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domenica 11 luglio 2010

Udzungwa Scarp

La Riserva Forestale di Udzungwa Scarp è una delle maggiori aree forestali che coprono la catena dei Monti Udzungwa, situati nella Tanzania centro-meridionale. Essa copre una superficie di circa 220 km2 sul versante sud-orientale della catena montuosa. Insieme al Parco Nazionale dei Monti Udzungwa, che rappresenta la sua continuazione settentrionale, costituisce un’area protetta di eccezionale valore ecologico, biologico ed ambientale. I Monti Udzungwa infatti rappresentano una porzione dell’Arco Orientale, una serie di rilievi montuosi che anticamente costituivano un’unica catena che attraversava da sud a nord tutta la Tanzania per terminare in Kenya.

L’erosione che ha avuto naturalmente luogo nel corso di milioni di anni ha provocato una parcellizzazione dell’antica catena in tante “isole” di rilievi coperti di foresta ed ecologicamente separate le une dalle altre da profondi avvallamenti caratterizzati da clima ed altitudine profondamente diversi. In questo modo l’evoluzione delle specie di animali e piante è proseguita in ognuno di questi segmenti montuosi in modo autonomo, dando origine ad una estrema biodiversità concentrata in superfici relativamente piccole. E’ grazie al grande numero di nuove specie scoperte e ancora da scoprire che i Monti Udzungwa si sono meritati l’appellativo di “Galapagos d’Africa”.

Un aspetto importante dell’Udzungwa Scarp è che la sua foresta primaria si estende lungo le pendici delle montagne partendo da un’altitudine di circa 400 metri s.l.m., con un caratteristico paesaggio di savana, fino ad un’altitudine di 1900 metri s.l.m., con un clima completamente diverso caratterizzato da abbondanti piogge e freddo intenso. All’interno di questa ampia varietà di ecosistemi si sono evolute e differenziate centinaia di specie di animali e piante, oltre a tutte le specie che hanno colonizzato successivamente questi luoghi e che si possono trovare anche in altre aree.

Tra le specie animali che si possono trovare solo nell’Udzungwa Scarp, ed in particolare in una piccola zona della riserva, la storia più curiosa riguarda la “Rana mammifera” (Nectophrynoides asperginis), così chiamata perché è ovovivipara e cioè non depone uova ma dà alla luce girini vivi. Il suo habitat sono le cascate di Kihanzi, e perché il suo ciclo biologico si completi sono necessarie proprio la corrente e gli spruzzi delle cascate. Kihanzi è sito scelto nel 2000 per la realizzazione di un gigantesco impianto idroelettrico, costruito grazie ad un progetto della Banca Mondiale da 270 milioni di dollari . L’opera di presa dell’acqua avrebbe modificato il naturale corso delle cascate minacciando così la sopravvivenza della rana mammifera. Grazie al grande lavoro delle associazioni di ambientalisti e agli studi dei biologi è stato possibile modificare il progetto originario in modo da conservare una nicchia ecologica per le rane.

Udzungwa Scarp è straordinariamente ricca di anfibi e rettili unici di queste zone, mentre i mammiferi più diffusi sono cinque specie di primati (colobo rosso, colobo bianco e nero, la scimmia di Syke’s, galagoni, cercocebo di Sanje), iraci, leopardi (nella parte più bassa della foresta), piccole antilopi e numerose specie di piccoli mammiferi che abitano il sottobosco. Tra questi il più simpatico è sicuramente il rincocione, un toporagno-elefante caratteristico dell’Africa orientale. Una nuova specie di rincocione è stata scoperta recentemente dai ricercatori del Museo Tridentino proprio sui Monti Udzungwa.

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/topo-tanzania/1.html

La foresta dell’Udzungwa Scarp è seriamente minacciata dall’attività umana e dall’espansione degli insediamenti che si trovano lungo i confini della riserva. Purtroppo lo status di Riserva Forestale non garantisce le stesse misure di protezione che difendono i Parchi Nazionali, per cui attività illegali di bracconaggio ed il taglio indiscriminato degli alberi della foresta fanno sorgere interrogativi e preoccupazioni in merito alla sopravvivenza di questo straordinario quanto fragile ecosistema.

Un modo per aumentare l’interesse nei confronti di questa Riserva potrebbe essere quello di pubblicizzarne lo sfruttamento nel contesto di progetti di Ecoturismo. Il Museo Tridentino di Scienze Naturali ha provato ad esplorare questa possibilità, purtroppo con modesti risultati. Infatti il trekking in foresta non garantisce la stessa spettacolarità di un safari (gli alberi fitti ostacolano la visione della fauna) ed è tutt’altro che ricco di comfort. In più, come se non bastasse, il governo tanzaniano, forse per evitare le invasioni (per altro improbabili) di turisti nelle aree protette, ha burocratizzato pesantemente l’accesso alle Riserve Forestali imponendo il pagamento di una quota giornaliera superiore a quella del parco nazionale da effettuare esclusivamente negli uffici di Morogoro, a centinaia di km cioè dall’ingresso in foresta.

Tutte queste misure non hanno impedito, a mia moglie e me, di sperimentare il primo tratto di un trekking che attraversa tutta l’Udzungwa Scarp da Masisiwe (villaggio a circa 1900 metri) fino a Chita, che sorge lungo le sponde del fiume Kilombero proprio ai piedi della catena degli Udzungwa. La nostra meta era Kihanga (S 08°22’19,7”, E 35°58’52,9”) a 1692 s.l.m., che si trova a 11,2 km in linea d’aria dal villaggio di Masisiwe. La durata prevista era di 4 ore di marcia con i portatori. Malauguratamente abbiamo ritenuto di potere fare senza, ed il tempo di percorrenza e la fatica si sono dilatati sensibilmente (noi abbiamo impiegato circa 6 ore).

Gli abitanti di Masisiwe millantano di riuscire a raggiungere Chita in 8 ore, ma se dovessi prevedere un trekking considererei tre giorni di cammino per completare il percorso.

Kihanga è il campo base a cui si sono appoggiate tutte le spedizioni esplorative dell’Udzungwa Scarp, dove cioè i ricercatori e i naturalisti hanno montato i campi in grado di ospitare loro e le attrezzature necessarie allo studio della foresta e dei suoi abitanti.


Kihanga non è altro che una minuscola radura in mezzo alla foresta pluviale, la cui caratteristica principale è quella di trovarsi in prossimità di una sorgente di acqua purissima e trasparente assolutamente potabile, che forma fra l’altro un laghetto ideale per lavarsi.

Come detto gli unici componenti della spedizione eravamo mia moglie ed io, guidati da un anziano abitante del villaggio di Masisiwe, Stephan Kayage, che la comunità locale ha scelto per guidare le spedizioni dei visitatori che desiderano inoltrarsi nella foresta.

Stephan non aveva scarpe ed il solo bagaglio era una tanica di pombe (alcolico ottenuto dalla fermentazione del mais), due canne da zucchero ed un machete. Tutto il suo sostentamento di due giorni di marcia era contenuto in questi oggetti.

Noi eravamo stracarichi, con abbigliamento tecnico, tenda, cibo e acqua in quantità. A noi le nostre provviste sono risultate decisamente scarse.

La foresta si è rivelata una prova molto più dura del previsto, a causa del clima umido, i duri dislivelli e i tronchi abbattutti che ostacolavano il cammino, ma ci ha regalato emozioni indescrivibili. Purtroppo nei due giorni che siamo rimasti sui monti Udzungwa non abbiamo trovato il tempo per un’esplorazione del territorio circostante il campo. Appena arrivati al campo base infatti abbiamo acceso il fuoco, piantato la tenda, consumato il pasto e ci siamo fiondati immediatamente a dormire. Eravamo stremati.

Non ci sono sfuggiti però i rumori della notte, le voci dei milioni di esseri viventi che popolano la foresta. Di giorno quest’ambiente sembra disabitato, ma di notte la vita esplode letteralmente. Siamo riusciti a registrare il verso dell’irace arboricolo, il cui gracchiare sovrasta tutte la altre voci notturne.

Ci piacerebbe un giorno, forti dell’esperienza accumulata, completare il tragitto fino alla pianura del Kilombero, fino a Chita. In quell’occasione però ci faremo accompagnare da dei portatori, gente allenata ed esperta che non conosce la fatica.

M.L.

sabato 11 ottobre 2008

Storia di Ireneo

Ireneo Kahise nacque a Masisiwe, un piccolissimo villaggio sui monti della Tanzania meridionale. Dopo le scuole primarie, a tredici anni, iniziò a lavorare nei campi e a quattordici anni era già indipendente, vivendo in una capanna propria e provvedendo autonomamente ai propri bisogni. Fin da bambino dimostrò sempre un forte senso religioso, e questa propensione lo portò, all'età di diciotto anni, ad iscriversi alla scuola per catechisti di Makalala. La scuola di catechisti di Makalala è una scuola triennale a tempo pieno, in cui gli studenti vengono istruiti alla vita cristiana di preghiera ed all'insegnamento della religione.
Al termine degli studi si trasferì a Lupilo, che si trova vicino al suo villaggio natale. Qui divenne subito il catechista del villaggio ed un vero e proprio punto di riferimento per tutta la comunità. Dopo quattro anni di attività come catechista, Ireneo mise incinta Josepha, la figlia di Mgudule.
Mgudule era un mercante e la persona più ricca del villaggio di Lupilo, tanto che possedeva persino un'auto. Mgudule era un ottimo affarista, pagava sempre i suoi debiti (qualità rara da queste parti), ed in virtù di questo beneficiava di tanti prestiti che sapeva mettere a frutto. Mgudule aveva quattro mogli e ventisette figli; era una persona molto legata alla religione tradizionale della sua tribù, basata sul culto degli spiriti e sulla stregoneria. Nei confronti dei suoi figli era stato un padre molto rigido e avaro, e non aveva concesso loro nulla della propria ricchezza. Per questo i suoi figli lo derubarono diverse volte, e tre di loro finirono in prigione dopo essere stati denunciati dal loro stesso padre. Gli altri figli lo avevano abbandonato, ad eccezione di Josepha, la sua prediletta.
Josepha era l'unica della sua famiglia che gli era sempre rimasta vicina, e per ricompensarla della sua fedeltà Mgudule le concesse di iscriversi alla scuola secondaria.


Al termine del terzo anno di studio, come già anticipato, Josepha rimase incinta di Ireneo. Questo avvenimento causò l'allontanamento di Josepha dalla scuola (ciò è previsto dalla legge tanzaniana) e la sospensione di Ireneo dall'attività di catechista.
Dopo la nascita del bambino, Josepha e Ireneo si sposarono, ed Ireneo potè tornare alla sua occupazione precedente.
Purtroppo il bambino, dopo un mese di vita, morì.
Secondo la religione tradizionale, la morte non avviene mai per cause naturali ma è sempre il risultato di vendette, invidie o maledizioni che cadono sulla famiglia. Secondo questa credenza tutta la vita è regolata da un sistema rigido di precetti, tabù e punizioni. Qualsiasi disobbedienza viene pagata con minacce di morte e di malattia. E' una religione basata sulla paura; non prevede il perdono, tutto ciò che accade deve essere addebitato a qualcuno che dovrà pagare per aver provocato la disgrazia.
Ireneo era un cristiano molto credente, un fermo oppositore delle pratiche religiose tradizionali, e nonostante le pressioni del suocero, Ireneo si rifiutò di consultare lo stregone in merito ai motivi che avrebbero causato la morte del figlio.
Nel frattempo la salute di Josepha iniziò a peggiorare e dovette smettere di aiutare Ireneo nei lavori dei campi e nelle faccende domestiche.
Dopo qualche tempo nacque Josè, il loro secondo figlio. Il suocero, Mgudule, era molto contento perché in quel periodo aveva già perso tre nipoti, e la nascita di Josè veniva interpretata come il segnale che la maledizione che era calata sulla sua famiglia si era esaurita. Il bambino all'inizio stava bene, ma dopo qualche tempo la sua salute iniziò progressivamente a peggiorare, così come quella di Josepha.
All'età di sei mesi Josè, il secondo figlio di Josepha e Ireneo, morì.



Ancora una volta Ireneo si trovò a dover sopportare, oltre al dolore per perdita di un figlio, le pressioni della famiglia e degli amici che lo intimavano di rivolgersi allo stregone, ma lui seppe resistere con coraggio e fermezza.
La morte del secondo figlio fu per la famiglia di Ireneo un colpo durissimo; Josepha tornò a vivere con i propri genitori mentre Ireneo decise di abbandonare la sua vita in quei luoghi per recarsi in città, ad Iringa, a cercare un lavoro che gli permettesse di cambiare aria, perché quella che si respirava a casa sua cominciava ad essere troppo pesante per lui.
Dopo sei mesi Ireneo fece ritorno nel suo villaggio, Lupilo. Il periodo trascorso ad Iringa gli donò nuovo vigore e la sua fede cristiana ne uscì rafforzata. Egli quindi riprese la sua attività di catechista.
Poi, improvvisamente, da un momento all'altro, in un giorno del mese di Giugno, Ireneo rimase cieco. In precedenza non aveva avvertito nessun sintomo particolare che lasciasse presagire ciò che gli sarebbe capitato, se non un po’ di spossatezza; aveva semplicemente cessato di vedere.
Gli abitanti di Lupilo e dei villaggi limitrofi erano tutti della stessa opinione: Ireneo era stato maledetto.


Aiutato dai padri della missione di Ng'ingula, Ireneo si trasferì nuovamente ad Iringa, dove iniziò a sottoporsi ad alcune cure per recuperare la vista.
Dopo tre mesi di cure, Ireneo tornò nel suo villaggio. Aveva recuperato la vista, ma in compenso aveva perso la fede. Ad Iringa era stato avvicinato da membri di una setta pentecostale che lo avevano abbindolato finendo per fargli credere che il recupero della vista era stato un miracolo e che erano state le loro preghiere a guarirlo.
Per tutta la comunità cristiana fu uno shock tremendo. Ireneo, il loro punto di riferimento, colui che aveva dimostrato tanta coerenza nel rigettare la stregoneria, li aveva abbandonati.
Le cose per Ireneo cominciarono, se possibile, a peggiorare ulteriormente. La setta prosciugò Ireneo e la sua famiglia di tutto il denaro, e per pagare gli oboli dovuti vendettero tutti i loro averi ed iniziarono a chiedere l'elemosina.
Josepha, nel frattempo, si aggravò ulteriormente e fu seppellita da Ireneo poco tempo dopo.
L'infermiera del dispensario di Lupilo che aveva in cura Josepha, rivelò ai padri della missione che Josepha era morta di AIDS, malattia contratta ai tempi della scuola secondaria, dove Josepha si prostituiva regolarmente per acquistare olio, sapone e vestiti, dato che l'avaro padre Mgudule non le concedeva neanche un soldo per pagarsi ciò di cui aveva bisogno.
La maledizione che uccise i due figli, la moglie e provocò tutte le disgrazie di Ireneo si chiamava AIDS, ed Ireneo ne era infetto.
Questa interminabile serie di prove a cui fu sottoposto, provocarono una regressione nella salute mentale di Ireneo. Dapprima smise di parlare Kiswahili, la lingua della Tanzania, a favore del Kihehe, il dialetto tribale. Infine uscì completamente di senno, divenendo uno squilibrato.
Oggi Ireneo è conosciuto da tutti come il matto del villaggio di Lupilo.

(Questa storia ci è stata raccontata da Padre Moises Facchini, della missione della Consolata di Ng'ingula)


M.L.