martedì 23 giugno 2009

Ciao Massimo

Ci sono uomini che hanno dedicato l'esistenza alle proprie passioni, e Massimo era uno di questi. Ecco perché non è difficile raccontare la vita di Massimo, o almeno della parte che ho avuto l'onore ed il piacere di conoscere.

La sua prima grande passione era il Rugby. Dopo diversi anni trascorsi a giocarlo da ragazzo, ha deciso di dedicargli tutto il suo tempo libero da adulto. Si è a lungo occupato del settore giovanile, trasmettendo la sua passione per questo sport ai giovani. Gli ultimi aneddoti che ho sentito dalla sua voce riguardavano le numerose corse al pronto soccorso per ricucire i tagli che i bambini riportavano dopo le partite. Le mamme -diceva- erano più tranquille se riportavi loro i figli già "riparati". Il Rugby è stato anche uno strumento di solidarietà. Recentemente era stato tra gli organizzatori di una serata di beneficenza per raccogliere fondi a favore del Paganica Rugby, squadra colpita dal terremoto d'Abruzzo. In una sola serata lui e i suoi amici sono stati in grado di raccogliere ben 5.000 euro!


Altra passione, tipicamente italiana, era quella della cucina come occasione per trascorrere del tempo con gli amici. La sua specialità erano senz'altro i piatti a base di carne accompagnati da un buon vino, che sapeva preparare in maniera semplice ma davvero appetitosa. Era una vera gioia sedersi a tavola con Massimo; grazie ad uno spiccato senso dell'autoironia sapeva raccontare aneddoti esilaranti di cui era spesso il protagonista.

La passione che ha occupato però la maggior parte del suo tempo è stato l'allevamento dei suini. E l'immagine migliore per ricordarlo è sicuramente questa, da lui stesso inviata alla trasmissione radiofonica "Caterpillar". Laureato in Agraria, viveva il suo lavoro con impegno e competenza, e nel breve tempo condiviso ho potuto beneficiare di consigli e delle sue conoscenze, che generosamente metteva sempre a disposizione. Insieme all'inseparabile socio ed amico Gianni componeva un binomio irresistibile, capace di vivere con il sorriso sulle labbra e con grande leggerezza tutti i problemi che si presentavano. Offrivano a quelli che lavorano in questo settore un grande esempio di serenità, onestà e genuinità.

Massimo se n'è andato ieri, 22 Giugno 2009. Queste poche righe sono un tributo alla sua memoria ed un omaggio alla sua vita, una vita degna di essere raccontata.


M.L.

domenica 21 giugno 2009

Snagov, l'isola di Dracula

Se vi trovate a Bucarest ed avete a disposizione una giornata di tempo, mi permetto di consigliarvi un giro a Snagov, località presso cui si può visitare la tomba di Dracula.
Dracula è un personaggio fantastico che deve la sua fama al romanzo omonimo scritto nel 1874 da Bram Stoker. Il protagonista, Dracula appunto, è ispirato ad un personaggio storico realmente esistito tra il 1431 ed il 1476 di nome Vlad III principe di Valacchia, più noto come Vlad Tepes o Vlad l'Impalatore. Il nome Dracula deriva dal nome del padre di Vlad, soprannominato Dracul (Drago) e da qui Draculea, ovvero figlio di Dracul.
Vlad non era un vampiro, anzi si può dire che all'epoca fosse considerato un paladino del bene, almeno nella parte occidentale dell'Europa. Egli infatti, come il padre, apparteneva all'ordine del dragone, nato per difendere la cristianità dall'invasione dei Turchi ottomani. Il motivo per cui Bram Stoker associò questa figura storica al famigerato vampiro risiede nei metodi che egli adoperava per svolgere il suo compito di difensore della Chiesa. Si guadagnò sul campo il soprannome di Impalatore, pratica tra l'altro appresa dai turchi stessi. Egli però la perfezionò ed applicò in maniera sistematica; celebre fu il massacro di migliaia (si parla di 20.000) di persone impalate presso Brasov per motivi etnici (erano di origine tedesca) e commerciali (erano commercianti accusati di soffocare l'economia valacca).
Il suo curriculum annovera anche altri episodi che contribuirono a rendere leggendaria la sua crudeltà: fece inchiodare il turbante sulla testa di alcuni ambasciatori del sultano perché dopo essersi inchinati al suo cospetto non si erano tolti i copricapi; fece bruciare vivi tutti i mendicanti di Targoviste per sollevarli dalla loro condizione di povertà; fece impalare dopo un allegro banchetto conviviale 500 persone, i nobili e le loro famiglie, per non averlo adeguatamente sostenuto in passato. E la lista sarebbe ancora lunga.
Per un paese come la Romania che non beneficia di grandi flussi turistici, la valorizzazione dei luoghi che ispirarono la nascita del mito di Dracula potrebbe essere un'occasione di rilancio economico. I rumeni non amano tuttavia coltivare o pubblicizzare le leggende su Dracula, perché di fatto alterano la storia di quello che per la Romania è un eroe nazionale; per creare un parallelismo, è come se in tutto il mondo Garibaldi fosse considerato un mostro succhiasangue. Questo è il motivo principale per cui non esiste uno sfruttamento turistico per il più famoso personaggio rumeno della storia.
L'arrivo a Snagov avvalora immediatamente quanto scritto finora. Un turista si aspetterebbe di trovare, alla fermata dell'autobus, frotte di procacciatori di clienti per i giri turistici, venditori ambulanti di souvenir e di bevande, cartelli e segnali turistici ben evidenti. Niente di tutto ciò. Snagov è un piccolo paesino di campagna, fin troppo tranquillo ed anonimo. L'impressione è di avere sbagliato la fermata. Trovare qualcuno a cui chiedere indicazioni è già di per sé un'impresa. Trovare qualcuno che parla inglese fa scendere ulteriormente le probabilità. Per cui di fatto ci si deve arrangiare ponendo all'improbabile passante l'unica domanda che può comprendere: "Draculea?". Il passante, un po’ scocciato e infastidito dall'unico turista che incontrerà nelle prossime 3 settimane, indica vagamente una strada che si inoltra in un bosco. Dopo alcuni chilometri a piedi (due o tre circa) senza incontrare altre persone o macchine e accompagnati dall'inquietudine che coglie chiunque cammini da solo in un bosco desolato della Romania, si arriva presso un lago, in riva al quale sorge un pacchiano ristorante con tanto di parco e sedie a sdraio.
Il tutto è ovviamente deserto, per cui si tenta di scovare qualcuno a cui porgere la solita domanda. L'indicazione che arriva questa volta lascia senza fiato chi non è a conoscenza di dove si trovi la tomba di Dracula. Infatti l'inserviente del ristorante indica le barchette arenate in riva al lago. Dopo lunghi minuti trascorsi a fissare interdetti le barchette, giunge un signore (vedi la foto) che si offre di traghettare lo sventurato fino al luogo dove riposa Vlad l'Impalatore.
Il luogo è un'isoletta in mezzo al lago, sulla quale sorge un piccolo ma suggestivo monastero. Tutto il complesso è ordinato e ben tenuto, segnale che i monaci vi risiedono ancora. L'interno della Cripta di Vlad è interamente affrescata, e la tomba si trova proprio nei pressi dell'altare. Ciò che stupisce è che un personaggio come Vlad Tepes sia sepolto all'interno di un edificio religioso e che alle sue spoglie siano tributati gli onori che spettano ad un martire o ad un santo.
Il luogo offre una suggestione unica; il silenzio, i monaci dalle lunghe barbe, i colori degli affreschi e le candele, il giardino curato e le placide acque che lambiscono l'isola costituiscono un insieme estremamente armonioso e pacifico, che stride in maniera impressionante con la vita e le gesta compiute da colui che è sepolto in questo luogo.
M.L.

domenica 10 maggio 2009

I murales di Orgosolo

Orgosolo è un paese situato nel cuore della Sardegna, e come molte altre località di questa regione è una cittadina bruttina situata in un ambiente meraviglioso. Si tratta infatti di uno sperduto centro abitato, composto da edifici di dubbio gusto, abbarbicato sulle pendici di una ripida montagna; Orgosolo è collocato nel tipico paesaggio selvaggio del Supramonte, fatto di massicci calcarei che si elevano al di sopra di una rigogliosa vegetazione.
Orgosolo è universalmente nota per i murales che tappezzano tutto il suo centro storico. Ce ne sono oltre 150, e la loro realizzazione venne inizialmente promossa nel 1975 dal professore senese Francesco del Casino per celebrare il trentesimo anniversario della Resistenza e della Liberazione. Questo genere di espressione artistica prese piede e da allora non si è mai fermata la produzione dei murales.
Quasi tutti i murales hanno temi impegnati e sono un mezzo per denunciare ingiustizie sociali, criticare la guerra, affermare i diritti degli agricoltori e dei ceti più deboli e sottolineare alcuni episodi della cronaca locale.
Come questi disegni di grande intensità espressiva ed emotiva ricoprono i muri dei brutti edifici di Orgosolo, così l'arte che essi rappresentano è stata in grado di oscurare la pessima fama che questa zona si è creata in tutto il novecento. Dal 1901 al 1950 è stato registrato in media un omicidio ogni due mesi a causa di sanguinose faide, mentre per circa un trentennio nel dopoguerra questi luoghi sono stati il rifugio per banditi dediti ai rapimenti di persone facoltose. Senza dubbio questa cittadina rappresenta un esempio di come sia possibile reagire alla violenza divenendo un'icona di valori come pace e giustizia, e di come si possa trasformare un luogo evitato da tutti in affollata meta turistica.
Ma l'aspetto in assoluto più caratteristico ed inaspettato di Orgosolo sono i suoi abitanti. Non è semplice descrivere le sensazioni che il contatto con queste persone genera, ma l'impressione immediata che se ne ricava è di trovarsi in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Lungo lo stretto Corso Repubblica, la strada principale dov'è concentrato il maggior numero di murales, si assiste ad un'ininterrotta processione di motorini lanciati in folli impennate ad altissima velocità, macchine ammaccate con il finestrino abbassato dal quale sporge il braccio peloso del conducente, e di mezzi vari provvisti di marmitte sferraglianti ed assordanti. Ma la cosa incredibile è che gli stessi veicoli passano e ripassano per dozzine di volte.
Ai bordi delle strade, fuori dai bar, giovani ed anziani discorrono senza sosta in una lingua incomprensibile, urlando frasi dal contenuto misterioso ai passanti e lasciandosi sfiorare da queste giostre mortali senza battere ciglio.
Più di una volta il visitatore è portato a chiedersi: " Ma com'è possibile?". Poi però ci si ricorda che si è in Sardegna e rispondere a questa domanda diventa immediatamente superfluo.

Di seguito una breve galleria dei murales che mi hanno colpito di più non tanto per l'impatto visivo quanto piuttosto per il messaggio che trasmettono.


"Quando i primi missionari arrivarono in Africa, noi avevamo la terra e loro la Bibbia. Allora chiudemmo gli occhi e pregammo. Quando li riaprimmo noi avevamo in mano la Bibbia e loro avevano la Terra". Desmond Tutu

"Non per un palmo di lontana frontiera abbiamo gettato al vento la nostra giovinezza ma per un più alto ideale di libertà e giustizia". E.Lussu 24.05.1922


"Concimi non proiettili".


"Non c'è molto da capire in tutto questo. Mi sembra di essere più vecchia degli uomini politici, di avere più buon senso di loro. Non si può rimproverare di vivere ad una bambina di 12 anni. Sono stufa delle bombe, delle cannonate, dei morti, della fame, della paura. La mia vita è questa". Zlata Filipovic, Sarajevo 1993.


"Siamo tutti clandestini".

M.L.


giovedì 19 febbraio 2009

Le grotte Chagga

In tempi remoti arrivarono e si stabilirono nella regione del Kilimanjaro delle popolazioni di cacciatori raccoglitori provenienti dall'Etiopia. Questo gruppo etnico si chiamava (ma i loro antenati ancora abitano questa regione) Chagga. I Chagga vivevano tradizionalmente di agricoltura ed allevamento; le loro abitazioni erano costruite con pali legati insieme da fibre naturali e venivano ricoperte con foglie di banano.
Intorno ai primi anni del 1900 la zona del Kilimangiaro subì le incursioni dei Masai, popolazione nomade pastorale un tempo bellicosa e dedita a scorribande finalizzate ad impadronirsi del bestiame di altri popoli.
In effetti ancora oggi, durante le annate particolarmente siccitose, essi sono costretti a muoversi dalle zone dove vivono per spostarsi alla ricerca di pascoli produttivi per il loro bestiame. In Tanzania tutti sanno che durante quei periodi non si deve lasciare nessun capo incustodito, perché i Masai se ne impossesserebbero immediatamente; a quel punto poi sarebbe molto pericoloso chiederne la restituzione.

All'inizio del ventesimo secolo non si trattò solo di qualche scorribanda; infatti le popolazioni che abitano le pendici del Kilimanjaro parlano di una vera e propria "guerra" con i Masai.
Essendo più deboli in virtù della minore prestanza fisica, i Chagga decisero di scavare grotte e tunnel sotterranei dove nascondere le famiglie ed il bestiame durante gli scontri con i Masai. Questi nascondigli venivano chiamati "mreshi" ed erano opere civili imponenti, se si pensa che venivano realizzati con la sola forza delle braccia. Queste grotte, scavate nel terreno e attraverso strati rocciosi, sono state realizzate con grande mestria, tanto che dopo cento anni i soffitti non hanno subito crolli. Al loro interno venivano costruiti veri e propri recinti per il bestiame e venivano stivate legna, cibo, acqua, e tutto il necessario per permanenze sotterranee di molti giorni.


Durante le lotte gli ingressi venivano coperti con rami e fogliame e venivano sorvegliati da sentinelle (kisoki), che avevano l'ordine di uccidere a vista chiunque oltrepassasse un segnale in pietra posto nelle vicinanze della grotta. Per aumentare la sicurezza dei nascondigli, lungo tutto lo sviluppo dei tunnel vennero scavate nicchie che servivano a nascondere altre guardie armate.
Si dice che questi tunnel fossero lunghi molti chilometri e che avessero diverse entrate nascoste.
Nessuno le ha mai esplorate completamente, anche se le guide locali che conducono i turisti al loro interno si spingono sempre più in profondità senza essere mai giunte, finora, alla fine.


In epoche più recenti sono state quasi tutte chiuse perchè pericolose per i bambini; ci sono stati episodi infatti di bambini che, avventuratisi al loro interno, non hanno saputo più ritrovare la strada per uscirne. Ad oggi ne sono rimaste due, di cui soltanto una è accessibile ai turisti. Purtroppo il susseguirsi delle stagioni delle piogge le sta progressivamente occludendo a causa del fango che vi fluisce. In molti punti infatti per passare è necessario procedere a gattoni, mentre quando furono costruite permettevano il passaggio di un uomo adulto in piedi.
La visita delle grotte è inserita in un interessantissimo programma culturale che offre diverse opzioni. Si tratta di turismo alternativo, gestito dalla comunità locale ed estremamente economico. Altamente consigliato per la suggestiva ambientazione (proprio sotto al Kilimanjaro) e per la qualità del servizio offerto.
M.L.

Per informazioni:
http://www.kahawashamba.co.tz/
kncutourism@kilinet.co.tz

venerdì 2 gennaio 2009

Passaggio a Nord-Est

Ci sono tanti modi di viaggiare, ed ognuno sceglie quello a sé più consono. La Terra è diventata improvvisamente molto piccola e praticamente tutti possono arrivare in qualunque luogo in tempi ragionevolmente brevi. Ciò che però rimane ristretto a pochi è la consapevolezza che in certi casi il viaggio per raggiungere un luogo può essere più significativo del luogo stesso.
Il trasporto aereo consente di coprire grandi distanze nell’arco di poche ore e rende il viaggio una formalità da chiudere il più velocemente possibile. Per certe località questo non è possibile semplicemente perchè non esistono voli di linea e noleggiare un aereo rimane un’opzione fuori della portata di budget “popolari”.
Ecco che allora si è costretti a percorrere lunghissime distanze con mezzi pubblici sprecando intere giornate in spostamenti di poche centinaia di chilometri, e questo può scoraggiare molti.
Ciò può però divenire l’occasione di mescolarsi con la cultura locale e di vedere scorrere davanti ai propri occhi il paesaggio, apprezzandone i mutamenti e avvertendo fisicamente la sensazione delle distanze coperte.

E’ questo il caso del tragitto verso il nord-est del Kenya, percorrendo la strada e poi la pista che da Nairobi conduce a Wajir.
I preparativi sono già all’altezza di ciò che il viaggio riserverà. Tutte le compagnie di autobus infatti che coprono questa tratta si trovano e partono dal quartiere “Eastleigh” di Nairobi, un quartiere malfamato e abitato quasi esclusivamente da somali. Discariche in fiamme, voragini in mezzo alle strade, sguardi poco rassicuranti che si incrociano ovunque, donne completamente velate e uomini in tuniche bianche costituiscono il comitato di benvenuto in questa zona della capitale keniana.


Un’informazione essenziale per chi debba salire sopra uno di questi autobus è la seguente: è vitale sedersi nei sedili anteriori e quindi prenotare con largo anticipo. Se, come è capitato a noi, dovesse succedere di trovare disponibili solamente i sedili posteriori, è consigliabile cambiare la data della partenza e trovare posto su un autobus più libero.
La pena per aver infranto questa legge così banale e di dominio comune tra i viaggiatori abituali, è una tortura fisica di proporzioni inimmaginabili. Se chi siede davanti avverte le buche nella strada come un fastidioso inconveniente, chi siede negli ultimi sedili dell’autobus dovrà trascorrere tutte le dodici ore del viaggio ancorandosi saldamente a maniglie e sostegni oppure alzandosi in piedi all’approssimarsi di ogni asperità. Gli scossoni proiettano gli sventurati dei sedili posteriori l’uno contro l’altro, si fanno salti di oltre un metro per poi venire sbattuti violentemente verso il basso, le teste cozzano con forza sul soffitto dell’autobus. E’ un supplizio difficilmente descrivibile di eterna durata.
La prima metà del viaggio copre il tratto Nairobi - Garissa ed è (abbastanza) asfaltata. Lungo la strada scorrono immense piantagioni di ananas, moderne serre e sparuti baobab. I lineamenti della gente che si scorge lungo la strada cambiano progressivamente dai marcati tratti bantu ai più fini tratti nilotici dei somali, mentre le casette e le capanne dai tetti ai punta dei villaggi keniani lasciano il posto alle semplici capanne somale a forma di cupola.
A Garissa termina la strada asfaltata e iniziano le piste sabbiose che conducono verso il nord-est e, dopo aver superato l’equatore, a Wajir. Il paesaggio cambia bruscamente e diventa semidesertico, le acacie spinose sono la specie arborea predominante ed assieme ai secchi cespugli rimangono le sole a sfidare l’arida distesa sabbiosa. Il sole riverbera sulla superficie biancastra del terreno e la polvere e la sabbia che si alzano al passaggio degli automezzi penetrano attraverso gli sconnessi finestrini. Le condizioni di viaggio diventano oggettivamente dure.


Ciò che lascia sbalorditi e che questo ambiente così inospitale ed estremo si rivela ricco di vita. Le mandrie di capre e zebù si affiancano ai carretti trainati dagli asini ed alle colonne di dromedari che i nomadi somali spostano in continuazione nel “bush” alla ricerca di acqua e di cibo. I villaggi provvisori dei pastori somali spuntano ovunque ed a distanze enormi l‘uno dall’altro. I pastori si aggirano in questa regione accompagnati dai membri del proprio clan, montando e smontando le capanne trasportate a dorso di dromedario. E’ uno stile di vita imprescindibile dalla cultura somala, che preferisce abbandonare chi non può aderirvi come anziani, disabili e donne non in grado di percorrere lunghe distanze a piedi piuttosto che rinunciare al nomadismo.
Ma non è solo la componente umana ad animare il paesaggio riarso dal sole. Prestando attenzione è possibile scorgere facoceri, giraffe, gazzelle di Grant, orici, gerenuk, dik dik e struzzi. Come tutti questi animali possano sopravvivere in questo ambiente pare un mistero.
In certi tratti la vegetazione scompare completamente e ci si ritrova completamente in mezzo al deserto, e l’autobus prosegue spedito sbandando di tanto in tanto tra dune e i solchi scavati dai trasporti precedenti. Una riflessione a parte andrebbe rivolta alla tenuta di questi sgangheratissimi mezzi, che affrontano questo viaggio assurdo tra buche, dune e temperature torride senza mostrare grosso segni di cedimento. Difficilmente autobus più moderni potrebbero comportarsi meglio dei loro decrepiti e malandati omologhi keniani.

Dopo dodici (o più) ore all’interno di queste traballanti fornaci si giunge finalmente a Wajir, una grande città in mezzo al nulla. Improvvisamente in mezzo al deserto compaiono edifici in muratura, ripetitori per le telecomunicazioni, banche e distributori di benzina. Ad una distanza di quasi mille chilometri da Nairobi compare di nuovo la civiltà. Non si tratta però esattamente di un’oasi… ma questa è un’altra storia.

M.L.

lunedì 1 dicembre 2008

Nomi Bislacchi

Lavorando in un progetto che prevede di confrontarsi con gruppi numerosi di persone (contadini, utenti del servizio acqua ed elettricità, studenti, ecc.), spesso capitano per le mani liste molto nutrite di nomi. Dopo  anni di Tanzania posso affermare con cognizione di causa che in molti casi i tanzaniani hanno nomi decisamente bislacchi.

Ci sono innanzitutto quelli appartenenti alla categoria dei "Nomi derivanti da parole qualunque", ovvero parole sentite in qualche luogo e affibbiate al povero bambino perché avevano un suono che piaceva ai genitori:

Benzina
Burito
Dombosco
Epson
Gatto
Happy
Spelato
Tibia
Excavatore

C'è poi la mia categoria preferita, ovvero quella dei "Nomi con significati assurdi", i cui possessori sono destinati ad una vita di umiliazioni:

Matatizo ("Problemi")
Majembe ("Zappe")
Nafika ("Arrivo")
Oneni ("Guardate")
Saidia ("Aiuto")
Sijampata ("Non l'ho trovato")
Sijui ("Non so")
Sinakitu ("Non ho niente")
Sinawazo ("Non ho pensiero")
Tumwimbie ("Preghiamolo")
Zabibu ("Uva")

Ci sono infine i "Nomi Impronunciabili" (o almeno impronunciabili da noi stranieri):

Alatwinusa
Ang'emelye
Atusunguche
Atwanuche
Kibwetele
Klispaxava
Mwagamasindo
Mwakinyengere
Ng'ombwise
Nyongelise
Tulahigwa
Yehoyada


M.L.

sabato 11 ottobre 2008

Storia di Ireneo

Ireneo Kahise nacque a Masisiwe, un piccolissimo villaggio sui monti della Tanzania meridionale. Dopo le scuole primarie, a tredici anni, iniziò a lavorare nei campi e a quattordici anni era già indipendente, vivendo in una capanna propria e provvedendo autonomamente ai propri bisogni. Fin da bambino dimostrò sempre un forte senso religioso, e questa propensione lo portò, all'età di diciotto anni, ad iscriversi alla scuola per catechisti di Makalala. La scuola di catechisti di Makalala è una scuola triennale a tempo pieno, in cui gli studenti vengono istruiti alla vita cristiana di preghiera ed all'insegnamento della religione.
Al termine degli studi si trasferì a Lupilo, che si trova vicino al suo villaggio natale. Qui divenne subito il catechista del villaggio ed un vero e proprio punto di riferimento per tutta la comunità. Dopo quattro anni di attività come catechista, Ireneo mise incinta Josepha, la figlia di Mgudule.
Mgudule era un mercante e la persona più ricca del villaggio di Lupilo, tanto che possedeva persino un'auto. Mgudule era un ottimo affarista, pagava sempre i suoi debiti (qualità rara da queste parti), ed in virtù di questo beneficiava di tanti prestiti che sapeva mettere a frutto. Mgudule aveva quattro mogli e ventisette figli; era una persona molto legata alla religione tradizionale della sua tribù, basata sul culto degli spiriti e sulla stregoneria. Nei confronti dei suoi figli era stato un padre molto rigido e avaro, e non aveva concesso loro nulla della propria ricchezza. Per questo i suoi figli lo derubarono diverse volte, e tre di loro finirono in prigione dopo essere stati denunciati dal loro stesso padre. Gli altri figli lo avevano abbandonato, ad eccezione di Josepha, la sua prediletta.
Josepha era l'unica della sua famiglia che gli era sempre rimasta vicina, e per ricompensarla della sua fedeltà Mgudule le concesse di iscriversi alla scuola secondaria.


Al termine del terzo anno di studio, come già anticipato, Josepha rimase incinta di Ireneo. Questo avvenimento causò l'allontanamento di Josepha dalla scuola (ciò è previsto dalla legge tanzaniana) e la sospensione di Ireneo dall'attività di catechista.
Dopo la nascita del bambino, Josepha e Ireneo si sposarono, ed Ireneo potè tornare alla sua occupazione precedente.
Purtroppo il bambino, dopo un mese di vita, morì.
Secondo la religione tradizionale, la morte non avviene mai per cause naturali ma è sempre il risultato di vendette, invidie o maledizioni che cadono sulla famiglia. Secondo questa credenza tutta la vita è regolata da un sistema rigido di precetti, tabù e punizioni. Qualsiasi disobbedienza viene pagata con minacce di morte e di malattia. E' una religione basata sulla paura; non prevede il perdono, tutto ciò che accade deve essere addebitato a qualcuno che dovrà pagare per aver provocato la disgrazia.
Ireneo era un cristiano molto credente, un fermo oppositore delle pratiche religiose tradizionali, e nonostante le pressioni del suocero, Ireneo si rifiutò di consultare lo stregone in merito ai motivi che avrebbero causato la morte del figlio.
Nel frattempo la salute di Josepha iniziò a peggiorare e dovette smettere di aiutare Ireneo nei lavori dei campi e nelle faccende domestiche.
Dopo qualche tempo nacque Josè, il loro secondo figlio. Il suocero, Mgudule, era molto contento perché in quel periodo aveva già perso tre nipoti, e la nascita di Josè veniva interpretata come il segnale che la maledizione che era calata sulla sua famiglia si era esaurita. Il bambino all'inizio stava bene, ma dopo qualche tempo la sua salute iniziò progressivamente a peggiorare, così come quella di Josepha.
All'età di sei mesi Josè, il secondo figlio di Josepha e Ireneo, morì.



Ancora una volta Ireneo si trovò a dover sopportare, oltre al dolore per perdita di un figlio, le pressioni della famiglia e degli amici che lo intimavano di rivolgersi allo stregone, ma lui seppe resistere con coraggio e fermezza.
La morte del secondo figlio fu per la famiglia di Ireneo un colpo durissimo; Josepha tornò a vivere con i propri genitori mentre Ireneo decise di abbandonare la sua vita in quei luoghi per recarsi in città, ad Iringa, a cercare un lavoro che gli permettesse di cambiare aria, perché quella che si respirava a casa sua cominciava ad essere troppo pesante per lui.
Dopo sei mesi Ireneo fece ritorno nel suo villaggio, Lupilo. Il periodo trascorso ad Iringa gli donò nuovo vigore e la sua fede cristiana ne uscì rafforzata. Egli quindi riprese la sua attività di catechista.
Poi, improvvisamente, da un momento all'altro, in un giorno del mese di Giugno, Ireneo rimase cieco. In precedenza non aveva avvertito nessun sintomo particolare che lasciasse presagire ciò che gli sarebbe capitato, se non un po’ di spossatezza; aveva semplicemente cessato di vedere.
Gli abitanti di Lupilo e dei villaggi limitrofi erano tutti della stessa opinione: Ireneo era stato maledetto.


Aiutato dai padri della missione di Ng'ingula, Ireneo si trasferì nuovamente ad Iringa, dove iniziò a sottoporsi ad alcune cure per recuperare la vista.
Dopo tre mesi di cure, Ireneo tornò nel suo villaggio. Aveva recuperato la vista, ma in compenso aveva perso la fede. Ad Iringa era stato avvicinato da membri di una setta pentecostale che lo avevano abbindolato finendo per fargli credere che il recupero della vista era stato un miracolo e che erano state le loro preghiere a guarirlo.
Per tutta la comunità cristiana fu uno shock tremendo. Ireneo, il loro punto di riferimento, colui che aveva dimostrato tanta coerenza nel rigettare la stregoneria, li aveva abbandonati.
Le cose per Ireneo cominciarono, se possibile, a peggiorare ulteriormente. La setta prosciugò Ireneo e la sua famiglia di tutto il denaro, e per pagare gli oboli dovuti vendettero tutti i loro averi ed iniziarono a chiedere l'elemosina.
Josepha, nel frattempo, si aggravò ulteriormente e fu seppellita da Ireneo poco tempo dopo.
L'infermiera del dispensario di Lupilo che aveva in cura Josepha, rivelò ai padri della missione che Josepha era morta di AIDS, malattia contratta ai tempi della scuola secondaria, dove Josepha si prostituiva regolarmente per acquistare olio, sapone e vestiti, dato che l'avaro padre Mgudule non le concedeva neanche un soldo per pagarsi ciò di cui aveva bisogno.
La maledizione che uccise i due figli, la moglie e provocò tutte le disgrazie di Ireneo si chiamava AIDS, ed Ireneo ne era infetto.
Questa interminabile serie di prove a cui fu sottoposto, provocarono una regressione nella salute mentale di Ireneo. Dapprima smise di parlare Kiswahili, la lingua della Tanzania, a favore del Kihehe, il dialetto tribale. Infine uscì completamente di senno, divenendo uno squilibrato.
Oggi Ireneo è conosciuto da tutti come il matto del villaggio di Lupilo.

(Questa storia ci è stata raccontata da Padre Moises Facchini, della missione della Consolata di Ng'ingula)


M.L.

martedì 30 settembre 2008

La Casa con le Ali

Nyumba Ali" è una casa che si trova nella città di Iringa, nel quartiere Wilolesi. Il nome è una combinazione della parola Kiswahili "Nyumba" (casa) e della parola italiana "Ali". E quindi "Casa con le Ali". In realtà il nome ha una storia particolare, in cui il fato travestito da dizionario balordo di Kiswahili ha giocato un ruolo fondamentale. Ma è giusto che questo retroscena rimanga un segreto esclusivo delle persone che abitano Nyumba Ali.


La storia della Casa con le Ali ruota intorno ad una coppia bolognese, Bruna e Lucio. Questi due giovani pensionati hanno deciso di abbandonare la loro vita in Italia per trasferirsi in Tanzania, un paese che già conoscevano ed amavano. Qui, forti dell'appoggio istituzionale della Diocesi di Iringa, hanno aperto una casa famiglia dove accogliere ragazze disabili. Come sempre accade, appena data la disponibilità c'è subito stato chi ha risposto. Prima è arrivata Mage, poi Viky e quindi Ageni. Tutte e tre vengono da storie di povertà ed abbandono, e l'essere state accolte in casa con Bruna e Lucio per loro ha significato rinascere letteralmente a vita nuova.
Le ragazze hanno caratteri e qualità molto diverse fra loro. Mage è quella che risulta subito più accogliente ed affettuosa, Ageni è la più riflessiva ed intelligente, Viky è… irresistibile ed ansiosa di (as) saggiare tutti i nuovi arrivati.
A fianco della Casa con le Ali è stata poi costruita una palestra, allo scopo di accogliere durante il giorno altri ragazzi disabili che così possono eseguire esercizi riabilitativi, consumare un pasto e trascorrere il proprio tempo in compagnia ed allegria.


Per tirare avanti la baracca la coppia si è un po’ divisa i compiti: Lucio tiene metaforicamente (e non solo) in piedi i muri della casa, gestisce tutta la logistica, gli acquisti, le manutenzioni ed i trasporti mentre Bruna è l'organizzatrice e colei che cura le relazioni in Tanzania ed in Italia. Come in tutte le coppie navigate e ben assortite ognuno ha il proprio spazio di intervento, sempre però all'interno di un quadro d'insieme concordato e condiviso.
Ad aiutarli ci sono Mpendwa, che svolge lavori di casa ed aiuta nelle rapporti con i tanzaniani, e Zula, che segue la palestra ed i ragazzi che vanno a fare gli esercizi.
La scelta di Bruna e Lucio è stata sposata da alcuni amici italiani che hanno creato un'associazione per sostenere loro ed i ragazzi ospitati. L'associazione è via via cresciuta ed ora vi aderiscono persone di diversa età ed estrazione sociale. La casa è costantemente visitata da amici e soci, che tornando in Italia offrono il loro contributo per aiutare l'associazione.
La disponibilità e l'accoglienza che immediatamente si respirano nella Casa con le Ali hanno comportato anche un effetto forse imprevisto nei piani iniziali, ma che ha conseguenze non trascurabili.
La Casa con le Ali è divenuto il punto d'incontro di tutti i volontari e missionari italiani che ruotano intorno ad Iringa, e sono molti. Qui si raccontano storie, si condividono esperienze, si ascoltano novità che coinvolgono il lavoro di tutti, si costruiscono legami e relazioni con persone impegnate nei settori dello sviluppo, della cooperazione e della carità.

Quello che veramente rende speciale la storia di Bruna e Lucio è che tratta di due persone "normali". Essi hanno scelto di vivere in un luogo oggettivamente bello (Iringa e la Tanzania in generale) e di condividere il loro tempo, le loro capacità ed il loro denaro con persone meno fortunate di loro (e di tutti quelli che leggono queste righe). Non sono persone votate al martirio o al sacrificio, ma solo persone che hanno scelto di vivere nel miglior modo che conoscevano e di cercare la propria felicità in una maniera insolita. Non serve avere vent'anni per decidere di cambiare la propria vita e di compiere una scelta coraggiosa; la stessa scelta potrebbe farla chiunque.
Questa storia di normalità è un motivo di speranza per tutti quelli che hanno a cuore i problemi che affliggono l'Africa, per quelli che sono preoccupati del clima di indifferenza che regna nei paesi "sviluppati", e per tutti quelli che serbano in cuor loro il desiderio, un giorno, di cambiare la propria vita e di renderla degna di essere raccontata.

Per chi volesse saperne di più: http://www.nyumba-ali.org/

M.L.

sabato 27 settembre 2008

Sukamawera, la grotta dei pipistrelli

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La Tanzania è un paese piuttosto interessante da un punto di visto speleologico, anche perché non è stato ancora del tutto esplorato. Le grotte carsiche più famose si trovano lungo la costa: le grotte di Amboni vicino alla città di Tanga ed il complesso speleologico delle Matumbi Hills vicino a Lindi. Entrambi i siti sono storicamente legati alla rivoluzione di Maji-Maji (1905-1907), nel corso della quale i ribelli trovavano rifugio contro il governo coloniale tedesco proprio all'interno di queste grotte. Molto famose, anche se non altrettanto interessanti, sono alcune grotte coralline che si trovano a Zanzibar. Esse venivano utilizzate dopo l'abolizione della schiavitù (1873) per nascondere gli schiavi che illegalmente continuavano ad essere commerciati.

La nostra spedizione, composta da speleologi forlivesi e romani, si è concentrata in un'area della Tanzania sud-occidentale poco esplorata da un punto di vista speleologico. Lo spunto per questo viaggio è nato dopo una visita casuale ad una grotta generalmente conosciuta come "Pango la Popo" (la grotta dei pipistrelli) in cui una piccola agenzia turistica di Mbeya accompagna i visitatori. In realtà i turisti vengono condotti solamente nel grande salone centrale, perché proseguire sarebbe molto pericoloso. Infatti nel salone centrale si aprono 9 pozzi e parte un condotto orizzontale che scavalca un paio di pozzi e prosegue poi nel buio.
Per amanti degli sviluppi verticali come noi la grotta è apparsa molto promettente. La domanda che subito si è imposta nei nostri pensieri è stata la seguente: "Possibile che nemmeno uno dei nove pozzi prosegua?". Queste sono state le premesse che ci hanno indotto a proporre agli amici speleologi una spedizione esplorativa della grotta.

La preparazione al viaggio ed all'esplorazione ha comportato una lunga serie di preparativi: organizzazione del trasporto del materiale, ricerca bibliografica e raccolta mappe, contatti con gli sponsor, studio dei rischi connessi alla presenza di gas e delle misure di sicurezza più idonee. Particolare cura è stata posta nello studio dei rischi sanitari legati all'istoplasmosi, malattia respiratoria presente in grotte situate nelle regioni tropicali e ricche di guano di pipistrelli, Ultimati i preparativi, la spedizione è ufficialmente partita per la Tanzania nel Novembre 2007.
Una volta raggiunta Mbeya, la città principale della Tanzania meridionale distante circa 800 Km dalla capitale Dar es Salaam, la prima giornata è stata dedicata ad un sopralluogo preliminare e a studiare il materiale bibliografico in nostro possesso. Purtroppo la grotta di Pango la Popo (o Sukamawera o Guano Cave come riportano certi articoli) si trova all'interno di una proprietà privata appartenente ad un gruppo minerario indiano, che ha stabilito una cava di travertino nelle sue vicinanze. La presenza di turisti occasionali è tollerata, ma non vale altrettanto per un gruppo di speleologi italiani. Le nostre ricerche si sono potute quindi protrarre soltanto per quattro giorni, dopodichè siamo stati "gentilmente" invitati ad allontanarci dalla zona.

Pango la Popo - Sukamawera (S 08°53'33.3" E 033°12'53.2") si trova ad un'altitudine di 1193 m s.l.m e si apre presso la valle del fiume Songwe, una valle caratterizzata da depositi di roccia arenaria con affioramenti di travertino. La grotta si sviluppa appunto all'interno di uno strato di questa roccia. Le mappe e gli articoli di stampo geologico hanno evidenziato che questo strato di travertino ha uno spessore di circa 90 m e poggia su depositi di sedimento nei quali la grotta non può proseguire. Le nostre speranze di uno sviluppo verticale sono quindi naufragate in seguito a queste previsioni, che sono poi state confermate dall'esplorazione di tutti i numerosi pozzi della grotta che, incredibile ma vero, chiudono immediatamente.
L'esplorazione della grotta è stata comunque estremamente emozionante ed ha richiesto due dei quattro giorni a nostra disposizione. Nessuno dei pozzi era armato ed il nostro gruppo è stato senz'altro il primo ad esplorarli tutti. A noi va il merito di aver fatto chiarezza sullo sviluppo complessivo della grotta: infatti sul terreno si aprono diverse aperture oltre l'ingresso orizzontale di Pango la Popo, e nessuno sapeva dove portassero. Il nostro rilievo ha dimostrato che all'interno della grotta si aprono due camini e che le aperture quindi conducono e si collegano alla grotta stessa.

In particolare ricordiamo il camino che si apre sul salone centrale e che prosegue in un profondo pozzo . In totale sono 35 metri, la verticale più lunga della grotta.
Pango la Popo, come dice il nome stesso "grotta dei pipistrelli", è conosciuta da tempo anche per l'immensa colonia di chirotteri che l'abita. Molti ricercatori si sono recati e continuano a recarsi in questa grotta per studiare questi animali. Una guida locale ci ha riferito (episodio confermato d amici ricercatori) un avvenimento drammatico legato ad una di queste esplorazioni scientifiche. Come già riportato, questa grotta presenta un numero elevato i pozzi che la rendono, per i non esperti, estremamente pericolosa. Uno studioso di chirotteri si è recato in questo luogo per raggiungere la parte della grotta in cui vivono la maggior parte dei pipistrelli. Nel tentativo di scendere un pozzo impiegando una pertica improvvisata è caduto riportando gravissime fratture in tutto il corpo. Fortunatamente il ricercatore è sopravvissuto, grazie all'intervento dei tanzaniani che hanno improvvisato un'azione di soccorso speleologico calandosi nel pozzo per recuperarlo e trasportandolo quindi in ospedale.
La presenza di queste colonie di pipistrelli è stata oggetto anche di tentativi di sfruttamento commerciale. Dal 1934 al 1957 sono state prelevate 3.223 tonnellate di guano dalla grotta di Sukamawera allo scopo di estrarre composti del fosforo da utilizzare in agricoltura. Ricerche svolte in seguito hanno poi evidenziato che la quantità di principi minerali ed organici resi disponibili dal processo di trasformazione non giustificavano le spese di estrazione e lavorazione.
Esperti della Wildlife Conservation Society hanno identificato oltre 12 differenti specie di pipistrelli che popolano questa grotta, fra le quali la più rappresentata è Hypposideros ruber.
La grande quantità di guano è alla base di un ecosistema complesso, che comprende un'ampia varietà di artropodi dalle dimensioni, forme e colori più disparati. Un lavoro di classificazione tassonomica a questo proposito è ancora in corso.
Inoltre il guano e' uno degli alimenti preferiti da parte delle mandrie di capre allevate nella zona, le quali ogni sera entrano nella grotta per cibarsi di questo alimento nutriente. Gli scheletri rinvenuti in fondo ai pozzi testimoniano che non tutte le capre riescono poi ad uscirne.
Uno degli obbiettivi della nostra spedizione era quello di analizzare e cartografare le sorgenti di acqua calda che si trovano lungo il corso del fiume e nei pressi della grotta.

Nel Maggio 2006 è stato condotto uno studio, da parte di geologi ed ingegneri ministeriali e della compagnia tanzaniana per l'energia elettrica, allo scopo di valutare le potenzialità geotermali a fini energetici delle sorgenti dell'area del fiume Songwe. Questo studio ha rivelato che in profondità vengono raggiunte temperature superiori a 255°C e che i quantitativi di acque geotermali che raggiungono la superficie sono rilevanti ai fini della produzione di energia elettrica.
Le nostre misurazioni delle acque superficiali hanno mostrato temperature comprese tra i 50 e gli 80 gradi e che queste sorgenti sono in grado di innalzare la temperatura del fiume stesso, che per lunghi tratti è superiore ai 30°C.
Inoltre la mappatura di queste sorgenti ha permesso alla nostra geologa (Dorina Testi) di formulare ipotesi interessanti sulla genesi di questa grotta. Tutte le sorgenti si trovano presumibilmente lungo una discontinuità della crosta terrestre, spiegando così le acque termali. La presenza di questa discontinuità potrebbe anche essere all'origine di antiche fuoriuscite di gas che sarebbero le responsabili della formazione iniziale della grotta, la quale quindi potrebbe non essere solo il frutto dell'erosione dell'acqua.

L'episodio che ci ha assolutamente sbalorditi è stato il rinvenimento, nell'ultima parte del tratto orizzontale, di alcune pitture rupestri raffiguranti probabilmente scene di caccia. Un successivo studio attento di alcune fonti bibliografiche ha rivelato che queste pitture erano già state scoperte almeno in due altre occasioni, tuttavia se ne era persa traccia ed in nessuna guida o fonte di informazione sull'area di Mbeya è descritta la presenza di queste prove della vita preistorica. La datazione di questi disegni è al di fuori della nostra portata, ma alcuni articoli che descrivono la presenza dell'uomo preistorico nella valle del fiume Songwe e che quindi confermano l'autenticità di queste opere ci vengono in soccorso.

La bibliografia è concorde nell'affermare che a partire da 200.000 anni fa l'uomo era presente e conduceva migrazioni lungo tutta la Rift Valley. Studi di archeologi americani hanno evidenziato come nella valle del fiume Songwe siano stati rinvenuti utensili in pietra in ben 33 siti diversi collocabili nel Paleolitico Superiore, a partire quindi da 40.000 anni fa. E’ quindi ragionevole pensare che questi dipinti debbano inserirsi in questa epoca.

Secondo le premesse iniziali Pango la Popo - Sukamawera doveva essere un luogo inesplorato e tutto da scoprire. Nel corso delle nostre indagini invece si è rivelata una grotta con una lunghissima storia, teatro di numerosi avvenimenti che la rendono ancor più degna di interesse. La nostra guida ci ha raccontato anche diverse leggende ed avvenimenti di dubbia autenticità sul suo conto. Certo è che all'interno si trovano numerose tracce del passaggio dell'uomo: travi, chiodi, pioli di scale, pezzi di catene, sono tutte testimonianze della presenza di uomini che hanno abitato questo luogo in epoche passate, la cui storia purtroppo non potrà mai essere completamente svelata.

Il nostro programma prevedeva anche un giorno di esplorazione in superficie della valle del fiume Songwe, per evidenziare altri siti di interesse speleologico e per approfondire lo studio geologico dell'area. La valle è estremamente suggestiva da un punto di vista paesaggistico, con fiumi di sabbia, profondi canyon e vere e proprie voragini segno dell'incessante azione delle acque. Questa valle ci ha inoltre regalato un'altra grotta, questa volta assolutamente sconosciuta ed inesplorata (S 08°54'11.8" E 033° 12'50.6", 1216 m s.l.m.). L'abbiamo battezzata "Pango la Tumbili" o Grotta delle Scimmie, perché nei pressi della grotta siamo stati accolti da un branco di cercopitechi chiassosi. Anche questa grotta presenta una sala centrale. Da questa si dipartono due fessure orizzontali (che sembrano proseguire) ed un pozzo centrale affollato di pipistrelli. Purtroppo, per ragioni di peso, non avevamo con noi l'attrezzatura e non ci è stato possibile approfondire l'esplorazione. Il tempo concessoci dal proprietario indiano era scaduto, e della Grotta delle Scimmie resta il pensiero di ciò che potevamo scoprire e di ciò che ci aspetterà al nostro ritorno in questi territori.

M. L.
Riferimenti Bibliografici:
* Geotherme Programme (2006) - Geothermal as an Alternative Source of Energy for Tanzania – http://www.bgr.de/geotherm/projects/tanzania.html

* Middle and Later Stone Age Technology in Southern Tanzania http://www.arts.ualberta.ca/~pwilloug/research.htm
* KAISER V.T.M, SEIFFERT C. (1999) – Reste Urtü mlichen Guanoabbaus in Zentral Tansania, der Anschnitt 51.
* KAISER V.T.M, SEIFFERT C. (2000) – Die travertine am Songwe River ein tropisches karstgeblet in zentraltansania, die Höhle eft 3.
* SPURR AMM (1954) - The Songwe guano caves, Mbeya District. Geol. Surv. Tanganyika Records 1,1951:35-37
* SUNDQVIST, HANNA (2000) - Guano Cave, Songwe area, Tanzania. – A physical geographical description and analysis.
* TEALE, OATES (1935) - Limestone caves and hot springs of the Songwe river (Mbeya) area, with notes on the associates guano deposits. E.Afr.Uganda Nat. Hist. Soc. J. 3 / 4, 130-137.
* WILLOUGHBY, PAMELA R (1992) - An Archaeological Survey of the Songwe River valley, Lake Rukwa Basin, Southwestern Tanzania. Nyame Akuma, 7:28-35.

giovedì 25 settembre 2008

L'autobus di Bomalang'ombe

Un suono nella notte, un rumore in lontananza che squarcia il silenzio ed interrompe il sonno. Gli occhi si aprono di riflesso, la mente tenta di mettere a fuoco di cosa si tratti. Il dubbio dura soltanto un istante, perché è immediatamente chiaro che sono le quattro del mattino ed il suono è il clacson dell'autobus che avverte i passeggeri della partenza imminente. Gli occhi si richiudono immediatamente, il mattino e la sveglia sono ancora lontani.

Ogni mattina l'autobus lascia Bomalang'ombe alla volta di Iringa, per poi farvi ritorno alle cinque del pomeriggio. Una corsa di andata ed una di ritorno ogni giorno, per un viaggio che dura dalle cinque ore (nella stagione secca) ad un tempo indefinito che dipende dalle condizioni della strada. Durante la stagione delle piogge l'autobus non sempre conclude il proprio tragitto, dal momento che può rimanere impantanato in qualche luogo costringendo così i passeggeri a lunghe camminate o a trascorrere la notte al suo interno. Un servizio del genere farebbe accapponare la pelle a chiunque, ma non agli abitanti che popolano i villaggi dei monti della Tanzania meridionale. Per loro l'autobus è il legame con la civiltà, il mezzo per trasportare i prodotti che una volta venduti nel mercato cittadino procureranno il denaro necessario per sopravvivere. L'autobus consente di trasportare verso i villaggi ogni cosa, dal materiale edilizio ai fertilizzanti, dai medicinali agli alimenti che non si trovano nei villaggi. Non solo. I viaggiatori che si spostano grazie all'autobus portano notizie, veicolano informazioni, consentono di interrompere l'isolamento a cui sarebbero altrimenti costretti gli abitanti di queste aree remote.

Sono due le compagnie di trasporti che si alternano per assicurare un servizio quotidiano: Mwafrika (letteralmente: "africano") e Upendo ("amore"). In entrambi i casi si tratta di mezzi scassati che sembrano potersi fermare e cadere in pezzi da un momento all'altro. Uno sguardo distaccato potrebbe quindi non cogliere alcuna distinzione nel servizio (o meglio disservizio) che offrono queste due compagnie, eppure gli abitanti di qui sottolineano le mille differenze che le separano: "Upendo ha un autista migliore", "Mwafrika è troppo spericolata", "Upendo si guasta troppo spesso", "Mwafrika rimane impantanata quasi sempre", "Upendo è più puntuale", e così via.
La gente di questi villaggi si è divisa così in due grandi gruppi di opinione; c'è chi sostiene che Upendo sia l'autobus migliore e chi invece parteggia per Mwafrica. Anche chi scrive si è lasciato coinvolgere in questa diatriba, finendo per sostenere la supremazia di Upendo.
Gli autisti poi, sono le rockstar locali. Quando l'autobus arriva strombazzando di sera, tutti si dispongono lungo il margine della strada lanciando occhiate di rispetto verso quegli eroi che hanno condotto ancora una volta, attraverso mille peripezie, il tanto amato autobus.
La vita di questi autisti inoltre, è al centro del gossip locale, e le loro scappatelle e vicissitudini popolano i discorsi della gente.


Durante la stagione delle piogge, quando la condizione della strada diventa critica, lo sport più praticato dalla popolazione di Bomalang'ombe è il Toto-scommesse. Arriverà oggi l'autobus? Questa è la domanda a cui tutti tentano di dare risposta. Chiaramente l'essersi schierati con l'una o l'altra compagnia influisce sul pronostico emesso: "La strada è troppo brutta, Mwafrica non ce la può fare", "Upendo non rischierà di impantanarsi, si fermerà a Kidabaga". C'è poi chi bara, essendo a conoscenza dell'apertura di nuove voragini lungo il percorso o del blocco da parte di un camion impantanato: "Secondo me oggi l'autobus non arriverà, ho come un presentimento…".
C'è però un momento in cui tutti sono uniti a prescindere dal "partito" di appartenenza. Quando accadono degli incidenti che coinvolgono l'autobus, di qualunque compagnia esso sia, inizia la mobilitazione generale in tutti i villaggi che si trovano lungo la strada; partono le missioni di soccorso con i mezzi più disparati: a piedi, di corsa, in bicicletta, con i motorini. Questi eventi rappresentano la massima calamità concepibile, e non c'è nessuno che non si senta direttamente coinvolto e che non offra il proprio aiuto, che sia mettere a disposizione la propria zappa o procurare delle corde.

Rimanendo a lungo in questi luoghi si rimane un po’ coinvolti in tutto questo. Diventa un piacere indescrivibile quando, dopo una giornata di pioggia torrenziale, si percepisce in lontananza il clacson di un autobus che interrompe il silenzio della notte, e viene spontaneo pensare: "Evviva, anche oggi Upendo ce l'ha fatta".

M.L.