mercoledì 22 luglio 2015

Udzungwa National Park - Mwanihana Trail

Memore dell’esperienza acquisita nell’Udzungwa Scarp quest’anno ho organizzato una “spedizione” alla scoperta dell’omonimo Parco Nazionale. Ho programmato tre giorni di cammino partendo dal villaggio di Mang’ula (300 metri s.l.m. circa) con l’obbiettivo di raggiungere il secondo picco più alto
della catena, il Mwanihana Peak a 2500 metri s.l.m. Questa volta ho assoldato due portatori, un cuoco, una guida ed un ranger armato, quest’ultimo con l’incarico di difendere il gruppo da potenziali incontri pericolosi con predatori, bufali o elefanti. Non è un viaggio economico, specie se affrontato da solo. Queste condizioni mi hanno permesso però di percorrere l’intero tragitto senza uno zaino troppo pesante, di fruire delle spiegazioni di una guida esperta e di penetrare in tutta sicurezza all’interno delle aree più frequentate dalla fauna selvatica.
Il programma era semplice: il primo giorno sarebbe stato dedicato a raggiungere il campo base, a montare le tende e la cucina da campo. Il
secondo giorno ci avrebbe visti impeganti nell’ascesa al picco Mwanihana, mentre l’ultimo giorno avremmo smontato il campo e saremmo rientrati al villaggio di Mang’ula.
Lungo tutto il percorso è stata palpabile la presenza degli animali anche se la vegetazione li celava all’osservazione diretta. Abbiamo scorto due sfuggenti cefalofi rossi (antilopi simili a cerbiatti), tracce di leoni, impronte di elefanti, sentieri tracciati dalle mandrie di bufali, i resti di una scimmia blu divorata da un leopardo. La foresta è un ambiente che merita rispetto e preparazione, è capace di regalare emozioni intense e paesaggi spettacolari ma potenzialmente può anche rivelarsi letale. Nella prima ora di cammino hanno incrociato il nostro cammino un mamba nero ed un serpente degli uccelli (Thelotornis capensis). Gli Udzungwa custodiscono ben 11 diverse specie di primati e a me è stato concesso il privilegio di vederne ben quattro: la scimmia blu o di Syke, il babbuini, il colobo bianco e nero ed il colobo rosso di Iringa, una specie endemica di queste montagne. Le scimmie qui sono animali timidi, non abituate alla presenza dell’uomo. Appena avvistate scappano e sono quindi difficilissime da fotografare.
Questa foresta è composta di alberi maestosi, che raggiungono oltre i trenta metri di altezza, come Sterculia appendiculata e Anttiaris toxicaria. Tra tutte le piante due specie mi hanno colpito più di altre.
La prima è stata Entada rheedii, una liana che produce come frutti enormi baccelli legnosi lunghi
fino ad un metro e mezzo. Il secondo è un albero “predatore”, il Ficus thonningii anche chiamato ficus strangolatore, per la sua singolare biologia che per completarsi necessita dell’uccisione di un altro albero.
Questa pianta nelle prime fasi del proprio ciclo presenta le sembianze di un esile rampicante delle dimensioni di un filo di spago. Quando il rampicante si è ben saldato all’albero parassitato comincia a crescere e diramarsi fino a costituire una vera e propria gabbia intorno al fusto del malcapitato. Lo strangolatore cresce e lignifica sempre di più fino a soffocare completamente la pianta ospite. L’ascesa al picco Mwanihana, che ha occupato tutto il secondo giorno, è stata tosta ma la spettacolarità del paesaggio e del succedersi della vegetazione che cambia con l’altitudine è valsa da sola la fatica. In prossimità del picco si trova un terrazzo di roccia granitica, da cui si può ammirare un mare apparentemente infinito di foresta in ogni direzione. Uno spettacolo preistorico, un privilegio per occhi moderni potervi assistere.
Le serate trascorse al campo base sono state memorabili. Per il campo base è stata scelta un’ampia
radura a 1250 metri di altitudine in prossimità del fiume. E’ un posto idilliaco. Su queste montagne l’acqua dei fiumi è così fresca e cristallina che si può bere tranquillamente, una vera e propria rarità rimasta sul nostro pianeta.
La sera abbiamo consumato la cena intorno al fuoco. Ho portato con me del whisky, che ho condiviso con i portatori, ed un ottimo sigaro Cohiba, un piacere che ho riservato a me stesso. Quando eravamo tutti riuniti intorno al fuoco, cominciavano puntualmente i racconti che avevano come protagonisti i grandi carnivoriIl cuoco era quello più prolisso e non lesinava particolari. Attribuiva gli attacchi di mangiatori di uomini al malocchio lanciato su commissione dagli stregoni. Con mia grande sorpresa, queste spiegazioni che a me sembravano balzane, venivano accolte dagli altri con grande solennità e rispetto, come ad avallarne la veridicità. Anche il ranger e la guida non osavano mettere in discussione.
Al termine della serata, quando cioè la stanchezza prendeva il sopravvento sulla curiosità verso questi racconti splatter, dovevo far ritorno alla mia tenda. Il breve tragitto tra il falò e la mia tenda mi è sempre sembrato lunghissimo!

M.L.

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