mercoledì 29 luglio 2009

Annalena

Non pretendo di raccontare chi era Annalena Tonelli. Il web è pieno di materiale e chiunque può raccogliere tutte le informazioni che cerca.
Tuttavia questo post ha l'ambizione di colmare una grave lacuna, e cioè la difficilissima reperibilità di contributi video su Annalena. I due filmati che seguono sono Patrimonio Mondiale dell'Umanità più di quanto possano esserlo il centro storico di qualche sperduta cittadina od un monumento costruito mille anni fa.
In entrambi i filmati Annalena parla di sè e del suo lavoro. Non esiste modo migliore di comprendere la sua opera che sentirla raccontata dalla sua voce.

Il primo è un video in inglese disponibile si www.stoptb.org


Il secondo raccoglie alcuni momenti di un evento tenutosi il 30.06.2003 organizzato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dal Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo.


M.L.

giovedì 9 luglio 2009

Il Cinema di Bomalang'ombe

La nostra società ci ha abituato a considerare normali e scontati molti servizi che in realtà sono assolutamente impensabili per la maggior parte della popolazione di questo pianeta.
Energia elettrica, acqua e bagni in casa, l'automobile, la televisione, strade asfaltate, ospedali e pronto soccorso, la nettezza urbana, supermercati ed ogni genere di negozi a portata di mano sono la base della nostra esistenza e non riusciamo a concepire una vita priva di tutto questo. In molti altri luoghi la gente ha sempre vissuto e continua a vivere con pochissimo, e per queste popolazioni è difficilmente concepibile una vita con tutte queste straordinarie comodità.
Ciò che ci stupisce immediatamente è la constatazione che si può essere allegri e sorridenti anche senza possedere tante cose o tanti soldi; vivere a contatto con questa realtà così diversa aiuta così ad interrogarci su cosa sia veramente essenziale e cosa invece accessorio. Il rischio che si corre è però quello di pensare che le persone che non hanno nulla siano in senso assoluto più felici di noi occidentali viziati e depressi. Infatti è innegabile che un contadino della Tanzania che andasse in visita in un paese europeo o nordamericano se potesse deciderebbe di contornarsi più che volentieri dell'opulenza occidentale rinunciando alla propria essenzialità e sobrietà. Spinola, un amico tanzaniano, al ritorno dal suo primo viaggio in Italia, ha usato queste parole: "Voi italiani siete un popolo molto vicino a Dio".
Occorre quindi evitare di idealizzare qualunque società e mantenere uno sguardo critico sul proprio stile di vita, qualunque esso sia.
Mia moglie ed io abbiamo condotto nel 2008 un esperimento di trasferimento di servizi accessori da una società (la nostra) ad un'altra (quella del villaggio di Bomalang'ombe). All'interno del Centro Sociale del villaggio, a sua volta uno fra i servizi messi a disposizione dall'ONG per cui lavoravamo, abbiamo organizzato un cinema. Con un investimento modesto, un proiettore ed un lettore dvd, abbiamo iniziato a proiettare film e documentari a fronte del pagamento di una cifra simbolica per l'ingresso. Il ricavato doveva contribuire ad autofinanziare le attività del Centro rivolte alle donne del villaggio.
Il pomeriggio della "prima" abbiamo scelto la proiezione de "il re leone" ed invitato a titolo promozionale e gratuito i bambini del villaggio. Il successo è stato clamoroso. In tutto il villaggio erano presenti non più di cinque televisori, per cui la maggior parte dei bambini assisteva per la prima volta ad un cartone animato. Le reazioni sono state le più disparate, ed in generale i bambini hanno strillato, riso e rumoreggiato per tutto il film. Per tutta la durata della proiezione siamo stati assaltati da una folla oceanica di marmocchi, tanto che ogni due minuti dovevamo interrompere la visione per far entrare i nuovi arrivati e sfollare i bambini che non resistevano più all'afa ed all'atmosfera asfittica che si era creata in sala.



Dopo questa partenza col botto tuttavia non siamo più riusciti a replicare il successo di pubblico, ed abbiamo pensato che il motivo principale fosse il costo, seppur modesto, del biglietto. Solamente in un'altra occasione abbiamo riempito la sala. E' stata la vigilia di Pasqua, con la proiezione di "la Passione di Cristo". Tutte e tre le chiese del villaggio (luterana, cattolica ed evangelica) hanno sponsorizzato l'evento ed abbiamo dovuto addirittura replicare la proiezione il giorno seguente.
Quando il cinema ha cominciato ad essere un peso in termini di tempo e di impegno, abbiamo scelto un ragazzo, Siasa, e gli abbiamo affidato la gestione dell'attività concordando come pagamento il 20% degli incassi. Mai decisione fu più azzeccata. Essendo legato lo stipendio agli incassi, Siasa proiettava il cinema tre volte alla settimana mostrando due film di seguito.
Siasa inoltre ci ha anche aperto gli occhi sui contenuti che la gente apprezzava di più. Noi abbiamo immaginato il cinema come mezzo per fare cultura e trasmettere valori, per cui le nostre scelte ricadevano su film come "Hotel Rwanda", "The last King of Scotland", "The blood diamond", ecc. L'esigenza era però quella di sostenere l'attività e pagarsi uno stipendio, per cui Siasa ha decisamente virato verso generi più "popolari", proiettando i film di Schwarzenegger, Stallone, Bruce Lee, Steven Seagal, Van Damme e le terribili telenovela nigeriane. Senza dimenticare poi le serate all'insegna del calcio. Ha proiettato talmente tanto i gol dei mondiali del 2006 da consumare il dvd!
Risultato: grandi incassi e ritorno del pubblico ad affollare la sala.
Ben presto però alcuni nodi sono venuti al pettine. Il proiettore era una tecnologia troppo sofisticata e delicata per quell'ambiente, per cui dopo alcuni mesi si è danneggiato. Fortunatamente il cinema guadagnava per cui siamo riusciti a dotare il Centro Sociale di una grande televisione, la più grande che il villaggio avesse mai visto.
I nostri controlli sulla regolarità dei lavori sono andati via via scemando, e questo ha permesso a Siasa di arrotondarsi lo stipendio e la percentuale. Le donne ci hanno dato l'allarme e Siasa ha ricevuto un ultimatum a rispettare i termini dell'accordo. Purtroppo il ragazzo aveva perso ormai la sua innocenza e trovandosi in un ambiente di sole donne si è trasformato in un bullo appropriandosi sempre di più di spazi non suoi. Alla fine Siasa è stato allontanato ed al momento della nostra partenza il cinema cercava un nuovo operatore.
Crediamo che questa esperienza possa essere utile a chi volesse ripetere questo esperimento, sottolineando che le nostre sensazioni in merito a questa iniziativa sono assai positive. La gente ha bisogno di spazi di aggregazione ed un cinema può essere una soluzione come un'altra per trascorrere le serate insieme senza bisogno di ubriacarsi con qualche intruglio artigianale.
L'impatto poi che un cartone animato determina sulla fantasia dei bambini è impagabile.
Passeggiando per le strade tra i villaggi abbiamo scovato alcuni segnali dell'influenza del nostro piccolo cinema sull'immaginario collettivo. Vi proponiamo un paio di fotografie assai emblematiche.


M.L.

martedì 23 giugno 2009

Ciao Massimo

Ci sono uomini che hanno dedicato l'esistenza alle proprie passioni, e Massimo era uno di questi. Ecco perché non è difficile raccontare la vita di Massimo, o almeno della parte che ho avuto l'onore ed il piacere di conoscere.

La sua prima grande passione era il Rugby. Dopo diversi anni trascorsi a giocarlo da ragazzo, ha deciso di dedicargli tutto il suo tempo libero da adulto. Si è a lungo occupato del settore giovanile, trasmettendo la sua passione per questo sport ai giovani. Gli ultimi aneddoti che ho sentito dalla sua voce riguardavano le numerose corse al pronto soccorso per ricucire i tagli che i bambini riportavano dopo le partite. Le mamme -diceva- erano più tranquille se riportavi loro i figli già "riparati". Il Rugby è stato anche uno strumento di solidarietà. Recentemente era stato tra gli organizzatori di una serata di beneficenza per raccogliere fondi a favore del Paganica Rugby, squadra colpita dal terremoto d'Abruzzo. In una sola serata lui e i suoi amici sono stati in grado di raccogliere ben 5.000 euro!


Altra passione, tipicamente italiana, era quella della cucina come occasione per trascorrere del tempo con gli amici. La sua specialità erano senz'altro i piatti a base di carne accompagnati da un buon vino, che sapeva preparare in maniera semplice ma davvero appetitosa. Era una vera gioia sedersi a tavola con Massimo; grazie ad uno spiccato senso dell'autoironia sapeva raccontare aneddoti esilaranti di cui era spesso il protagonista.

La passione che ha occupato però la maggior parte del suo tempo è stato l'allevamento dei suini. E l'immagine migliore per ricordarlo è sicuramente questa, da lui stesso inviata alla trasmissione radiofonica "Caterpillar". Laureato in Agraria, viveva il suo lavoro con impegno e competenza, e nel breve tempo condiviso ho potuto beneficiare di consigli e delle sue conoscenze, che generosamente metteva sempre a disposizione. Insieme all'inseparabile socio ed amico Gianni componeva un binomio irresistibile, capace di vivere con il sorriso sulle labbra e con grande leggerezza tutti i problemi che si presentavano. Offrivano a quelli che lavorano in questo settore un grande esempio di serenità, onestà e genuinità.

Massimo se n'è andato ieri, 22 Giugno 2009. Queste poche righe sono un tributo alla sua memoria ed un omaggio alla sua vita, una vita degna di essere raccontata.


M.L.

domenica 21 giugno 2009

Snagov, l'isola di Dracula

Se vi trovate a Bucarest ed avete a disposizione una giornata di tempo, mi permetto di consigliarvi un giro a Snagov, località presso cui si può visitare la tomba di Dracula.
Dracula è un personaggio fantastico che deve la sua fama al romanzo omonimo scritto nel 1874 da Bram Stoker. Il protagonista, Dracula appunto, è ispirato ad un personaggio storico realmente esistito tra il 1431 ed il 1476 di nome Vlad III principe di Valacchia, più noto come Vlad Tepes o Vlad l'Impalatore. Il nome Dracula deriva dal nome del padre di Vlad, soprannominato Dracul (Drago) e da qui Draculea, ovvero figlio di Dracul.
Vlad non era un vampiro, anzi si può dire che all'epoca fosse considerato un paladino del bene, almeno nella parte occidentale dell'Europa. Egli infatti, come il padre, apparteneva all'ordine del dragone, nato per difendere la cristianità dall'invasione dei Turchi ottomani. Il motivo per cui Bram Stoker associò questa figura storica al famigerato vampiro risiede nei metodi che egli adoperava per svolgere il suo compito di difensore della Chiesa. Si guadagnò sul campo il soprannome di Impalatore, pratica tra l'altro appresa dai turchi stessi. Egli però la perfezionò ed applicò in maniera sistematica; celebre fu il massacro di migliaia (si parla di 20.000) di persone impalate presso Brasov per motivi etnici (erano di origine tedesca) e commerciali (erano commercianti accusati di soffocare l'economia valacca).
Il suo curriculum annovera anche altri episodi che contribuirono a rendere leggendaria la sua crudeltà: fece inchiodare il turbante sulla testa di alcuni ambasciatori del sultano perché dopo essersi inchinati al suo cospetto non si erano tolti i copricapi; fece bruciare vivi tutti i mendicanti di Targoviste per sollevarli dalla loro condizione di povertà; fece impalare dopo un allegro banchetto conviviale 500 persone, i nobili e le loro famiglie, per non averlo adeguatamente sostenuto in passato. E la lista sarebbe ancora lunga.
Per un paese come la Romania che non beneficia di grandi flussi turistici, la valorizzazione dei luoghi che ispirarono la nascita del mito di Dracula potrebbe essere un'occasione di rilancio economico. I rumeni non amano tuttavia coltivare o pubblicizzare le leggende su Dracula, perché di fatto alterano la storia di quello che per la Romania è un eroe nazionale; per creare un parallelismo, è come se in tutto il mondo Garibaldi fosse considerato un mostro succhiasangue. Questo è il motivo principale per cui non esiste uno sfruttamento turistico per il più famoso personaggio rumeno della storia.
L'arrivo a Snagov avvalora immediatamente quanto scritto finora. Un turista si aspetterebbe di trovare, alla fermata dell'autobus, frotte di procacciatori di clienti per i giri turistici, venditori ambulanti di souvenir e di bevande, cartelli e segnali turistici ben evidenti. Niente di tutto ciò. Snagov è un piccolo paesino di campagna, fin troppo tranquillo ed anonimo. L'impressione è di avere sbagliato la fermata. Trovare qualcuno a cui chiedere indicazioni è già di per sé un'impresa. Trovare qualcuno che parla inglese fa scendere ulteriormente le probabilità. Per cui di fatto ci si deve arrangiare ponendo all'improbabile passante l'unica domanda che può comprendere: "Draculea?". Il passante, un po’ scocciato e infastidito dall'unico turista che incontrerà nelle prossime 3 settimane, indica vagamente una strada che si inoltra in un bosco. Dopo alcuni chilometri a piedi (due o tre circa) senza incontrare altre persone o macchine e accompagnati dall'inquietudine che coglie chiunque cammini da solo in un bosco desolato della Romania, si arriva presso un lago, in riva al quale sorge un pacchiano ristorante con tanto di parco e sedie a sdraio.
Il tutto è ovviamente deserto, per cui si tenta di scovare qualcuno a cui porgere la solita domanda. L'indicazione che arriva questa volta lascia senza fiato chi non è a conoscenza di dove si trovi la tomba di Dracula. Infatti l'inserviente del ristorante indica le barchette arenate in riva al lago. Dopo lunghi minuti trascorsi a fissare interdetti le barchette, giunge un signore (vedi la foto) che si offre di traghettare lo sventurato fino al luogo dove riposa Vlad l'Impalatore.
Il luogo è un'isoletta in mezzo al lago, sulla quale sorge un piccolo ma suggestivo monastero. Tutto il complesso è ordinato e ben tenuto, segnale che i monaci vi risiedono ancora. L'interno della Cripta di Vlad è interamente affrescata, e la tomba si trova proprio nei pressi dell'altare. Ciò che stupisce è che un personaggio come Vlad Tepes sia sepolto all'interno di un edificio religioso e che alle sue spoglie siano tributati gli onori che spettano ad un martire o ad un santo.
Il luogo offre una suggestione unica; il silenzio, i monaci dalle lunghe barbe, i colori degli affreschi e le candele, il giardino curato e le placide acque che lambiscono l'isola costituiscono un insieme estremamente armonioso e pacifico, che stride in maniera impressionante con la vita e le gesta compiute da colui che è sepolto in questo luogo.
M.L.

domenica 10 maggio 2009

I murales di Orgosolo

Orgosolo è un paese situato nel cuore della Sardegna, e come molte altre località di questa regione è una cittadina bruttina situata in un ambiente meraviglioso. Si tratta infatti di uno sperduto centro abitato, composto da edifici di dubbio gusto, abbarbicato sulle pendici di una ripida montagna; Orgosolo è collocato nel tipico paesaggio selvaggio del Supramonte, fatto di massicci calcarei che si elevano al di sopra di una rigogliosa vegetazione.
Orgosolo è universalmente nota per i murales che tappezzano tutto il suo centro storico. Ce ne sono oltre 150, e la loro realizzazione venne inizialmente promossa nel 1975 dal professore senese Francesco del Casino per celebrare il trentesimo anniversario della Resistenza e della Liberazione. Questo genere di espressione artistica prese piede e da allora non si è mai fermata la produzione dei murales.
Quasi tutti i murales hanno temi impegnati e sono un mezzo per denunciare ingiustizie sociali, criticare la guerra, affermare i diritti degli agricoltori e dei ceti più deboli e sottolineare alcuni episodi della cronaca locale.
Come questi disegni di grande intensità espressiva ed emotiva ricoprono i muri dei brutti edifici di Orgosolo, così l'arte che essi rappresentano è stata in grado di oscurare la pessima fama che questa zona si è creata in tutto il novecento. Dal 1901 al 1950 è stato registrato in media un omicidio ogni due mesi a causa di sanguinose faide, mentre per circa un trentennio nel dopoguerra questi luoghi sono stati il rifugio per banditi dediti ai rapimenti di persone facoltose. Senza dubbio questa cittadina rappresenta un esempio di come sia possibile reagire alla violenza divenendo un'icona di valori come pace e giustizia, e di come si possa trasformare un luogo evitato da tutti in affollata meta turistica.
Ma l'aspetto in assoluto più caratteristico ed inaspettato di Orgosolo sono i suoi abitanti. Non è semplice descrivere le sensazioni che il contatto con queste persone genera, ma l'impressione immediata che se ne ricava è di trovarsi in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Lungo lo stretto Corso Repubblica, la strada principale dov'è concentrato il maggior numero di murales, si assiste ad un'ininterrotta processione di motorini lanciati in folli impennate ad altissima velocità, macchine ammaccate con il finestrino abbassato dal quale sporge il braccio peloso del conducente, e di mezzi vari provvisti di marmitte sferraglianti ed assordanti. Ma la cosa incredibile è che gli stessi veicoli passano e ripassano per dozzine di volte.
Ai bordi delle strade, fuori dai bar, giovani ed anziani discorrono senza sosta in una lingua incomprensibile, urlando frasi dal contenuto misterioso ai passanti e lasciandosi sfiorare da queste giostre mortali senza battere ciglio.
Più di una volta il visitatore è portato a chiedersi: " Ma com'è possibile?". Poi però ci si ricorda che si è in Sardegna e rispondere a questa domanda diventa immediatamente superfluo.

Di seguito una breve galleria dei murales che mi hanno colpito di più non tanto per l'impatto visivo quanto piuttosto per il messaggio che trasmettono.


"Quando i primi missionari arrivarono in Africa, noi avevamo la terra e loro la Bibbia. Allora chiudemmo gli occhi e pregammo. Quando li riaprimmo noi avevamo in mano la Bibbia e loro avevano la Terra". Desmond Tutu

"Non per un palmo di lontana frontiera abbiamo gettato al vento la nostra giovinezza ma per un più alto ideale di libertà e giustizia". E.Lussu 24.05.1922


"Concimi non proiettili".


"Non c'è molto da capire in tutto questo. Mi sembra di essere più vecchia degli uomini politici, di avere più buon senso di loro. Non si può rimproverare di vivere ad una bambina di 12 anni. Sono stufa delle bombe, delle cannonate, dei morti, della fame, della paura. La mia vita è questa". Zlata Filipovic, Sarajevo 1993.


"Siamo tutti clandestini".

M.L.


giovedì 19 febbraio 2009

Le grotte Chagga

In tempi remoti arrivarono e si stabilirono nella regione del Kilimanjaro delle popolazioni di cacciatori raccoglitori provenienti dall'Etiopia. Questo gruppo etnico si chiamava (ma i loro antenati ancora abitano questa regione) Chagga. I Chagga vivevano tradizionalmente di agricoltura ed allevamento; le loro abitazioni erano costruite con pali legati insieme da fibre naturali e venivano ricoperte con foglie di banano.
Intorno ai primi anni del 1900 la zona del Kilimangiaro subì le incursioni dei Masai, popolazione nomade pastorale un tempo bellicosa e dedita a scorribande finalizzate ad impadronirsi del bestiame di altri popoli.
In effetti ancora oggi, durante le annate particolarmente siccitose, essi sono costretti a muoversi dalle zone dove vivono per spostarsi alla ricerca di pascoli produttivi per il loro bestiame. In Tanzania tutti sanno che durante quei periodi non si deve lasciare nessun capo incustodito, perché i Masai se ne impossesserebbero immediatamente; a quel punto poi sarebbe molto pericoloso chiederne la restituzione.

All'inizio del ventesimo secolo non si trattò solo di qualche scorribanda; infatti le popolazioni che abitano le pendici del Kilimanjaro parlano di una vera e propria "guerra" con i Masai.
Essendo più deboli in virtù della minore prestanza fisica, i Chagga decisero di scavare grotte e tunnel sotterranei dove nascondere le famiglie ed il bestiame durante gli scontri con i Masai. Questi nascondigli venivano chiamati "mreshi" ed erano opere civili imponenti, se si pensa che venivano realizzati con la sola forza delle braccia. Queste grotte, scavate nel terreno e attraverso strati rocciosi, sono state realizzate con grande mestria, tanto che dopo cento anni i soffitti non hanno subito crolli. Al loro interno venivano costruiti veri e propri recinti per il bestiame e venivano stivate legna, cibo, acqua, e tutto il necessario per permanenze sotterranee di molti giorni.


Durante le lotte gli ingressi venivano coperti con rami e fogliame e venivano sorvegliati da sentinelle (kisoki), che avevano l'ordine di uccidere a vista chiunque oltrepassasse un segnale in pietra posto nelle vicinanze della grotta. Per aumentare la sicurezza dei nascondigli, lungo tutto lo sviluppo dei tunnel vennero scavate nicchie che servivano a nascondere altre guardie armate.
Si dice che questi tunnel fossero lunghi molti chilometri e che avessero diverse entrate nascoste.
Nessuno le ha mai esplorate completamente, anche se le guide locali che conducono i turisti al loro interno si spingono sempre più in profondità senza essere mai giunte, finora, alla fine.


In epoche più recenti sono state quasi tutte chiuse perchè pericolose per i bambini; ci sono stati episodi infatti di bambini che, avventuratisi al loro interno, non hanno saputo più ritrovare la strada per uscirne. Ad oggi ne sono rimaste due, di cui soltanto una è accessibile ai turisti. Purtroppo il susseguirsi delle stagioni delle piogge le sta progressivamente occludendo a causa del fango che vi fluisce. In molti punti infatti per passare è necessario procedere a gattoni, mentre quando furono costruite permettevano il passaggio di un uomo adulto in piedi.
La visita delle grotte è inserita in un interessantissimo programma culturale che offre diverse opzioni. Si tratta di turismo alternativo, gestito dalla comunità locale ed estremamente economico. Altamente consigliato per la suggestiva ambientazione (proprio sotto al Kilimanjaro) e per la qualità del servizio offerto.
M.L.

Per informazioni:
http://www.kahawashamba.co.tz/
kncutourism@kilinet.co.tz

venerdì 2 gennaio 2009

Passaggio a Nord-Est

Ci sono tanti modi di viaggiare, ed ognuno sceglie quello a sé più consono. La Terra è diventata improvvisamente molto piccola e praticamente tutti possono arrivare in qualunque luogo in tempi ragionevolmente brevi. Ciò che però rimane ristretto a pochi è la consapevolezza che in certi casi il viaggio per raggiungere un luogo può essere più significativo del luogo stesso.
Il trasporto aereo consente di coprire grandi distanze nell’arco di poche ore e rende il viaggio una formalità da chiudere il più velocemente possibile. Per certe località questo non è possibile semplicemente perchè non esistono voli di linea e noleggiare un aereo rimane un’opzione fuori della portata di budget “popolari”.
Ecco che allora si è costretti a percorrere lunghissime distanze con mezzi pubblici sprecando intere giornate in spostamenti di poche centinaia di chilometri, e questo può scoraggiare molti.
Ciò può però divenire l’occasione di mescolarsi con la cultura locale e di vedere scorrere davanti ai propri occhi il paesaggio, apprezzandone i mutamenti e avvertendo fisicamente la sensazione delle distanze coperte.

E’ questo il caso del tragitto verso il nord-est del Kenya, percorrendo la strada e poi la pista che da Nairobi conduce a Wajir.
I preparativi sono già all’altezza di ciò che il viaggio riserverà. Tutte le compagnie di autobus infatti che coprono questa tratta si trovano e partono dal quartiere “Eastleigh” di Nairobi, un quartiere malfamato e abitato quasi esclusivamente da somali. Discariche in fiamme, voragini in mezzo alle strade, sguardi poco rassicuranti che si incrociano ovunque, donne completamente velate e uomini in tuniche bianche costituiscono il comitato di benvenuto in questa zona della capitale keniana.


Un’informazione essenziale per chi debba salire sopra uno di questi autobus è la seguente: è vitale sedersi nei sedili anteriori e quindi prenotare con largo anticipo. Se, come è capitato a noi, dovesse succedere di trovare disponibili solamente i sedili posteriori, è consigliabile cambiare la data della partenza e trovare posto su un autobus più libero.
La pena per aver infranto questa legge così banale e di dominio comune tra i viaggiatori abituali, è una tortura fisica di proporzioni inimmaginabili. Se chi siede davanti avverte le buche nella strada come un fastidioso inconveniente, chi siede negli ultimi sedili dell’autobus dovrà trascorrere tutte le dodici ore del viaggio ancorandosi saldamente a maniglie e sostegni oppure alzandosi in piedi all’approssimarsi di ogni asperità. Gli scossoni proiettano gli sventurati dei sedili posteriori l’uno contro l’altro, si fanno salti di oltre un metro per poi venire sbattuti violentemente verso il basso, le teste cozzano con forza sul soffitto dell’autobus. E’ un supplizio difficilmente descrivibile di eterna durata.
La prima metà del viaggio copre il tratto Nairobi - Garissa ed è (abbastanza) asfaltata. Lungo la strada scorrono immense piantagioni di ananas, moderne serre e sparuti baobab. I lineamenti della gente che si scorge lungo la strada cambiano progressivamente dai marcati tratti bantu ai più fini tratti nilotici dei somali, mentre le casette e le capanne dai tetti ai punta dei villaggi keniani lasciano il posto alle semplici capanne somale a forma di cupola.
A Garissa termina la strada asfaltata e iniziano le piste sabbiose che conducono verso il nord-est e, dopo aver superato l’equatore, a Wajir. Il paesaggio cambia bruscamente e diventa semidesertico, le acacie spinose sono la specie arborea predominante ed assieme ai secchi cespugli rimangono le sole a sfidare l’arida distesa sabbiosa. Il sole riverbera sulla superficie biancastra del terreno e la polvere e la sabbia che si alzano al passaggio degli automezzi penetrano attraverso gli sconnessi finestrini. Le condizioni di viaggio diventano oggettivamente dure.


Ciò che lascia sbalorditi e che questo ambiente così inospitale ed estremo si rivela ricco di vita. Le mandrie di capre e zebù si affiancano ai carretti trainati dagli asini ed alle colonne di dromedari che i nomadi somali spostano in continuazione nel “bush” alla ricerca di acqua e di cibo. I villaggi provvisori dei pastori somali spuntano ovunque ed a distanze enormi l‘uno dall’altro. I pastori si aggirano in questa regione accompagnati dai membri del proprio clan, montando e smontando le capanne trasportate a dorso di dromedario. E’ uno stile di vita imprescindibile dalla cultura somala, che preferisce abbandonare chi non può aderirvi come anziani, disabili e donne non in grado di percorrere lunghe distanze a piedi piuttosto che rinunciare al nomadismo.
Ma non è solo la componente umana ad animare il paesaggio riarso dal sole. Prestando attenzione è possibile scorgere facoceri, giraffe, gazzelle di Grant, orici, gerenuk, dik dik e struzzi. Come tutti questi animali possano sopravvivere in questo ambiente pare un mistero.
In certi tratti la vegetazione scompare completamente e ci si ritrova completamente in mezzo al deserto, e l’autobus prosegue spedito sbandando di tanto in tanto tra dune e i solchi scavati dai trasporti precedenti. Una riflessione a parte andrebbe rivolta alla tenuta di questi sgangheratissimi mezzi, che affrontano questo viaggio assurdo tra buche, dune e temperature torride senza mostrare grosso segni di cedimento. Difficilmente autobus più moderni potrebbero comportarsi meglio dei loro decrepiti e malandati omologhi keniani.

Dopo dodici (o più) ore all’interno di queste traballanti fornaci si giunge finalmente a Wajir, una grande città in mezzo al nulla. Improvvisamente in mezzo al deserto compaiono edifici in muratura, ripetitori per le telecomunicazioni, banche e distributori di benzina. Ad una distanza di quasi mille chilometri da Nairobi compare di nuovo la civiltà. Non si tratta però esattamente di un’oasi… ma questa è un’altra storia.

M.L.

lunedì 1 dicembre 2008

Nomi Bislacchi

Lavorando in un progetto che prevede di confrontarsi con gruppi numerosi di persone (contadini, utenti del servizio acqua ed elettricità, studenti, ecc.), spesso capitano per le mani liste molto nutrite di nomi. Dopo  anni di Tanzania posso affermare con cognizione di causa che in molti casi i tanzaniani hanno nomi decisamente bislacchi.

Ci sono innanzitutto quelli appartenenti alla categoria dei "Nomi derivanti da parole qualunque", ovvero parole sentite in qualche luogo e affibbiate al povero bambino perché avevano un suono che piaceva ai genitori:

Benzina
Burito
Dombosco
Epson
Gatto
Happy
Spelato
Tibia
Excavatore

C'è poi la mia categoria preferita, ovvero quella dei "Nomi con significati assurdi", i cui possessori sono destinati ad una vita di umiliazioni:

Matatizo ("Problemi")
Majembe ("Zappe")
Nafika ("Arrivo")
Oneni ("Guardate")
Saidia ("Aiuto")
Sijampata ("Non l'ho trovato")
Sijui ("Non so")
Sinakitu ("Non ho niente")
Sinawazo ("Non ho pensiero")
Tumwimbie ("Preghiamolo")
Zabibu ("Uva")

Ci sono infine i "Nomi Impronunciabili" (o almeno impronunciabili da noi stranieri):

Alatwinusa
Ang'emelye
Atusunguche
Atwanuche
Kibwetele
Klispaxava
Mwagamasindo
Mwakinyengere
Ng'ombwise
Nyongelise
Tulahigwa
Yehoyada


M.L.

sabato 11 ottobre 2008

Storia di Ireneo

Ireneo Kahise nacque a Masisiwe, un piccolissimo villaggio sui monti della Tanzania meridionale. Dopo le scuole primarie, a tredici anni, iniziò a lavorare nei campi e a quattordici anni era già indipendente, vivendo in una capanna propria e provvedendo autonomamente ai propri bisogni. Fin da bambino dimostrò sempre un forte senso religioso, e questa propensione lo portò, all'età di diciotto anni, ad iscriversi alla scuola per catechisti di Makalala. La scuola di catechisti di Makalala è una scuola triennale a tempo pieno, in cui gli studenti vengono istruiti alla vita cristiana di preghiera ed all'insegnamento della religione.
Al termine degli studi si trasferì a Lupilo, che si trova vicino al suo villaggio natale. Qui divenne subito il catechista del villaggio ed un vero e proprio punto di riferimento per tutta la comunità. Dopo quattro anni di attività come catechista, Ireneo mise incinta Josepha, la figlia di Mgudule.
Mgudule era un mercante e la persona più ricca del villaggio di Lupilo, tanto che possedeva persino un'auto. Mgudule era un ottimo affarista, pagava sempre i suoi debiti (qualità rara da queste parti), ed in virtù di questo beneficiava di tanti prestiti che sapeva mettere a frutto. Mgudule aveva quattro mogli e ventisette figli; era una persona molto legata alla religione tradizionale della sua tribù, basata sul culto degli spiriti e sulla stregoneria. Nei confronti dei suoi figli era stato un padre molto rigido e avaro, e non aveva concesso loro nulla della propria ricchezza. Per questo i suoi figli lo derubarono diverse volte, e tre di loro finirono in prigione dopo essere stati denunciati dal loro stesso padre. Gli altri figli lo avevano abbandonato, ad eccezione di Josepha, la sua prediletta.
Josepha era l'unica della sua famiglia che gli era sempre rimasta vicina, e per ricompensarla della sua fedeltà Mgudule le concesse di iscriversi alla scuola secondaria.


Al termine del terzo anno di studio, come già anticipato, Josepha rimase incinta di Ireneo. Questo avvenimento causò l'allontanamento di Josepha dalla scuola (ciò è previsto dalla legge tanzaniana) e la sospensione di Ireneo dall'attività di catechista.
Dopo la nascita del bambino, Josepha e Ireneo si sposarono, ed Ireneo potè tornare alla sua occupazione precedente.
Purtroppo il bambino, dopo un mese di vita, morì.
Secondo la religione tradizionale, la morte non avviene mai per cause naturali ma è sempre il risultato di vendette, invidie o maledizioni che cadono sulla famiglia. Secondo questa credenza tutta la vita è regolata da un sistema rigido di precetti, tabù e punizioni. Qualsiasi disobbedienza viene pagata con minacce di morte e di malattia. E' una religione basata sulla paura; non prevede il perdono, tutto ciò che accade deve essere addebitato a qualcuno che dovrà pagare per aver provocato la disgrazia.
Ireneo era un cristiano molto credente, un fermo oppositore delle pratiche religiose tradizionali, e nonostante le pressioni del suocero, Ireneo si rifiutò di consultare lo stregone in merito ai motivi che avrebbero causato la morte del figlio.
Nel frattempo la salute di Josepha iniziò a peggiorare e dovette smettere di aiutare Ireneo nei lavori dei campi e nelle faccende domestiche.
Dopo qualche tempo nacque Josè, il loro secondo figlio. Il suocero, Mgudule, era molto contento perché in quel periodo aveva già perso tre nipoti, e la nascita di Josè veniva interpretata come il segnale che la maledizione che era calata sulla sua famiglia si era esaurita. Il bambino all'inizio stava bene, ma dopo qualche tempo la sua salute iniziò progressivamente a peggiorare, così come quella di Josepha.
All'età di sei mesi Josè, il secondo figlio di Josepha e Ireneo, morì.



Ancora una volta Ireneo si trovò a dover sopportare, oltre al dolore per perdita di un figlio, le pressioni della famiglia e degli amici che lo intimavano di rivolgersi allo stregone, ma lui seppe resistere con coraggio e fermezza.
La morte del secondo figlio fu per la famiglia di Ireneo un colpo durissimo; Josepha tornò a vivere con i propri genitori mentre Ireneo decise di abbandonare la sua vita in quei luoghi per recarsi in città, ad Iringa, a cercare un lavoro che gli permettesse di cambiare aria, perché quella che si respirava a casa sua cominciava ad essere troppo pesante per lui.
Dopo sei mesi Ireneo fece ritorno nel suo villaggio, Lupilo. Il periodo trascorso ad Iringa gli donò nuovo vigore e la sua fede cristiana ne uscì rafforzata. Egli quindi riprese la sua attività di catechista.
Poi, improvvisamente, da un momento all'altro, in un giorno del mese di Giugno, Ireneo rimase cieco. In precedenza non aveva avvertito nessun sintomo particolare che lasciasse presagire ciò che gli sarebbe capitato, se non un po’ di spossatezza; aveva semplicemente cessato di vedere.
Gli abitanti di Lupilo e dei villaggi limitrofi erano tutti della stessa opinione: Ireneo era stato maledetto.


Aiutato dai padri della missione di Ng'ingula, Ireneo si trasferì nuovamente ad Iringa, dove iniziò a sottoporsi ad alcune cure per recuperare la vista.
Dopo tre mesi di cure, Ireneo tornò nel suo villaggio. Aveva recuperato la vista, ma in compenso aveva perso la fede. Ad Iringa era stato avvicinato da membri di una setta pentecostale che lo avevano abbindolato finendo per fargli credere che il recupero della vista era stato un miracolo e che erano state le loro preghiere a guarirlo.
Per tutta la comunità cristiana fu uno shock tremendo. Ireneo, il loro punto di riferimento, colui che aveva dimostrato tanta coerenza nel rigettare la stregoneria, li aveva abbandonati.
Le cose per Ireneo cominciarono, se possibile, a peggiorare ulteriormente. La setta prosciugò Ireneo e la sua famiglia di tutto il denaro, e per pagare gli oboli dovuti vendettero tutti i loro averi ed iniziarono a chiedere l'elemosina.
Josepha, nel frattempo, si aggravò ulteriormente e fu seppellita da Ireneo poco tempo dopo.
L'infermiera del dispensario di Lupilo che aveva in cura Josepha, rivelò ai padri della missione che Josepha era morta di AIDS, malattia contratta ai tempi della scuola secondaria, dove Josepha si prostituiva regolarmente per acquistare olio, sapone e vestiti, dato che l'avaro padre Mgudule non le concedeva neanche un soldo per pagarsi ciò di cui aveva bisogno.
La maledizione che uccise i due figli, la moglie e provocò tutte le disgrazie di Ireneo si chiamava AIDS, ed Ireneo ne era infetto.
Questa interminabile serie di prove a cui fu sottoposto, provocarono una regressione nella salute mentale di Ireneo. Dapprima smise di parlare Kiswahili, la lingua della Tanzania, a favore del Kihehe, il dialetto tribale. Infine uscì completamente di senno, divenendo uno squilibrato.
Oggi Ireneo è conosciuto da tutti come il matto del villaggio di Lupilo.

(Questa storia ci è stata raccontata da Padre Moises Facchini, della missione della Consolata di Ng'ingula)


M.L.

martedì 30 settembre 2008

La Casa con le Ali

Nyumba Ali" è una casa che si trova nella città di Iringa, nel quartiere Wilolesi. Il nome è una combinazione della parola Kiswahili "Nyumba" (casa) e della parola italiana "Ali". E quindi "Casa con le Ali". In realtà il nome ha una storia particolare, in cui il fato travestito da dizionario balordo di Kiswahili ha giocato un ruolo fondamentale. Ma è giusto che questo retroscena rimanga un segreto esclusivo delle persone che abitano Nyumba Ali.


La storia della Casa con le Ali ruota intorno ad una coppia bolognese, Bruna e Lucio. Questi due giovani pensionati hanno deciso di abbandonare la loro vita in Italia per trasferirsi in Tanzania, un paese che già conoscevano ed amavano. Qui, forti dell'appoggio istituzionale della Diocesi di Iringa, hanno aperto una casa famiglia dove accogliere ragazze disabili. Come sempre accade, appena data la disponibilità c'è subito stato chi ha risposto. Prima è arrivata Mage, poi Viky e quindi Ageni. Tutte e tre vengono da storie di povertà ed abbandono, e l'essere state accolte in casa con Bruna e Lucio per loro ha significato rinascere letteralmente a vita nuova.
Le ragazze hanno caratteri e qualità molto diverse fra loro. Mage è quella che risulta subito più accogliente ed affettuosa, Ageni è la più riflessiva ed intelligente, Viky è… irresistibile ed ansiosa di (as) saggiare tutti i nuovi arrivati.
A fianco della Casa con le Ali è stata poi costruita una palestra, allo scopo di accogliere durante il giorno altri ragazzi disabili che così possono eseguire esercizi riabilitativi, consumare un pasto e trascorrere il proprio tempo in compagnia ed allegria.


Per tirare avanti la baracca la coppia si è un po’ divisa i compiti: Lucio tiene metaforicamente (e non solo) in piedi i muri della casa, gestisce tutta la logistica, gli acquisti, le manutenzioni ed i trasporti mentre Bruna è l'organizzatrice e colei che cura le relazioni in Tanzania ed in Italia. Come in tutte le coppie navigate e ben assortite ognuno ha il proprio spazio di intervento, sempre però all'interno di un quadro d'insieme concordato e condiviso.
Ad aiutarli ci sono Mpendwa, che svolge lavori di casa ed aiuta nelle rapporti con i tanzaniani, e Zula, che segue la palestra ed i ragazzi che vanno a fare gli esercizi.
La scelta di Bruna e Lucio è stata sposata da alcuni amici italiani che hanno creato un'associazione per sostenere loro ed i ragazzi ospitati. L'associazione è via via cresciuta ed ora vi aderiscono persone di diversa età ed estrazione sociale. La casa è costantemente visitata da amici e soci, che tornando in Italia offrono il loro contributo per aiutare l'associazione.
La disponibilità e l'accoglienza che immediatamente si respirano nella Casa con le Ali hanno comportato anche un effetto forse imprevisto nei piani iniziali, ma che ha conseguenze non trascurabili.
La Casa con le Ali è divenuto il punto d'incontro di tutti i volontari e missionari italiani che ruotano intorno ad Iringa, e sono molti. Qui si raccontano storie, si condividono esperienze, si ascoltano novità che coinvolgono il lavoro di tutti, si costruiscono legami e relazioni con persone impegnate nei settori dello sviluppo, della cooperazione e della carità.

Quello che veramente rende speciale la storia di Bruna e Lucio è che tratta di due persone "normali". Essi hanno scelto di vivere in un luogo oggettivamente bello (Iringa e la Tanzania in generale) e di condividere il loro tempo, le loro capacità ed il loro denaro con persone meno fortunate di loro (e di tutti quelli che leggono queste righe). Non sono persone votate al martirio o al sacrificio, ma solo persone che hanno scelto di vivere nel miglior modo che conoscevano e di cercare la propria felicità in una maniera insolita. Non serve avere vent'anni per decidere di cambiare la propria vita e di compiere una scelta coraggiosa; la stessa scelta potrebbe farla chiunque.
Questa storia di normalità è un motivo di speranza per tutti quelli che hanno a cuore i problemi che affliggono l'Africa, per quelli che sono preoccupati del clima di indifferenza che regna nei paesi "sviluppati", e per tutti quelli che serbano in cuor loro il desiderio, un giorno, di cambiare la propria vita e di renderla degna di essere raccontata.

Per chi volesse saperne di più: http://www.nyumba-ali.org/

M.L.