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domenica 29 gennaio 2017

Cittadini del Mondo

Così come per gli antichi, che mossi dalla curiosità hanno viaggiato spingendo la conoscenza oltre i confini della propria terra, così noi, spinti a lasciare ogni comodità e in una buona sfida con noi stessi, ci metti amo in movimento verso il nuovo, in un’avventura in cui la Conoscenza è la rotta da seguire. E la conoscenza inevitabilmente, svolgendo il suo ruolo, ha permesso:
_ Incontri con persone che vivono sotto altre latitudini, genti di un altro colore, di un altro odore, impolverati, sdentati, a piedi scalzi con vestiti abbinati ai più diversi colori, in cui scoprire la dimensione vera dell’altro, che non sarà più estraneo.
_ Condivisione con persone che vivono di quella povertà che è la sopravvivenza, in cui capire forse un po’ di più l’opulenza della nostra vita e lo spreco delle nostre tavole.
_ Relazioni umane fatta di gesti, essenziali, nella quale gli occhi ed il sorriso dicono più di tante parole, in cui dimenticare le simpatie, le antipatie, le gelosie e le invidie.
_ Di attraversare Luoghi mozzafiato, dall’oceano alla foresta pluviale, sulle lunghe polverose strade spesso sconnesse, di spazi infiniti, in cui il viaggio si colora di piogge e arcobaleni improvvisi.
_ Incontrare Bambini, tanti bambini, dove spesso i piccoli si occupano dei più piccoli, e scoprire che la scuola è un lusso.  
In questo lusso che loro non possono permettersi c’è il senso del viaggio: conoscere per contribuire a migliorare le situazioni. Nell’educazione si forma l’identità consapevole della persona. Chi conosce può migliorare sé, gli altri ed il proprio paese.  Se il viaggio non lascia indifferenti, insensibili, diventa Dono in uno scambio delle “ricchezze” di ciascuno.
Il viaggio metafora della vita costruisce il Senso del nostro andare.

Essere cittadini del mondo significa diventare uomini e donne responsabili, significa cercare di abitare la terra con giustizia ed equità in cui gli unici steccati usati sono quelli per non disperdere gli zebù!!!

TUGNA (Capo Scout Gruppo Forlì8)

mercoledì 27 gennaio 2016

Mikumi National Park (ita)

Il Parco Nazionale Mikumi rappresenta la più comoda ed economica possibilità di partecipare ad un safari che offra la Tanzania. E’ situato a sole quattro ore di auto da Dar es Salaam ed è quindi visitabile in giornata dalla capitale. E’ un parco che può essere tranquillamente visitato con un mezzo proprio essendo attraversato da strade carrabili in
ottime condizioni e coperto da una completa e precisa rete segnaletica. E’ sufficiente acquistare una carta del parco all’ufficio che si trova all’ingresso del parco per essere sicuri di orientarsi agevolmente una volta varcato il gate principale.
La caratteristica principale del Mikumi è quella di essere attraversato, nella sua parte nord, da un lungo tratto (circa cinquanta chilometri) di una delle principali arterie stradali della Tanzania, quella che da Dar es Salaam conduce al sud della Tanzania e di qui in Zambia.
Ogni volta che si percorre questo tratto di strada capita di osservare ai margini dell’asfalto la

sabato 9 novembre 2013

Disabilità o Superpoteri?

Alzi la mano chi è in grado di percorrere 4.000 Km in bicicletta. Io no di certo, nemmeno con un anno a disposizione. Norberto De Angelis c’è riuscito in 80 giorni. Nel 2009 questo straordinario sportivo ha attraversato da est a ovest gli Stati Uniti lungo la celebre “Route 66”. Un’impresa notevole per un buon ciclista, un successo eccezionale se si pensa che Norberto l’ha realizzato con la sola forza delle braccia. Norberto è sempre stato uno sportivo sopra la media, arrivando addirittura a militare nella nazionale italiana di football americano. Durante un periodo di volontariato in Africa è rimasto coinvolto in un incidente stradale che lo ha costretto sulla sedia a rotelle. Da quel momento in poi è iniziata una nuova vita che, grazie alla sua straordinaria forza di volontà e ad un pizzico di tecnologia, è stata  ricca di imprese sportive ancor più clamorose delle precedenti. Oggi Norberto è tornato in Tanzania, il paese che è stato teatro del suo dramma personale, per raggiungere un nuovo traguardo. La traversata di questa nazione (750 Km) in handbike prestando la propria immagine come testimonial alla campagna del CEFA “Less is More”, un’iniziativa per la creazione di opportunità professionali per i diversamente abili della Tanzania.
Cliccando su questi link trovate il video di presentazione dell’impresa di Norberto in italiano ed in inglese. Sul sito del CEFA trovate tutte le info relative al progetto “Less is More” e gli aggiornamento relativi al viaggio di Norberto.
Alzi la mano chi desidera diventare una star della musica, famosa ed

lunedì 29 luglio 2013

L'Africa di Moravia

Alberto Moravia ebbe una bruciante e insaziabile passione verso l’Africa. Insieme alla compagna Dacia Maraini visitò, tra il 1962 e il 1979, una quindicina di nazioni africane alcune delle quali furono meta di più di un viaggio. Nei tre volumi Passeggiate Africane, A quale Tribù appartieni? e Lettere dal Sahara sono raccolti i diari compilati nel corso dei loro viaggi. A questi viaggi parteciparono anche altri artisti come Pasolini e Maria Callas. Nei confronti delle popolazioni locali Moravia adottò un approccio di tipo antropologico, descrivendone dettagliatamente tradizioni, abbigliamento e stili di vita. L’aspetto più interessante di          questi scritti risiede nel fatto che Moravia fu in grado di compiere una vera e propria lettura esegetica delle realtà che incontrò, la cui interpretazione lo portò a formulare un tema che ricorre costantemente in tutti i suoi testi. Egli era convinto infatti che l’Africa fosse rimasta preistoria, perché in Africa la storia non si frappone tra l’uomo e la Natura. E la preistoria incute una paura ancestrale nell’uomo.  Secondo Moravia la paura ed il mal d’Africa sono lo stesso sentimento che viene provato ad intensità diversa dagli africani e dagli europei.
Il mal d’Africa è un fascino con un fondo

sabato 9 febbraio 2013

La Scalata del Kilimangiaro

GIORNO 1: La via parte dal cancello di Marangu (1860 m slm) dove vengono espletate le formalità per l’accesso al Parco Nazionale del Kilimangiaro e vengono distribuiti i carichi tra i portatori. La camminata del primo giorno si svolge all’interno di una fitta foresta pluviale piena di vita e contraddistinta da un elevato tasso di umidità. Si tratta di un ambiente incantevole e rigoglioso, attraversato da torrenti che gorgogliano e bordato di alberi giganteschi ricurvi e coperti da muschio pendente. Alberi altissimi si alternano a piante più basse e ad arbusti e cespugli in un intreccio di liane e rampicanti. Tra le specie più comuni si trovano il Podocarpus milanjanus, la Nuxia congesta, l’Agauria salicifolia, il Rubus volkensi. Lungo la strada è possibile avvistare primati e roditori che scompaiono tra gli alberi al passaggio dei turisti. La tappa si conclude al rifugio Mandara (2720 m slm), dopo un cammino di circa 3-4 ore. Accanto al vecchio rifugio in muratura sono state costruite diverse capanne in legno, sopraelevate rispetto al terreno. Ogni edificio è composto di due camerette con quattro cuccette ciascuna. Nella costruzione centrale si trovano la sala da pranzo ed un altro dormitorio. All’arrivo è possibile esercitarsi in una passeggiata di circa 15 minuti verso il cratere Maundi. Queste passeggiate sono sempre utili perché consentono di acclimatarsi meglio.
GIORNO 2: La prima parte di questa tappa coincide con l’ultima parte della foresta pluviale, rigogliosa di alberi densamente ricoperti di piante epifite e di un ricco sottobosco di felci. Dopo poche decine di metri si emerge dalla foresta tropicale

mercoledì 22 agosto 2012

Il Diario dei Turisti Responsabili

Di seguito alcune parti del diario scritto dal gruppo di Trento nel corso del viaggio in Tanzania di Luglio.

Partiamo da Iringa alle ore 7.30, dopo aver acquistato farina e zucchero per la Primary School. Affrontiamo una strada sterrata con buche. Molte sono le persone che camminano lungo la strada; indossano vestiti multicolori e si recano alla messa. Le moto, le bici e le teste delle donne sono anche mezzi per il trasporto di merci (legna, sacchi di farina e taniche di acqua). Ad un certo punto l’ambiente diventa verde sia per le coltivazioni come granoturco, piselli, patate, sia per la vegetazione che cresce nei boschi (eucalipti, pini con aghi lunghi e sottili). Arriviamo a Bomalang’ombe alle 10.30 per assistere alla Messa: molto commovente la partecipazione della popolazione al rito, con balli e canti, il parroco che sta in mezzo alla chiesa durante la predica e ci invita a presentarci alla comunità.

martedì 24 aprile 2012

A Pelo d'Africa

“A Pelo d’Africa” è un libro eccezionale. Pubblicato nel 1978, racconta il viaggio intrapreso dal giornalista Giorgio Torelli e dal comandante Pino Bellini alla volta del Congo per consegnare un piccolo aeroplano Piper ai missionari di Uvira, nel Kivu. Dopo ventitré giorni e diciassette atterraggi i due avventurieri arrivarono nell’odierna Bujumbura, in Burundi, da dove poi il Piper fu trasportato fino in Congo. I fatti risalgono all’anno 1962 e al tempo ebbero una notevole risonanza mediatica. La scintilla che mosse Torelli a progettare il viaggio fu la notizia che i missionari in Congo sarebbero rimasti al loro posto nonostante l’eccidio di Kindu, in cui tredici aviatori italiani furono trucidati dai guerriglieri.
Torelli decise di rispondere all’appello dei missionari e si adoperò per trovare un aeroplano che li potesse aiutare nella loro opera di evangelizzazione e di assistenza alla popolazione locale. Il piccolo Piper Eden sembrava troppo piccolo per affrontare un viaggio così lungo e difficile, ma il giornalista persistette e trovò nel comandante forlivese Bellini un coraggioso compagno di viaggio e sostenitore. Il 25 ottobre 1962 i due viaggiatori partirono dall’aeroporto di Forlì con due piccole valigie, uno scatolone contenente un presepe per i missionari, alcuni razzi di segnalazione ed un revolver.
Riporto due tra i brani che più mi hanno entusiasmato. Il primo riguarda il momento più critico di tutta la trasvolata, quando l’aeroplanino ha dovuto attraversare una tempesta di sabbia sul deserto libico, mentre i militari di una base militare americana negavano loro l’atterraggio di emergenza.
Bellini richiama, richiama e richiama ancora. Solo il vento con noi e noi con lui. Adesso non si vede neanche più Tripoli, procediamo a orizzonte artificiale dentro un tunnel di grigio imperlato. Roger, gracchia al quarto appello di Bellini la radio americana che a questo punto – appare chiaro ai condannati – risponde per obbligo internazionale di rapporto fra terra e cielo, ma se ne stropiccia, non gli piacciamo, ci siamo di troppo sul suo spazio, fuori dai piedi e dai pollici, se ci sfracelliamo è perché non dovevamo involarci.
Col fiato grosso come ho, sento che l’assoluto buio sui minuti avvenire ci separa da non so cosa, improbabilmente dalla salvezza, quasi certamente dall’addio; ho già indossato il tumulto dei sentimenti e anche quel lindore che forniscono i frammenti decisivi del tempo. Perciò avverto intera e mirabile la grandezza romagnola di Bellini che, strabattendosi della potenza americana, branca il microfono, picchia il pugno destro sull’apparato-radio e mentre governa con la salda sinistra quel che resta di noi – una scatola scossa – urla alla base atomica con quanto fiato gli resta: “Roger, ‘sti dù maròn!”.
Il secondo estratto racconta il sorvolo delle savane popolate dalla celebre fauna africana. I due si trovano, proprio nel momento di massima contemplazione di quel meraviglioso paesaggio, a fronteggiare un attacco di dissenteria del pilota che la mattina, per aspirare dell’olio versato in eccesso da un addetto dell’aeroporto di Juba nel motore del piper, era incorso in una involontaria quanto abbondante bevuta.
Mi par di leggere sul nero degli strumenti che stiamo a ottocento metri di quota, a moti e sbalzi da aquilone. E’ un’altezza irrilevante, si vede e si gusta tutto. Sotto di noi, come uno sterminato ventaglio, si sono schiuse le prospettive d’erba. Branchi puntiformi di animali, che sono certo gazzelle, antilopi e poi bufali e poi zebre e gnu, anche facoceri e loro parenti di radunata destinati a mangiare e bere, pellegrinare e percorrere le ore dall’alba alla luna, vanno disegnandosi sulla mappa di un terreno memorabile, colmo di gradazioni e grafiche. Dalle ombrelle delle acacie spuntano, e si contano, i colli lenti delle giraffe che non è escluso guardino in su. Dentro la cosa che fa rombo, c’è uno di Romagna con gli strizzoni, non è bello ridirlo ma è così. Io conto i colli delle giraffe e insisto a porgere l’imbuto, a tenere il volantino, a correggerlo, a pompare, vorrei fotografare, scrivere, meditare, ahi e ancora ahi dice la voce del comandante, stiamo puntando ai grandi laghi con le giraffe antidiluviane di sotto, gli occhi strabuzzati di sopra, le carezzevoli e ripetute sinuosità dell’Uganda, di sicuro il posto più bello che abbiamo rigato con un volo a strappi. Al nuovo ahi del comandante si disegnano le mandrie erbivore degli elefanti. Gli elefanti hanno movimenti di massa, un popolo in diaspora cronica, il grigio delle pelli sottostanti è chiazzato di sole, albero dopo albero.
E’ più bello l’elefante libero o la Gioconda al Louvre? Sento insorgere dal di dentro una voce di Adamo, essere qui così, come oggi, contenuti in un piccolo dramma ma liberi di agire in avanti perché il motore canta nitido e le ali reggono. In definitiva, questo sarà il momento da iscrivere a futura memoria e ripassare per il seguito di una vita europea, gl’inverni e le stagioni in dialetto che verranno.
M.L.

martedì 17 maggio 2011

Gerusalemme e la Terra (che fu) Santa

Alcune sere fa alcuni amici mi hanno mostrato le foto scattate nel corso di un loro viaggio in Israele nei luoghi che furono il teatro della vita (e della morte) di Gesù Cristo. Mentre le immagini scorrevano davanti ai miei occhi, non riuscivo a non pensare ad un capitolo del libro "viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi, il quale a sua volta cita il libro "Jerusalem. City of mirrors" di Amos Elon. Riporto alcuni brani di questo capitolo, sottolineando che non so dare un giudizio su queste parole; nonostante ciò, esse si sono impresse a fuoco nella mia memoria.

[...] un pellegrino domenicano del XV secolo, Felix Fabi, osserva che la concezione di un solo Dio (il monoteismo) unisce le differenti religioni di Gerusalemme, ma la pratica di tali religioni in fondo le divide ancora di più. Il bravo pellegrino fa una lista lunghissima delle fedi ivi praticate, e di tutte le sfumature dell'Ebraismo, dell'Islamismo e del Cristianesimo. Greci, Siriani, Armeni, Nestoriani, Gregoriani, Maroniti, Beduini, Turcomanni, Mamelucchi e, aggiugerei, Copti (Etiopi ed Egiziani), Giacobiti siriani, Greci ortodossi [...] si avvicendano con un'agenda oraria ferrea ogni giorno a Gerusalemme per onorare e custodire la memoria dello stesso Dio. Dio che in principio sarebbe lo stesso, ma di cui in realtà ciascuno si sente il "vero" interprete. [...]
La concentrazione in uno spazio così ristretto di tante convinzioni diverse fa pensare a tante vedove di uno stesso defunto che vivono nella stessa casa, ciascuna di esse convinta di essere la "vera e unica" vedova. E' presumibile che lo spirito del defunto, se eventualmente esisteva, si sia nel frattempo trasferito altrove lasciando un grande vuoto.
A riempirlo sono rimasti i suoi adepti, con tutto il loro zelo e la loro granitica fede, rappresentando solo se stessi e presidiando il Nulla.

martedì 10 maggio 2011

Il Senso del Viaggio (3)

Il brano che segue è tratto dalla nota introduttiva del libro "Viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi. E' uan riflessione molto profonda sul viaggio e come tale merita di essere letta con attenzione.

[...] Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perche posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita. Costantino Kavafis lo ha detto in una straordinaria poesia intitolata Itaca: il viaggio trova senso solo in se stesso, nell'essere viaggio. E questo è un grande insegnamento se ne sappiamo cogliere il vero significato: è come la nostra esistenza, il cui senso principale è quello di essere vissuta.

Rileggo questi viaggi che in qualche modo sono le tessere del Viaggio che ho fatto finora. Alcuni mi suscitano allegria, altri nostalgia, altri ancora rimpianto. Molti portano bei ricordi: furono (continuano ad essere nella memoria) viaggi molto belli. Ma forse mancano i viaggi più straordinari. Sono quelli che non ho mai fatto, quelli che non potrò mai fare. Restano non scritti, o chiusi in un loro segreto alfabeto sotto le palpebre, la sera. Poi arriva il sonno e si salpa.

lunedì 4 gennaio 2010

Il Senso del Viaggio (2)

Occorre completare il discorso iniziato con il post precedente. Esiste una seconda categoria di viaggio, a me del tutto estranea, caratterizzata dal confronto tra l'uomo e la natura. Si tratta della ricerca del limite umano, condotta allo scopo di misurare se stessi in condizioni di estrema difficoltà e pericolo.
Non possedendo uno spirito che aneli a questo genere di esperienza, mi affido alle parole di Ambrogio Fogar, esploratore e avventuriero che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca del limite estremo. Dopo innumerevoli imprese, tra le quali la circumnavigazione del globo, la conquista del Polo Nord a piedi e diverse Parigi-Dakar, all'età di 51 anni rimane vittima di un incidente con il suo fuoristrada da cui esce paralizzato e costretto alla sedia a rotelle. Questo tragico avvenimento non interrompe la sua sete d'avventura, e nel corso di una delle ultime imprese della sua vita scrive le righe che seguono.

Se sei pronto ad affrontare le pene dell'inferno, a piangere di rabbia, di fatica e di paura.
Se sei pronto ad afferrare con i denti e le unghie la vita che il mare sembra strapparti.

Se sei pronto a non dormire e a non mangiare per qualche giorno e a stare fuori al timone della tua barca sotto frangenti che periodicamente la spazzano facendoti vivere costantemente fradicio perché il pilota automatico è in avaria.
Se sei pronto a controllare i tuoi nervi quando di notte l'urlo del vento e le muraglie di acqua aggrediscono la tua barca.
Ecco, se sei pronto a tutto questo, allora parti amico mio.

S
e sei pronto a sopportare il peso di un cielo grandiosamente bello, che ogni sera cambia colori soltanto per te e ti offre rosa e azzurri inimmaginabili e il fuoco e l'oro del sole schiacciato all'orizzonte da gigantesche nuvole nere piene.
Se sei pronto ad apprezzare il suono del vento nelle vele, il canto dei delfini, l'immobilità apparente dei gabbiani stampati nel cielo.
Se sei pronto a lasciarti trapassare l'anima da un cielo stellato.
Se sei pronto a rimpiangere di non poter condividere con il tuo amore questa enorme bellezza.

Ecco, se sei pronto a tutto questo, allora parti amico mio.
N
on dimenticare però che esiste una legge che non si può aggirare: puoi lasciare ogni tipo di bagaglio sul molo prima di partire, ma non puoi lasciare te stesso.
Ecco se sei pronto a tutto questo, vai, amico mio, e torna per raccontare.

M.L.

giovedì 31 dicembre 2009

Il Senso del Viaggio

Ciò che ci spinge a viaggiare è il desiderio di avventura, l'esigenza di staccare dalla vita quotidiana oppure la voglia di conoscere nuovi luoghi. Il viaggio però può trasformarsi in un'occasione persa, qualora lo spirito che lo anima non sia quello giusto. Dopo alcuni anni e tanti chilometri, ho capito che non è la destinazione a rendere un viaggio speciale, né il numero di tappe che è stato possibile toccare nel poco tempo generalmente a disposizione. E non sono né le fotografie né i souvenir che sono stati collezionati a restituire il ricordo del tempo trascorso.

Gli unici momenti che si fisseranno nella memoria e che ci avranno fatti crescere come essere umani saranno quelli che avremo condiviso con altre persone. Soltanto attraverso gli occhi e le parole di coloro che incontriamo sulla nostra strada è possibile vivere un luogo, capirne le regole, trarne insegnamenti e durature emozioni. Il significato più profondo del viaggiare è quindi quello di stabilire relazioni con altri uomini e donne; esse ci trasformano, modellano il nostro pensiero, conferiscono un senso al viaggio e condizioneranno la nostra vita futura.

Perché tutto ciò si realizzi, il viaggio deve essere vissuto a contatto con la gente che abita il luogo che stiamo visitando. Gli spostamenti aerei, il villaggio turistico, l'hotel di lusso precludono questo avvicinamento e lasceranno, al ritorno, una carrellata di immagini di un luogo di cui non è stata colta l'essenza e che non è mai stato veramente vissuto.

Il video che segue è l'ultimo minuto e mezzo del film "I diari della motocicletta". Esso racconta ciò che veramente rimane alla fine di un viaggio vissuto in mezzo alla gente.



E forse tutto questo ragionamento può essere esteso alla vita, che altro non è che il nostro viaggio più importante.


"Non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone" (John Steinbeck)


"La vita è come un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina" (Sant'Agostino)


M.L.