incredibili a dirsi – sprazzi di gioia. Come è possibile che ci sia felicità in un luogo come questo, in cui manca tutto e la povertà ha un aspetto così crudo e violento? Poi, trovandosi in mezzo a bambini sghignazzanti e persone accoglienti, si affaccia il pensiero che luoghi come questo trasudino di umanità e di verità, valori che la nostra società soffoca nel lusso e nel cemento perché tutto ciò che non è bello e di tendenza va nascosto.
Va tenuta lontana la tentazione di idealizzare luoghi che gridano vendetta contro la nostra società opulenta, ma il sorriso del povero è un tarlo capace di scavarti dentro e di metterti piano piano a nudo, dall’interno. 
Non si possono scordare gli abitanti di Andavamamba.

Queste le parole di Sofia, pronunciate al ritorno:




 Grazie a Giacomo A. per le foto.

domenica 11 agosto 2019

Il dottore degli sbarchi

“Libertà non è avere la possibilità di esprimere un concetto, ma essere messi nelle condizioni di costruire il proprio pensiero, senza doverlo prendere in prestito da qualcuno”.
Questo è esattamente ciò che è successo nella settimana trascorsa a Reggio Calabria. Abbiamo incontrato volontari impegnati nell’accoglienza, mediatori culturali, senzatetto, il medico degli sbarchi
La verità non si trova sui giornali, sui social o alla televisione. La verità è quella che siamo andati a cercare percorrendo 1.000 km in treno, che abbiamo visto con i nostri occhi e ascoltato con le nostre orecchie.
Abbiamo capito che sul fenomeno migratorio speculano e guadagnano i trafficanti di essere umani, gli schiavisti, i mercanti di organi, le polizie di frontiera, la guardia costiera libica e gli scafisti.
Abbiamo inteso che a questa rete criminale non interessa minimamente se i porti sono chiusi o aperti, perché il loro compito si conclude a 12 miglia nautiche dalle coste libiche, in acque internazionali. A loro interessa solo che i soldi dei migranti continuino a fluire nelle loro tasche.
Cosa accade oggi in quella zona di mare maledetta, nessuno lo sa.
Abbiamo osservato con i nostri occhi mutilazioni e ferite raccapriccianti e irriferibili, segni di torture subite nei paesi di origine, lungo il tragitto, nei campi di concentramento libici.
Abbiamo scoperto che nel 2019 a Sabrata, in Libia, esiste un mercato degli schiavi.
Abbiamo seguito un cammino lungo 4.000 km attraverso il Sahara disseminato di cadaveri e fosse comuni.
Abbiamo imparato che anni fa i migranti arrivavano su grandi barconi, mentre oggi arrivano sulle nostre spiagge su piccoli battelli. “Sbarchi anomali” li chiamano. Sono i più pericolosi. Oggi si muore annegati a 50 metri dalla spiaggia.
Abbiamo compreso che la povertà di queste persone e quella degli italiani non possono essere messe sullo stesso piano. In Italia nessuno viene evirato perché sorpreso a baciare in pubblico la propria fidanzata, nessun genitore deve decidere a quali figli dare da mangiare, nessun adolescente viene indotto ad attraversare il deserto e il mare per cercare le risorse che gli permettano di mantenere la propria famiglia.
Ci è stato riferito che gli eritrei li riconosci subito all’arrivo: sono quelli che pesano 35 kg. Parlano il tigrino, una lingua che nessun altro conosce, e ciò li emargina dagli altri migranti. Sono i più poveri e quindi quelli che possono pagare meno. Per questo vengono stipati nelle stive delle navi. Sono i primi ad annegare quando l’imbarcazione si capovolge e quelli che arrivano sono ustionati in tutto il corpo dagli schizzi dei motori e dalla miscela di acqua salata e gasolio.
Abbiamo capito perché ai migranti, prima di salire sulle barche, vengono tolte le scarpe. In questo modo si risparmia peso, si possono imbarcare più persone e guadagnare più soldi.
Abbiamo capito che i corridoi umanitari sono uno strumento importante che andrebbe potenziato perchè numericamente rappresentano
una goccia nell’oceano del bisogno di chi fugge dalla violenza e dalla fame.
Abbiamo ascoltato con vergogna che anche in Italia c’è chi si approfitta dei migranti per guadagnare ai danni dello stato e dei cittadini italiani.
Abbiamo incontrato persone straordinarie che si prendono cure di tanti italiani poveri e senzatetto, e con la stessa umanità salvano ed accolgono tanti poveri di altri paesi. Queste persone dedicano la loro vita a chi si trova nel bisogno e non guardano al passaporto per prestare la loro opera. Si tratta di gente del sud, che spesso si prodiga nella totale gratuità, incurante dei pregiudizi che il ricco nord trasuda anche nei suoi confronti.
Ora sappiamo che la verità, una volta conquistata, va difesa mettendoci la faccia e scegliendo pubblicamente da che parte stare.
“Una cosa è certa. Questi fatti tra trent’anni finiranno nei libri di storia e i tuoi figli, venendone a conoscenza, ti chiederanno: -Tu c’eri. Che cosa hai fatto?-”.
Abbiamo scoperto che la marina italiana è un corpo militare di cui tutti dovremmo andare fieri per la sua efficienza, professionalità e soprattutto per la sua umanità.
della Calabria, migranti e profughi. Infine abbiamo costruito il nostro pensiero.
(Le frasi virgolettate sono state pronunciate dal dott. Enzo Romeo, uno dei 15 medici italiani autorizzati a condurre le operazioni sanitarie durante le fasi di sbarco. Uno che ha partecipato a 210 sbarchi e visitato, soccorso, curato e parlato con 108.000 profughi e migranti. Un’altra persona della quale noi italiani dovremmo andare fieri).

sabato 6 aprile 2019

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Albero


Il 4 aprile 2019 è stata proclamata al Parlamento francese la Dichiarazione dei diritti dell’albero. Un documento storico presentato dagli attivisti dell’Associazione ambientalista A.R.B.R.E.S., che si augurano diventi universale e apra la strada a una nuova legislazione in grado di riconoscere l’albero come essere vivente a sé stante.
Questo il testo tradotto in italiano:


Articolo 1
L'albero è un essere vivente fisso che, in proporzioni comparabili, occupa due ambienti distinti, l'atmosfera e il suolo. Nel terreno si sviluppano le radici, che catturano acqua e minerali. Nell'atmosfera cresce la chioma, che cattura l'anidride carbonica e l'energia solare. A causa di questa condizione, l'albero gioca un ruolo fondamentale nell'equilibrio ecologico del pianeta.

Articolo 2
L'albero, essendo sensibile ai cambiamenti del suo ambiente, deve essere rispettato in quanto tale, non può essere ridotto a un semplice oggetto. Ha diritto allo spazio aereo e allo spazio sotterraneo di cui ha bisogno per raggiungere la sua piena crescita e raggiungere la sua dimensione adulta. In queste condizioni l'albero ha diritto al rispetto della sua integrità fisica, aerea (rami, tronco, fogliame) e sotterraneo (rete di radici). L'alterazione di questi organi lo indebolisce seriamente, così come l'uso di pesticidi e altre sostanze tossiche.

Articolo 3
L'albero è un organismo vivente la cui longevità media supera di gran lunga quella dell'essere umano. Deve essere rispettato per tutta la vita, con il diritto di svilupparsi e riprodursi liberamente, dalla nascita alla morte naturale, sia che sia un albero delle città o della campagna. L'albero deve essere considerato come soggetto di legge, comprese le regole che regolano la proprietà umana.

Articolo 4
Alcuni alberi, considerati degni di nota dagli uomini per la loro età, aspetto o storia, meritano ulteriore attenzione. Diventando un patrimonio bio-culturale comune, hanno accesso a uno status più elevato che impegna gli esseri umani a proteggerli come "monumenti naturali". Possono essere registrati in una zona di conservazione del patrimonio paesaggistico, beneficiando così di una maggiore protezione e miglioramento per ragioni estetiche, storiche o culturali.

Articolo 5
Per soddisfare i bisogni degli uomini, alcuni alberi vengono piantati e quindi sfruttati, per sfuggire necessariamente ai criteri sopra menzionati. Il modo in cui vengono raccolte le foreste o gli alberi rurali, tuttavia, deve tenere conto del ciclo di vita degli alberi, delle capacità di rinnovamento naturale, degli equilibri ecologici e della biodiversità.


Lo scopo di questo testo è quello di cambiare il modo in cui
le persone guardano e si comportano, per renderle consapevoli del ruolo
cruciale degli alberi nella vita di tutti i giorni e per il futuro, aprendo la
strada a un rapido cambiamento legislativo a livello nazionale.

venerdì 14 dicembre 2018

Attenti al Rinoceronte

“Attenti al Rinoceronte” è una carrellata di incontri con rappresentanti celebri e meno noti dell’universo animale africano. L’autore ripercorre gli eventi più curiosi avvenuti nel corso di vent’anni di viaggi in Madagascar, Tanzania, Kenya, Zambia, Congo e Rwanda. 
I protagonisti sono gli animali più disparati: dalle piccole termiti ai giganteschi elefanti, dalle megattere dei mari del Madagascar ai gorilla delle foreste montane del Congo, dai timidi lemuri ad uno scontroso rinoceronte.
Ogni episodio diventa il punto di partenza per raccontare gli aspetti meno conosciuti ed affascinanti di queste creature: le loro abitudini, la loro dieta, la loro società, il loro habitat. 
La riflessione poi si allarga alla posizione che gli animali occupano nel loro contesto naturale ed alla seria minaccia che grava su tutti gli ecosistemi trattati: mari, foreste, deserti e savane. La conservazione della varietà vegetale e animale degli ambienti naturali è la grande sfida che dominerà

domenica 21 ottobre 2018

La mitra di pelle di capra

Questa storia mi è stata raccontata dal vescovo di Garissa, mons. Joseph Alessandro.

Il 28 marzo 2013 Papa Francesco dice queste parole ai sacerdoti di Roma: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l'odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini».


Maralal è una cittadina situata nella parte settentrionale del Kenya e come tutta la regione è abitata prevalentemente da comunità di pastori nomadi delle etnie Samburu, Turkana, Rendille, Gabbra, Borana, ecc.

Il vescovo di Maralal si chiama Virgilio Pante, e come segnale di vicinanza alla sua gente si è fatto fabbricare la mitra da Lydia Letipila, una vecchia signora samburu di Baragoi. La signora Lydia la compone con i tipici materiali Samburu: pelle e perline.

Il 16 aprile 2015, durante la visita dei vescovi del Kenya a Roma, mons. Pante offre la sua mitra a Papa Francesco e memore delle sue parole di due anni prima gli dice: “ti offro la mia mitra, ti ho preso in parola ed è impregnata dell’odore delle pecore”
Il Papa, da buon intenditore, l’annusa ed esclama: "Questa non è pecora, ma capra!".
Era veramente pelle di capra.
"E' vero - ha risposto mons. Pante - ma anche le capre sono parte del gregge".

Dal 25 al 27 novembre 2015 Papa Francesco visita il Kenya. Il 26 novembre celebra la messa al campus di Nairobi. Durante la cerimonia Francesco cerca tra i vescovi il mons. Pante e gli fa

lunedì 15 ottobre 2018

La Crosta dell'Africa


Nudos Amat Eremus
Il Deserto ama coloro che non hanno Nulla
(San Girolamo)

Ho capito recentemente quanto sia importante accompagnare persone alla scoperta dell’Africa. Frequentando con assiduità i progetti (perché questo è ciò che faccio) ho finito per dare per scontati tantissimi aspetti che invece mi avevano infiammato all’inizio. Inutile negarlo: con il tempo si perde un po' di poesia e le emozioni si fanno più sfumate. Sento l’esigenza di partire, di tornare, ma a volte fatico a ricordare il perché.
Quando a viaggiare non sono solo è tutto diverso. È come tornare indietro nel tempo. Riesco a rivivere tutto attraverso gli occhi, le emozioni, gli interrogativi di chi è al mio fianco.
L’Africa ha due piani di lettura.
C’è la crosta, il piano superficiale, che contiene il disagio, la povertà, i contrattempi, le malattie. È la