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giovedì 21 agosto 2014

Andasibe Forest (EN)

Andasibe-Mantadia  national park is located in the eastern part of Madagascar. It is positioned on the road between Antananarivo (the capital) to the coastal town of Tamatave. It is an ideal stop for those who make the long trip to Sainte Marie and  Canal of Panganales.
Visiting this park is a unique experience: it allows to observe the typical ecosystem of Madagascar and its most unique inhabitants. From a tourist point of view, the most interesting part is the Indri Indri Special reserve of  Analamazaotra where you can observe in their natural habitat Indri indri : the main attraction of the park. They are the largest living lemurs and they measure about one meter in height. Their most distinctive feature is their curious and amazing calls you can hear and recognize up to three kilometers away. The Malagasy

sabato 10 agosto 2013

Il Sito Archeologico di Isimila

Il sito archeologico di Isimila è situato a circa 20 Km di distanza dalla città di Iringa, lungo la strada che la collega a Mbeya. Situato sul fondo di un’ampia vallata, occupa una superficie di 33 ettari che anticamente costituivano il letto di un lago. Il sito è stato scoperto nel 1951 e nel corso degli scavi che si sono succeduti negli anni ha rivelato la presenza di numerosa di animali del Paleolitico  ed una concentrazione straordinaria di pietre intagliate a foggia di coltelli, martelli, asce e punte di frecce. Questi reperti sono stati datati in un periodo compreso fra 60.000 e 70.000 anni fa e appartennero ad antichi cacciatori delle specie Homo habilis e Homo erectus.
Gli archeologi si sono arrovellati per decenni intorno alla spiegazione di una così inconsueta quantità di manufatti in una superficie relativamente modesta. La teoria più accreditata vuole che Isimila rappresentasse una specie di armeria dell’età della pietra. Infatti sono stati rinvenuti reperti in cumuli a poca distanza l’uno dall’altro. In corrispondenza

sabato 9 febbraio 2013

La Scalata del Kilimangiaro

GIORNO 1: La via parte dal cancello di Marangu (1860 m slm) dove vengono espletate le formalità per l’accesso al Parco Nazionale del Kilimangiaro e vengono distribuiti i carichi tra i portatori. La camminata del primo giorno si svolge all’interno di una fitta foresta pluviale piena di vita e contraddistinta da un elevato tasso di umidità. Si tratta di un ambiente incantevole e rigoglioso, attraversato da torrenti che gorgogliano e bordato di alberi giganteschi ricurvi e coperti da muschio pendente. Alberi altissimi si alternano a piante più basse e ad arbusti e cespugli in un intreccio di liane e rampicanti. Tra le specie più comuni si trovano il Podocarpus milanjanus, la Nuxia congesta, l’Agauria salicifolia, il Rubus volkensi. Lungo la strada è possibile avvistare primati e roditori che scompaiono tra gli alberi al passaggio dei turisti. La tappa si conclude al rifugio Mandara (2720 m slm), dopo un cammino di circa 3-4 ore. Accanto al vecchio rifugio in muratura sono state costruite diverse capanne in legno, sopraelevate rispetto al terreno. Ogni edificio è composto di due camerette con quattro cuccette ciascuna. Nella costruzione centrale si trovano la sala da pranzo ed un altro dormitorio. All’arrivo è possibile esercitarsi in una passeggiata di circa 15 minuti verso il cratere Maundi. Queste passeggiate sono sempre utili perché consentono di acclimatarsi meglio.
GIORNO 2: La prima parte di questa tappa coincide con l’ultima parte della foresta pluviale, rigogliosa di alberi densamente ricoperti di piante epifite e di un ricco sottobosco di felci. Dopo poche decine di metri si emerge dalla foresta tropicale

mercoledì 10 ottobre 2012

La Carica dell'Elefante

Giugno 2000, un turista inglese in vacanza in Kenya, presso il famoso parco Masai Mara, commette l’azzardo di allontanarsi all’alba dal campo tendato presso cui era alloggiato. Nel tentativo di scattare una fotografia ad un gruppo di elefanti viene assalito e travolto dalla matriarca. Gennaio 2001, al Ruaha National Park una “Peace Corp” americana viene travolta dalla carica di un elefante dopo che si era allontanata dal veicolo su cui si trovava per scattare alcune fotografie. Luglio 2007, Patrick Smith e la moglie Julie vengono attaccati da un enorme elefante maschio all’interno del Masai Mara in Kenya. Julie si salva, ma per Patrick non c’è scampo.  Ottobre 2009, Anton Turner viene ucciso nel corso di un attacco di un elefante in Tanzania mentre accompagnava una troupe inglese della BBC che aveva lo scopo di girare un documentario sulla vita di David Livingstone. Giugno 2010, Sharon Brown e la piccola Margaux vengono uccise dalla carica di un elefante solitario nei pressi del monte Kenya.  Luglio 2010, una donna romana di 63 viene attaccata ed uccisa da un branco di elefanti anni mentre prendeva parte insieme al marito ad un safari a piedi nel nord della Tanzania. 
Questi sono alcuni (ma la lista sarebbe ben più nutrita) degli eventi tragici che riguardano attacchi mortali sferrati da elefanti nei confronti di turisti. Non c’è una statistica sugli attacchi nei confronti delle popolazioni locali, ma l’elenco è sicuramente più lungo.

mercoledì 26 ottobre 2011

Kilwa

Quando mi sono trovato di fronte, durante la vista della sezione Africana del British Museum, a cocci di ceramica provenienti da Kilwa Kisiwani, in Tanzania, sono rimasto di stucco. Sapevo che Kilwa era un luogo di interesse storico rilevante per la Tanzania, ma non immaginavo che lo fosse a tal punto da dedicargli una teca nel prestigioso museo archeologico londinese. Di fronte a quei pochi e incompleti reperti, ho ripensato a quei giorni di ottobre di tre anni fa durante i quali, insieme ad una coppia di amici, siamo partiti alla scoperta di questa località così importante per la storia dell’Africa orientale e così ignorata dal turismo internazionale.

Dopo aver noleggiato un auto a Dar es Salaam, un piccolo fuoristrada con il cambio automatico assolutamente inadatto all’itinerario che stiamo per affrontare, partiamo all’alba di un sabato di ottobre. La strada che da Dar es Salaam conduce a Kilwa è di per sé un’esperienza che va vissuta ed assaporata con i tempi giusti e senza fretta. Si tratta della strada costiera che conduce fino in Mozambico, percorsa regolarmente da autobus che hanno passato da tempo l’età della rottamazione. Essi impiegano, a causa delle pessime condizioni della strada e dei numerosi villaggi in cui sostano moltissimo tempo per raggiungere Kibiti, Kilwa, Lindi, Mtwara e poi il Mozambico.
Fino a Kibiti,a circa tre ore dalla capitale, la strada è stata asfaltata da poco ed è un lungo rettilineo che fende la vegetazione tropicale, gli imponenti manghi e gli alberi di quello strano frutto che è l’anacardo.
Dopo Kibiti si attraversa il nuovo ponte sul Rufiji, dedicato all’ex presidente Mkapa, il quale permette di evitare il passaggio del fiume a bordo di lente e pericolanti chiatte, che era la norma fino a pochi anni fa.
Dopo il ponte la strada si trasforma in una pista polverosa (se è la stagione secca) o fangosa (se è tempo delle piogge); in entrambi i casi la sua superficie si presenta sconnessa e malandata al punto che in molti tratti si rinuncia allo slalom per evitare le buche e ci si getta rassegnati in questi avvallamenti a spese di ammortizzatori e lombalgie.
In questo tratto (due ore, se non ricordo male), si incontrano di frequente babbuini e altri animali selvatici come i kudu. Non siamo lontani dalla Riserva del Selous e anche gli incontri con i leoni non sono rari. E’ questa infatti la zona dell’Africa dove si registrano i maggiori decessi causati da attacchi di leoni. Consapevoli di questi episodi, ogni sosta per acquistare un casco di banane o per distendere le membra doloranti è vissuta con grande attenzione al paesaggio circostante.
Dopo un lungo tratto di buche, polvere e disagi, improvvisamente il paesaggio si trasforma radicalmente al punto che si ha l’impressione di essersi addormentati e risvegliati in un'altra parte del mondo. La strada diventa asfaltata e addirittura compaiono le righe ai bordi e al centro della carreggiata, fa la sua apparizione una segnaletica stradale incredibilmente dettagliata, avvistiamo i cartelli che riportano i nomi delle cittadine che attraversiamo, le capanne lasciano il posto a case in muratura ed intonacate, la strada è accompagnata da pali della luce e paletti chilometrici.
Ripresi dallo sgomento iniziale tiriamo un sospiro di sollievo per l’improvvisa comodità del viaggio. Pensiamo che un giorno i due tratti asfaltati si congiungeranno, ma fino ad allora si continuerà ad assistere a questo avvicendamento di paesaggi possibile solo in Africa.
La strada comincia a scendere e scorgiamo il mare. Stiamo per arrivare a Kilwa Masoko, il luogo dove ci tratterremo per due notti. Questa località è il punto di partenza per le esplorazioni delle altre due Kilwa, Kivinje e Kisiwani, le due mete di interesse storico e turistico.
Dopo circa sei ore dalla nostra partenza giungiamo a Kilwa Masoko e ci mettiamo subito alla ricerca di una sistemazione per la notte. Purtroppo, il mancato sviluppo del turismo comporta anche una scarsa disponibilità di alloggi per gli occidentali. Di fatto Kilwa è divenuto una meta per turismo di elite, per chi cioè vuole vivere alcuni giorni di oceano indiano lontano da mete frequentate come Zanzibar o Mafia. Passiamo in rassegna infatti due resort, uno dei quali addirittura con aeroplano parcheggiato di fronte, che si rivelano ben presto al di fuori del nostro budget. L’ultima possibilità è quella giusta. E’ il Kilwa Seaview resort, dotato di alloggi confortevoli e suggestivi, una spettacolare sala da pranzo costruita attorno ad un baobab e soprattutto di un listino prezzi alla nostra portata. Una rampa di scale conduce alla spiagge sottostante. Qui il mare è oceano, nel senso che la sua impetuosità non è frenata dalla barriera corallina. Ma l’acqua è trasparente e la spiaggia è deserta. Ci godiamo quindi qualche ora di relax sulla spiaggia fino al momento del tramonto, colorato e romantico come in poche altre occasioni.
L’indomani puntiamo decisi alla meta principale del nostro viaggio, Kilwa Kisiwani. Kisiwani, in Swahili, significa “nell’isola”, e infatti si tratta di un’isola raggiungibile solamente attraversando uno stretto braccio di mare sui dhow dei pescatori che attendono oziosi su quella che una volta doveva essere una banchina di un porto. Per visitare Kilwa Kisiwani occorre pagare una tassa governativa, e come spesso accade in Tanzania non è per nulla facile ottemperare a questa norma. Attendiamo circa un’ora fuori da un ufficio in prossimità del porto in attesa che qualcuno si decida a venire. La nostra attesa è premiata dall’arrivo di un impiegato o presunto tale, il quale ci fa accomodare e ci permette di pagare quanto dovuto. Se si vuole promuovere il turismo, facilitare queste procedure dovrebbe essere il primo passo, ma pensandolo commettiamo il solito errore di chi interpreta l’Africa con la mente di un europeo.
Per quanto lunga è stata l’attesa per l’attivazione del canale ufficiale, per quanto breve è stata la ricerca di un pescatore che ci desse un passaggio fino all’isola. In Africa il rispetto della legge e della burocrazia è sempre più indaginoso dell’incontro della domanda con l’offerta. Saliamo sull’imbarcazione dalla caratteristica vela triangolare e dirigiamo la prua verso Kilwa Kisiwani. Ad attenderci, dove il pescatore attracca il dhow, c’è l’edificio più suggestivo e meglio conservato dell’isola. Si tratta del forte portoghese che veniva usato come prigione nel XVI secolo, che si staglia ancora oggi a controllo dell’approdo più agevole dell’isola.
Dall’XI al al XV secolo, sotto il controllo della dinastia Shirazi di provenienza persiana, Kilwa Kisiwani assurse al ruolo di città più importante dell’Africa orientale e dell’oceano indiano. Essa infatti divenne il fulcro dei traffici commerciali recanti oro e ferro da Gran Zimbabwe, schiavi e avorio dall’Africa continentale, porcellane e spezie dall’Asia.
Di questo periodo sono gli imponenti edifici di Husuni Kubwa, dall’altra parte dell’isola rispetto alla fortezza-prigione, e la Grande Moschea di Kilwa, all’epoca la più grande dell’Africa orientale.
Nel XVI secolo i Shirazi vengono scalzati nel dominio sulle rotte mercantili dell’oceano indiano dai portoghesi di Vasco Da Gama, che però occupano l’isola per nemmeno un decennio, venendo scalzati dalla dominazione araba prima e omanita poi. Il periodo omanita, che coincide con l’ascesa di Zanzibar, sancisce l’inizio del declino di Kilwa che a metà del 1800 viene praticamente abbandonata. Nel 1981 viene dichiarata patrimonio UNESCO al fine di tutelare le sue rovine dall’incuria e dalle intemperie, intento che a giudicare lo stato di conservazione dei vari edifici non sembra del tutto riuscito.
Appena scesi dall’imbarcazione ci dirigiamo a visitare il forte. Veniamo subito agganciati dal piccolo Hassan, un bambino che a prezzo di pochi scellini si offre di farci da guida per raggiungere i vari siti dell’isola. Accettiamo di buon grado, senza paura di incoraggiare il lavoro minorile e l’abbandono scolastico: è domenica, le scuole sono chiuse e nessuno potrebbe vivere con il lavoro di guida turistica su un’isola dimenticata dal turismo.
La scelta di Hassan si è rivelata estremamente azzeccata: è un caldo soffocante è girare senza un guida sarebbe stata garanzia di perderci e di rimediare un’insolazione. Hassan ci guida tra le rovine delle moschee, il palazzo del sultano e di Mkutini. Tutti questi edifici si trovano vicini alla fortezza, per cui è facile raggiungerli. La guida è invece essenziale per raggiungere l’antico palazzo di Husuni Kubwa, dall’altra parte dell’isola. Queste rovine, si dice, rappresentano la più importante testimonianza storica dell’Africa equatoriale di epoca pre-coloniale.
Attraversando l’isola per raggiungere il Husuni Kubwa, si incontrano diversi villaggi. La vita sull’isola deve essere molto dura. Pochissima acqua, terra arida e sabbiosa, clima proibitivo. Chiediamo ad Hassan come fa per la scuola, e lui dice che bisogna attraversare il mare e andare a Kilwa Masoko. Di lavoro sull’isola ovviamente non se ne parla; anche l’agricoltura, il naturale sbocco lavorativo per i tanzaniani che non vivono in città, qui è ridotta ai minimi termini.
E’ molto triste. Le premesse per lo sfruttamento turistico ci sarebbero tutte: mare meraviglioso, natura incontaminata, siti archeologici unici. Un’altra occasione mancata per questo angolo di Africa.
Kilwa 1572
M.L.