giovedì 11 marzo 2010

Starship Troopers

Avete mai visto il film "Starship Troopers" in cui l'esercito della Terra combatte contro insetti giganti alieni che colonizzano i pianeti della galassia? Se sì, bene. Se no e vi piace il genere splatter non potete proprio perderlo.

E' capitato molte volte in Africa che ripensassi a quel film, e questo succedeva ogni volta che ci scontravamo con ostici rappresentanti della Classe Insetti. L'unica differenza con quel film è che i terrestri, cioè noi, ne uscivano invariabilmente sconfitti.

E' stato il caso della Nairobi Fly, minuscolo coleottero del genere Paederus intriso di un veleno (la "pederina") più potente di quello del cobra. All'inizio della stagione delle piogge, per un paio di settimane al massimo, capitava spesso di avvertire un solletico al viso o al collo, e la reazione istintiva era quella di grattarsi tentando di allontanare il fastidioso ed ignoto insetto. I segni di questo incauto gesto divenivano visibili dopo alcune ore. La pelle necrotizzava per poi sfaldarsi in brandelli, come se si fosse subita una brutta bruciatura. Il motivo era che grattandosi si finiva per schiacciare l'insettino, liberando il potente veleno che agiva per contatto. La cosa curiosa era che ad essere più colpiti erano coloro che avevano l'elettricità a casa. La Nairobi Fly infatti di notte viene attratta dalla luce. In questo modo quindi le dermatiti colpivano epidemicamente e selettivamente la parte più benestante della popolazione, mentre i più poveri che vivevano nelle capanne ne rimanevano esenti.



Un altro caso di scontro con insetti ostili ha riguardato le formiche legionarie del genere Dorylus, le temibili "siafu" che tutti in Africa Orientale conoscono e temono più dei serpenti velenosi. Le siafu si muovono sempre in colonne costituite da una moltitudine di individui, ed ogni colonia è costituita da due categorie di formiche. Le operaie, piccole e apparentemente innocue, e le soldato, enormi formiche in grado di infliggere morsi dolorosissimi servendosi delle potenti mascelle. Queste formiche formano a terra una lunga striscia nera della quale non si distingue l'inizio e la fine e che non si arresta davanti a nulla.

La colonia viene difesa in maniera molto efficace dalle formiche soldato, le quali allontanano a suon di morsi qualunque scocciatore. La stretta delle loro mascelle è talmente potente che anche dopo essere state uccise e decapitate non mollano la presa. Non c'è indumento abbastanza spesso da proteggere dal morso. Questi insetti diventano realmente pericolosi quando alla malcapitata vittima viene impedita la fuga. E' quello che è successo in due occasioni, quando nell'azienda del progetto venne ucciso un maiale che aveva problemi agli arti e che non poteva alzarsi e quando nella stalla di casa venne ucciso un capretto neonato, troppo piccolo e debole per sfuggire all'orda famelica.

Il rimedio più comunemente adottato per interrompere l'invasione di queste formiche è quello di spargere intorno alla zona attaccata del cherosene ed appiccare un fuoco in grado di spezzare la colonna di insetti e di farli desistere dai loro propositi assassini.

E questa è la soluzione che scegliemmo anche la volta in cui fui svegliato dal guardiano notturno perché la stalla delle capre stava subendo un attacco da parte delle legionarie. Gli animali, imprigionati all'interno, belavano disperati e impotenti implorando il nostro aiuto per non soccombere all'assalto. Quando entrammo nella stalla gli animali erano già ricoperti di formiche e si dimenavano furiosamente per sottrarsi ai morsi delle formiche soldato. Ci disinteressammo delle capre ben sapendo che se non riuscivamo a fermare la colonna in entrata sarebbero stati perduti. Accendemmo prima alcuni falò intorno alla stalla, congiungendoli poi con ponti di cherosene infiammato. Mentre eravamo intenti ad appiccare i fuochi, venivamo punti a nostra volta e qualunque tentativo di evitare i morsi si rivelava vano, perché le formiche continuavano a colpire anche dopo la morte. Lentamente riuscimmo a creare uno sbarramento all'avanzata della subdola armata, dopodiché ci dedicammo a staccare le formiche che erano rimaste attaccate un po’ ovunque nel corpo.


Non starò a raccontare degli episodi legati ai bruchi giganti che hanno devastato il giardino e l'orto, all'invasione di termiti, alle pulci penetranti, allo scorpione enorme e corazzato che impediva il passaggio o alle cavallette mangiate fritte. Mi sembra di aver già reso sufficientemente l'idea.


M.L.




lunedì 1 marzo 2010

Incidenti di Percorso (2)

I fatti riportati si riferiscono al Gennaio 2008, quando Francesca ed io ci trasferimmo per due mesi in un altro villaggio (Ikondo), allo scopo di sopperire all'assenza temporanea di espatriati che gestissero le attività del progetto.

Infuriava in pieno la stagione delle piogge, e nonostante questo eravamo costretti, una volta alla settimana, a recarci in città (Njombe) per acquistare cibo e materiali, oltre che assolvere agli obblighi burocratici legati al nostro lavoro.

Le commissioni erano sempre numerose e spesso capitava di tornare verso il villaggio in piena notte e sotto la pioggia battente. Inoltre non rifiutavamo mai un passaggio a chi ce lo chiedeva, compatibilmente alla disponibilità di posti nell'auto. Non eravamo mai meno di 6-7 persone.

Quella sera oltre a noi erano a bordo l'autista e tre suoi familiari. Tra sgommate e derapate riuscimmo a farci largo nei punti più brutti della strada allagata e ridotta ad una striscia di melma. Era notte, e non vedevamo l'ora di arrivare per poter tirare un sospiro di sollievo.

A circa venti chilometri da Ikondo, presso il villaggio di Ukalawa, trovammo l'ostacolo. Un camion si era impantanato e l'autista aveva disteso tutto il carico di tè sulla strada. Le foglie di tè infatti, bagnate e pressate all'interno del camion, a quelle temperature avrebbero iniziato immediatamente a fermentare e tutto il carico sarebbe andato perduto.


Non c'era spazio per passare con l'auto e rischiare il fuoripista in quel punto sarebbe stato eccessivamente rischioso, dato che la strada si trovava schiacciata tra una parete ed un precipizio.

Fu immediatamente evidente che per la prima volta non saremmo riusciti raggiungere la nostra meta. Le condizioni imponevano dunque di trovare un posto dove dormire a Ukalawa, che era solo un minuscolo agglomerato di capanne. Ci recammo con l'autista presso il negozietto del villaggio, che fungeva anche da punto di ritrovo per la comunità locale. Chiedemmo se ad Ukalawa fosse esistito un posto dove poter pernottare, e la fortuna (se così si può chiamare) ci assistette. Un abitante del villaggio possedeva, di fianco alla propria capanna, una piccola costruzione con mattoni cotti e tetto in lamiera (extralusso insomma) con una camera a disposizione dei forestieri. L'autista gentilmente ci offrì questa opportunità, mentre lui e la sua famiglia avrebbero trascorso la notte in macchina.

Fummo condotti fino alla casetta, che si trovava poco distante incastonata in un boschetto di banani. La camera era grande esattamente quanto un letto ad una piazza. Il letto era costituito da un'impalcatura di legno senza materasso né coperte né cuscini. La porta non aveva serratura. Cenammo con del formaggio che avevamo acquistato la mattina in città. Dopo cena accendemmo il computer portatile e guardammo, in uno dei luoghi più remoti ed arretrati del pianeta, un episodio di Star Trek. Purtroppo il debole volume del portatile non riusciva a superare lo scroscio della pioggia sulle lamiere né coprire i passi dei topi che zampettavano allegramente sulla struttura del tetto. Tuttavia questo incredibile contrasto, possibile solo nel mondo attuale, ci restituì il buonumore.


M.L.

mercoledì 24 febbraio 2010

Incidenti di Percorso (1)

Nel mondo cosiddetto "sviluppato" la strada è quella linea che unisce due luoghi. Non ha alcun significato intrinseco se non quello di condurre da qualche parte. Nella maggioranza dei casi è una perdita di tempo necessaria per raggiungere il luogo di lavoro o una sospirata meta vacanziera. In Africa non è quasi mai così. Ogni chilometro ha un proprio senso preciso in quanto può nascondere un insegnamento da ricordare o un ostacolo da superare. L'impossibilità di procedere è generalmente il motore di esperienze che si vivono lungo la strada, impone la sosta e prepara il terreno all'imponderabile, al caso ed al destino.



Un episodio emblematico avvenne la prima (sottolineo "la prima") volta che mi recai al villaggio sede del progetto. All'epoca frequentavo il corso di kiswahili che si svolgeva dal lunedì al venerdì ad Iringa. Invece di crogiolarmi per tutto il weekend nella vita cittadina preferii recarmi nel luogo in cui avrei vissuto per due anni, impaziente di gettarmi nella mischia. Decisi (non che avessi altra scelta) di arrivarci con l'autobus scalcinato che ogni giorno percorre la tratta Iringa-Bomalang'ombe. Era l'inizio della stagione delle piogge, ma all'epoca ancora non sapevo cosa ciò potesse comportare. Il viaggio fu molto interessante, dato che ebbi modo di studiare tutto il percorso e i caratteristici villaggi che si succedevano. Pranzai con un'ottima pannocchia abbrustolita acchiappata al volo durante una delle numerose e lunghe soste, studiate senz'altro più a favorire il commercio degli abitanti dei villaggi che a consentire la discesa e la salita dei passeggeri, operazione che si svolgeva nell'arco di un paio di minuti. La cosa curiosa era che ogni villaggio era specializzato in una particolare merce: c'era il villaggio della frutta, quello dei pomodori, quello delle pannocchie, ecc. Come se fosse stato stabilito un tacito accordo di non belligeranza commerciale tra i diversi villaggi. Nel corso degli anni avrei poi imparato ad apprezzare il progressivo variare delle merci vendute in virtù del succedersi delle stagioni che influivano sulle produzioni agricole disponibili.

Dopo circa quattro ore dalla partenza, arrivati a Kidabaga, l'autobus si fermò. Kidabaga era (ed è tuttora) un grosso villaggio che si trovava a trenta chilometri dalla mia meta e che segnava il confine tra la pista in buone condizioni e quella meno battuta.

All'inizio valutai che si trattasse di una delle classiche e interminabili soste che avevano costellato il percorso, ma quando rimasi l'unico passeggero capii che qualcosa non andava. Con un kiswahili stentato (avevo alle spalle solo una settimana di lezione) capii, o meglio intuii, che la strada da Kidabaga a Bomalang'ombe era troppo brutta, che l'autobus non poteva farcela e si sarebbe di certo impantanato. A Kidabaga non esistevano luoghi che ritenessi adatti a dormire (ma questa valutazione era destinata a cambiare radicalmente con il passare del tempo) per cui cominciai a preoccuparmi. Trenta chilometri a piedi sono tanti, soprattutto di notte e senza conoscere la strada. Questo problema non affliggeva soltanto me, ma anche tutti i passeggeri che erano diretti nei villaggi oltre Kidabaga. A domanda, come sempre, corrispose un'offerta. Un abitante di Kidabaga improvvisò un mezzo di trasporto su cui ci propose di salire dietro, ovviamente, un ragionevole compenso. Si trattava di un trattore a cui venne agganciato un misero carro realizzato con un puzzle di pezzi di ricambio malamente assemblati. Sul fondo del carro vennero sistemati tutti i bagagli e sopra questi ci disponemmo noi passeggeri insieme ad alcune galline in gabbia. Tutta questa impalcatura cigolava e scricchiolava ad ogni metro, ed era immediatamente evidente che il carro si sarebbe schiantato di lì a poco. Prima del definitivo cedimento strutturale, che avvenne a circa dieci chilometri dall'arrivo, si ruppero per l'eccessivo peso tutte le ruote ad una ad una. Le camere d'aria vennero tutte aggiustate artigianalmente per poi proseguire ogni volta. Ad ogni pit stop la gente scendeva con calma e rassegnazione, e aspettava con pazienza il momento in cui si sarebbe ri-arrampicata sul cumulo di sacchi e bagagli per riprendere la marcia. Ad una decina di chilometri dall'arrivo, come detto, il carro collassò ed il semiasse cedette. Erano le undici di sera, era buio da diverse ore, e la gente ancora una volta scese per assistere alle operazioni di riparazione. Questa volta era evidente che senza l'aiuto di un meccanico vero non sarebbe stato possibile sistemare il carro, ma la maggior parte dei passeggeri volle negare l'evidenza ed attendere che si verificasse il miracolo ad opera dei nostri sprovveduti traghettatori. Io ero maledettamente stufo, e spiegai che avrei proseguito a piedi. Venni seguito soltanto da due donne che dividevano il peso di due bagagli ed un lattante. Io probabilmente fornivo loro un barlume di sicurezza, loro indicavano la strada. In due ore arrivammo al villaggio, ed all'una di notte, esattamente tredici ore dopo essere partito da Iringa, svenni esausto nel letto.


M.L.

mercoledì 3 febbraio 2010

La Festa del Maiale

Tradizionalmente in Romagna, nel pieno dell'inverno, la famiglia contadina viveva un vero e proprio evento che coincideva con l'uccisione e la macellazione del maiale allevato nel corso dell'anno precedente. Questo avvenimento si svolgeva nel cortile del casolare e coinvolgeva tutti membri della famiglia allargata, spesso una dozzina di persone e più. La lavorazione della carne era un'operazione specificatamente affidata agli uomini, mentre donne e bambini svolgevano un ruolo di servizio e soprattutto preparavano la cucina e la tavola per la grande mangiata finale.

La famiglia viveva una vera e propria festa, visto che tutti quel giorno mangiavano carne e altri alimenti che raramente erano a disposizione nel corso dell'anno.


Opera di Franco Vignazia


Ci sono famiglie, purtroppo poche, per le quali questa tradizione resiste e che non si accontentano dei salumi industriali che si trovano nei supermercati.

La famiglia di mia moglie è una tra queste e mio suocero è uno tra i pochi artigiani della carne rimasti. Durante l'anno, da Gennaio a Dicembre, alleva il maiale in un vecchio fabbricato adiacente alla casa e a Gennaio, quando l'animale ha raggiunto un peso di oltre due quintali, organizza la festa del maiale.


Nel corso di un freddo mattino domenicale, a partire dall'alba, convergono al casolare il macellaio (camionista di professione) e tutta una pletora di personaggi interessati a vario livello all'avvenimento. C'è Guerrino il lattaio che fornisce i formaggi per il pranzo e che prende parte a tutte le fasi di lavorazione semplicemente perché si diverte, c'è Ivan l'industriale con il Porsche bianco che guarda soltanto ma che è interessato ad acquistare i salumi, c'è Maraldi che non si sa bene che lavoro faccia ma che porta vino e allegria (e spera sempre che ci scappi qualche salame), ci sono i parenti di Bologna venuti per assistere a questa strana manifestazione di civiltà contadina tradizionale. Da qualche anno partecipo anch'io alle operazioni, completamente rapito dalla maestria che porta a trasformare un maiale in una sconfinata gamma di alimenti di vario aspetto e sapore.


Dalla lavorazione del maiale si ottiene infatti una moltitudine di prodotti, e cioè tagli di carne (pancetta, costine, filetti, braciole), insaccati freschi (salsicce, salsicce matte), insaccati stagionati (prosciutti, salami, cotechini, coppe, coppe di testa, guanciale, lombetto), insaccati cotti (musotto) e prodotti ottenuti dalla lavorazione del grasso (ciccioli, strutto). E' quindi pienamente giustificato il detto secondo cui "del maiale non si butta via niente".

Mentre gli uomini sono occupati nello smembramento della carcassa bevendo vino e schiamazzando, le donne in cucina mantengono il fuoco acceso e preparano (sempre a mano) la pasta al ragù per il pranzo. All'una, quando tutti gli insaccati sono stati chiusi ed appesi nella cantina, i ciccioli sono stati scolati e strizzati, e mentre gli ingredienti del musotto stanno cuocendo nel calderone sul fuoco, ci si riunisce tutti nella sala da pranzo a consumare il pasto preparato dalle donne ed accompagnato da tutto ciò che i convenuti hanno portato.


Non so esattamente cosa renda questa tradizione così affascinante. Probabilmente si tratta di qualcosa di atavico, insito nella natura umana, per cui l'uomo diviene cacciatore per provvedere il nutrimento alla propria famiglia. Ma non è solo questo. E' anche qualcosa che distingue la cultura italiana da ogni altra cultura al mondo. E' la trasformazione, attraverso un procedimento permeato di gusto estetico ed artistico, di un elemento grezzo della natura (l'animale) in qualcosa di più nobile, destinato al soddisfacimento del bisogno di alimentarsi ma anche al bisogno tipicamente italiano di farlo nel miglior modo possibile.


M.L.

lunedì 25 gennaio 2010

Bomalang'ombe Football Club

Non ho mai trovato sistema migliore per instaurare velocemente una relazione con un africano di una combattuta partita di calcio. Non c'è niente di meglio che mescolare sudore e fango per cancellare ogni problema di lingua, razza e religione.
Il mio primo impatto con il calcio africano non è stato però il massimo. Revel, Francia, torneo giovanile internazionale di calcio. Otto squadre, tra cui la mia, la magica Edelweiss. Si giocavano partite brevi di 45 minuti, e il match di esordio fu contro la rappresentativa under 16 delle isole Mauritius. Erano nostri pari età, ma erano mediamente alti circa venti centimetri in più. Fu un massacro. Conservo nitidamente il ricordo del calcio di inizio della partita, battuto direttamente calciando nella nostra porta e colpendo la traversa. Finì 4 a 0, ma credo che per loro fu soltanto una sgambata, mentre per noi fu una prova sovraumana. Alla fine del torneo loro si piazzarono secondi, noi ultimi.

Avvertii la stessa sensazione di strapotere fisico nelle successive esperienze in Zambia e Madagascar. In Zambia toccai a malapena il pallone, ma mi consolai al pensiero che lo Zambia è una tra le nazioni calcisticamente più forti dell'Africa. In Madagascar invece feci una discreta figura e addirittura segnai il gol del pareggio, forse perché i malgasci con cui giocai, seppur eccezionali corridori, erano gracilini di costituzione e praticavano un calcio decisamente alla mia portata.
Ma il vero punto di svolta del mio rapporto con il calcio africano avvenne in Tanzania. In due anni ebbi modo di comprendere appieno lo stile africano di giocare e soprattutto le tecniche affinchè un bianco medio possa inserirsi degnamente in una partita tra africani.
Durante la stagione secca giocavo costantemente tutte le settimane. Le partite erano frequentate da ragazzi di ogni età ed in numero variabile. Quando non si raggiungevano i ventidue giocatori, il campo veniva accorciato e una porta veniva sostituita da una porticina delimitata da due mattoni. La cosa più curiosa è che, mentre una squadra per segnare doveva logicamente far passare il pallone nella porticina di mattoni, l'altra doveva colpire o i pali o la traversa della porta grande. Lascio giudicare a voi cosa fosse più difficile.

Come ho detto, nel corso delle partite appresi la tecnica per giocare con ragazzi fisicamente più dotati di me. Gli africani in generale adottano il sistema di gioco "palle lunghe e pedalare", assolutamente improponibile per un atleta mediocre come me. Se sotto il profilo della corsa non c'era storia, sul piano tattico e tecnico potevo dire tranquillamente la mia. Per cui mi sistemavo nelle zone nevralgiche del campo e facevo gioco, abbandonando in partenza il confronto puramente agonistico per concentrarmi sullo smistamento della palla e le conclusioni in porta. Questo sistema si rivelò estremamente efficace, tanto che ben presto fui incluso nella rappresentativa del villaggio.
Per il villaggio di Bomalang'ombe fu una vera fortuna quella di avere un giocatore bianco tra le sue fila. Innanzitutto fornivo maglie e pallone, e poi il pick up dove caricavo tutta la squadra nelle trasferte negli altri villaggi. A pensarci bene, questi due aspetti potevano influire pesantemente sulla mia convocazione nelle partite tra villaggi…
Poi c'era anche il fattore del prestigio, e cioè che il Bomalang'ombe era l'unica squadra che poteva vantare un calciatore straniero!

Le partite tra villaggi venivano organizzate la domenica, ed erano eventi partecipatissimi e molto attesi da parte di tutti gli abitanti. Prima della partita venivano diffusi avvisi perché i tifosi accorressero numerosi, ed il risultato veniva commentato per giorni. Ad ogni partita si presentavano non meno di duecento persone, le quali incitavano, cantavano e ballavano per tutto il tempo. Un vero spettacolo. La mia presenza veniva accolta con curiosità, ed ogni mia caduta accompagnata da risa e grida. Non credo di avere mai provato così forte la sensazione di essere "diverso" come nelle partite della domenica. Ma imparai presto a fregarmene.
Le due partite che ricorderò per tutta la vita furono anche quelle in cui segnai. A prima fu in casa contro il Masisiwe. I giocatori del Masisiwe, per scaldarsi, vennero di corsa dal loro villaggio, che distava 15 km. Dopo la partita, sempre di corsa, vi fecero ritorno.
Segnai il gol del 2-0, e ricordo di essere impazzito per l'esultanza e di aver travolto alcuni bambini che guardavano la partita vicino alla porta. Andai ad abbracciare l'autista del progetto (tifoso sfegatato) e fui festeggiato da tutta la squadra. Per settimane si parlò del primo bianco ad aver segnato in una partita tra villaggi.

La seconda partita memorabile fu contro l'acerrimo rivale, il Mwatasi, giocando fuori casa. Come sempre fu un match molto combattuto e l'arbitro molto contestato. Segnai il gol del 2-1, ma la palla, dopo essere entrata, colpì un tifoso che si trovava dietro la porta e ritornò in campo. Noi esultammo, ma l'arbitro fu ingannato da questo rimbalzo e annullò il gol. A questo punto si scatenò un'immensa rissa (evento estremamente frequente) e noi abbandonammo indignati il campo. Lungo tutta la strada del ritorno, i giocatori assiepati nel cassone del pick cantavano orgogliosamente la frase "I nostri giocatori arrivano dall'Europa!". Un vero momento magico.
M.L.

martedì 12 gennaio 2010

I Babbuini del Samburu

La visita alla Riserva Nazionale di Samburu, situata nel Kenya settentrionale, risale al Settembre 2006. Samburu è un parco molto affascinante, estremamente arido ad eccezione di una fascia di vegetazione lussureggiante prossima al fiume Ewaso Ngiro. Le ragioni che ci spinsero a dirigersi verso questa meta (piuttosto lontana e scomoda da raggiungere) furono la possibilità di avvistare cinque specie di animali assolutamente uniche (gerenuk, giraffa reticolata, zebra di Grevy, orice e faraona somala) e la certezza di fotografare il leopardo (il parco è piccolo è i leopardi qui sono meno schivi).

Le nostre aspettative furono ampiamente premiate, ma il ricordo che si impresse nella maniera più nitida fu relativo ad un episodio che ebbe come protagonisti i babbuini che affollano i campi tendati riservati ai turisti.

La presenza dei babbuini intorno al bivacco in cui ci sistemammo fu fin da principio molto invadente. Ogni pasto veniva preceduto ed accompagnato da scorribande da parte dei più temerari. Vi garantisco che non è piacevole ricevere, nel corso della colazione, la visita di un animale di 25 Kg lanciato a piena velocità sopra la tavola con il solo scopo di contendervi la fetta di pane abbrustolito!

Il risultato fu che un membro dell'equipe che ci accompagnava dovette essere impiegato a proteggere la cucina e la tavola da sgradite invasioni, con risultati, per la verità, piuttosto scarsi. Questi pericoli sussistevano nel corso della mattina e delle prime ore pomeridiane. Con l'avanzare del pomeriggio i babbuini sospendevano l'assedio scomparendo completamente, per poi ripresentarsi il mattino successivo. Questo comportamento è collegato all'esigenza di difendersi dagli attacchi notturni dei predatori, cosa che riesce più semplice radunando il branco in un luogo riparato e facilmente sorvegliabile.

L'episodio che tanto ci colpì si verificò con l'arrivo al nostro campo di una folta comitiva di turisti americani.

La comitiva arrivò circa a mezzogiorno e si sistemò rumorosamente in riva al fiume nei pressi dei servizi igienici del nostro campo tendato. Il mio gruppo si trovava in quella zona per osservare curiosi cercopitechi ed alcuni buceri particolarmente inclini a posare per le nostre macchine fotografiche, e ricevemmo i neo arrivati con freddezza, consci che la tranquillità era ufficialmente terminata. Mentre gli americani iniziarono a consumare il proprio pasto placidamente seduti in riva al fiume, notai che i babbuini si stavano avvicinando con sempre maggior interesse. Già immaginavo l'epilogo, ma questa volta i babbuini cambiarono tattica. Il più grosso del branco prese in mano una pietra e corse verso un albero. Gettò la pietra dentro una cavità della pianta e poi se la diede a gambe in gran fretta. Immediatamente dalla pianta si levò un enorme sciame di api che si avventò sui bersagli più immediati, ossia gli sventurati americani. Questi ultimi, in preda al panico, abbandonarono il loro pasto agitando le braccia per allontanare le api nel vano tentativo di evitare le punture. Due membri del mio gruppo, già punti decine di volte, furono costretti, essendo la strada delle tende sbarrata dallo sciame, a rifugiarsi all'interno dei servizi e ad attivare le docce per difendersi dall'ira delle api. Chi tentava di avvicinarsi per recuperare gli oggetti personali veniva immediatamente respinto dalla furia degli insetti.

Una volta che tutti i rappresentanti della specie umana ebbero abbandonato la scena, i babbuini si avventarono sui pasti abbandonati e presero a consumarli tranquillamente sul posto, del tutto indifferenti alle api, probabilmente grazie allo folta peluria di cui sono provvisti questi primati. Tutto il succedersi degli eventi era stato evidentemente calcolato in precedenza ed eseguito con premeditazione, e sicuramente applicato già in altre circostanze.

Purtroppo il nostro veicolo era rimasto aperto proprio in prossimità del fiume per essere lavato. Dopo il pasto fu quindi il turno del mezzo, in cui i babbuini entrarono trasformando ogni oggetto che trovavano in gioco, devastando poi gli interni ed i sedili.

Quando lo sciame delle api placò la sua ira e decise che vendetta era compiuta, tornò nella cavità dell'albero. I babbuini, persa la protezione delle api, si allontanarono di conseguenza. E agli umani non rimase che raccogliere ciò che restava del bivacco, pulire l'auto da escrementi e detriti vari, medicare i feriti e recuperare i due sventurati che si erano rifugiati sotto la doccia.

Astuti babbuini!


M.L.

lunedì 4 gennaio 2010

Il Senso del Viaggio (2)

Occorre completare il discorso iniziato con il post precedente. Esiste una seconda categoria di viaggio, a me del tutto estranea, caratterizzata dal confronto tra l'uomo e la natura. Si tratta della ricerca del limite umano, condotta allo scopo di misurare se stessi in condizioni di estrema difficoltà e pericolo.
Non possedendo uno spirito che aneli a questo genere di esperienza, mi affido alle parole di Ambrogio Fogar, esploratore e avventuriero che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca del limite estremo. Dopo innumerevoli imprese, tra le quali la circumnavigazione del globo, la conquista del Polo Nord a piedi e diverse Parigi-Dakar, all'età di 51 anni rimane vittima di un incidente con il suo fuoristrada da cui esce paralizzato e costretto alla sedia a rotelle. Questo tragico avvenimento non interrompe la sua sete d'avventura, e nel corso di una delle ultime imprese della sua vita scrive le righe che seguono.

Se sei pronto ad affrontare le pene dell'inferno, a piangere di rabbia, di fatica e di paura.
Se sei pronto ad afferrare con i denti e le unghie la vita che il mare sembra strapparti.

Se sei pronto a non dormire e a non mangiare per qualche giorno e a stare fuori al timone della tua barca sotto frangenti che periodicamente la spazzano facendoti vivere costantemente fradicio perché il pilota automatico è in avaria.
Se sei pronto a controllare i tuoi nervi quando di notte l'urlo del vento e le muraglie di acqua aggrediscono la tua barca.
Ecco, se sei pronto a tutto questo, allora parti amico mio.

S
e sei pronto a sopportare il peso di un cielo grandiosamente bello, che ogni sera cambia colori soltanto per te e ti offre rosa e azzurri inimmaginabili e il fuoco e l'oro del sole schiacciato all'orizzonte da gigantesche nuvole nere piene.
Se sei pronto ad apprezzare il suono del vento nelle vele, il canto dei delfini, l'immobilità apparente dei gabbiani stampati nel cielo.
Se sei pronto a lasciarti trapassare l'anima da un cielo stellato.
Se sei pronto a rimpiangere di non poter condividere con il tuo amore questa enorme bellezza.

Ecco, se sei pronto a tutto questo, allora parti amico mio.
N
on dimenticare però che esiste una legge che non si può aggirare: puoi lasciare ogni tipo di bagaglio sul molo prima di partire, ma non puoi lasciare te stesso.
Ecco se sei pronto a tutto questo, vai, amico mio, e torna per raccontare.

M.L.

giovedì 31 dicembre 2009

Il Senso del Viaggio

Ciò che ci spinge a viaggiare è il desiderio di avventura, l'esigenza di staccare dalla vita quotidiana oppure la voglia di conoscere nuovi luoghi. Il viaggio però può trasformarsi in un'occasione persa, qualora lo spirito che lo anima non sia quello giusto. Dopo alcuni anni e tanti chilometri, ho capito che non è la destinazione a rendere un viaggio speciale, né il numero di tappe che è stato possibile toccare nel poco tempo generalmente a disposizione. E non sono né le fotografie né i souvenir che sono stati collezionati a restituire il ricordo del tempo trascorso.

Gli unici momenti che si fisseranno nella memoria e che ci avranno fatti crescere come essere umani saranno quelli che avremo condiviso con altre persone. Soltanto attraverso gli occhi e le parole di coloro che incontriamo sulla nostra strada è possibile vivere un luogo, capirne le regole, trarne insegnamenti e durature emozioni. Il significato più profondo del viaggiare è quindi quello di stabilire relazioni con altri uomini e donne; esse ci trasformano, modellano il nostro pensiero, conferiscono un senso al viaggio e condizioneranno la nostra vita futura.

Perché tutto ciò si realizzi, il viaggio deve essere vissuto a contatto con la gente che abita il luogo che stiamo visitando. Gli spostamenti aerei, il villaggio turistico, l'hotel di lusso precludono questo avvicinamento e lasceranno, al ritorno, una carrellata di immagini di un luogo di cui non è stata colta l'essenza e che non è mai stato veramente vissuto.

Il video che segue è l'ultimo minuto e mezzo del film "I diari della motocicletta". Esso racconta ciò che veramente rimane alla fine di un viaggio vissuto in mezzo alla gente.



E forse tutto questo ragionamento può essere esteso alla vita, che altro non è che il nostro viaggio più importante.


"Non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone" (John Steinbeck)


"La vita è come un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina" (Sant'Agostino)


M.L.

lunedì 30 novembre 2009

Il progetto Kilolo

Di seguito propongo il filmato, trasmesso da RaiTre il 10 Novembre 2009, relativo al Progetto di Sviluppo Agricolo di Kilolo. Dopo quindici anni di straordinari interventi a favore della comunità del villaggio di Bomalang'ombe, l'ONG italiana CEFA lancia questa interessante iniziativa allo scopo di estendere i benefici derivanti dalla sua presenza competente ed esperta ai villaggi di un intero Distretto.
Il settore scelto per segnare questo passaggio è l'agricoltura, dal momento che consente di raggiungere un ampio numero di beneficiari e perchè incide direttamente sul reddito del 90% delle famiglie tanzaniane.
Questo progetto è realizzato dal CEFA Onlus con il sostegno tecnico ed economico del Consorzio delle Buone Idee di Bologna.