domenica 11 luglio 2010

Udzungwa Scarp

La Riserva Forestale di Udzungwa Scarp è una delle maggiori aree forestali che coprono la catena dei Monti Udzungwa, situati nella Tanzania centro-meridionale. Essa copre una superficie di circa 220 km2 sul versante sud-orientale della catena montuosa. Insieme al Parco Nazionale dei Monti Udzungwa, che rappresenta la sua continuazione settentrionale, costituisce un’area protetta di eccezionale valore ecologico, biologico ed ambientale. I Monti Udzungwa infatti rappresentano una porzione dell’Arco Orientale, una serie di rilievi montuosi che anticamente costituivano un’unica catena che attraversava da sud a nord tutta la Tanzania per terminare in Kenya.

L’erosione che ha avuto naturalmente luogo nel corso di milioni di anni ha provocato una parcellizzazione dell’antica catena in tante “isole” di rilievi coperti di foresta ed ecologicamente separate le une dalle altre da profondi avvallamenti caratterizzati da clima ed altitudine profondamente diversi. In questo modo l’evoluzione delle specie di animali e piante è proseguita in ognuno di questi segmenti montuosi in modo autonomo, dando origine ad una estrema biodiversità concentrata in superfici relativamente piccole. E’ grazie al grande numero di nuove specie scoperte e ancora da scoprire che i Monti Udzungwa si sono meritati l’appellativo di “Galapagos d’Africa”.

Un aspetto importante dell’Udzungwa Scarp è che la sua foresta primaria si estende lungo le pendici delle montagne partendo da un’altitudine di circa 400 metri s.l.m., con un caratteristico paesaggio di savana, fino ad un’altitudine di 1900 metri s.l.m., con un clima completamente diverso caratterizzato da abbondanti piogge e freddo intenso. All’interno di questa ampia varietà di ecosistemi si sono evolute e differenziate centinaia di specie di animali e piante, oltre a tutte le specie che hanno colonizzato successivamente questi luoghi e che si possono trovare anche in altre aree.

Tra le specie animali che si possono trovare solo nell’Udzungwa Scarp, ed in particolare in una piccola zona della riserva, la storia più curiosa riguarda la “Rana mammifera” (Nectophrynoides asperginis), così chiamata perché è ovovivipara e cioè non depone uova ma dà alla luce girini vivi. Il suo habitat sono le cascate di Kihanzi, e perché il suo ciclo biologico si completi sono necessarie proprio la corrente e gli spruzzi delle cascate. Kihanzi è sito scelto nel 2000 per la realizzazione di un gigantesco impianto idroelettrico, costruito grazie ad un progetto della Banca Mondiale da 270 milioni di dollari . L’opera di presa dell’acqua avrebbe modificato il naturale corso delle cascate minacciando così la sopravvivenza della rana mammifera. Grazie al grande lavoro delle associazioni di ambientalisti e agli studi dei biologi è stato possibile modificare il progetto originario in modo da conservare una nicchia ecologica per le rane.

Udzungwa Scarp è straordinariamente ricca di anfibi e rettili unici di queste zone, mentre i mammiferi più diffusi sono cinque specie di primati (colobo rosso, colobo bianco e nero, la scimmia di Syke’s, galagoni, cercocebo di Sanje), iraci, leopardi (nella parte più bassa della foresta), piccole antilopi e numerose specie di piccoli mammiferi che abitano il sottobosco. Tra questi il più simpatico è sicuramente il rincocione, un toporagno-elefante caratteristico dell’Africa orientale. Una nuova specie di rincocione è stata scoperta recentemente dai ricercatori del Museo Tridentino proprio sui Monti Udzungwa.

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/topo-tanzania/1.html

La foresta dell’Udzungwa Scarp è seriamente minacciata dall’attività umana e dall’espansione degli insediamenti che si trovano lungo i confini della riserva. Purtroppo lo status di Riserva Forestale non garantisce le stesse misure di protezione che difendono i Parchi Nazionali, per cui attività illegali di bracconaggio ed il taglio indiscriminato degli alberi della foresta fanno sorgere interrogativi e preoccupazioni in merito alla sopravvivenza di questo straordinario quanto fragile ecosistema.

Un modo per aumentare l’interesse nei confronti di questa Riserva potrebbe essere quello di pubblicizzarne lo sfruttamento nel contesto di progetti di Ecoturismo. Il Museo Tridentino di Scienze Naturali ha provato ad esplorare questa possibilità, purtroppo con modesti risultati. Infatti il trekking in foresta non garantisce la stessa spettacolarità di un safari (gli alberi fitti ostacolano la visione della fauna) ed è tutt’altro che ricco di comfort. In più, come se non bastasse, il governo tanzaniano, forse per evitare le invasioni (per altro improbabili) di turisti nelle aree protette, ha burocratizzato pesantemente l’accesso alle Riserve Forestali imponendo il pagamento di una quota giornaliera superiore a quella del parco nazionale da effettuare esclusivamente negli uffici di Morogoro, a centinaia di km cioè dall’ingresso in foresta.

Tutte queste misure non hanno impedito, a mia moglie e me, di sperimentare il primo tratto di un trekking che attraversa tutta l’Udzungwa Scarp da Masisiwe (villaggio a circa 1900 metri) fino a Chita, che sorge lungo le sponde del fiume Kilombero proprio ai piedi della catena degli Udzungwa. La nostra meta era Kihanga (S 08°22’19,7”, E 35°58’52,9”) a 1692 s.l.m., che si trova a 11,2 km in linea d’aria dal villaggio di Masisiwe. La durata prevista era di 4 ore di marcia con i portatori. Malauguratamente abbiamo ritenuto di potere fare senza, ed il tempo di percorrenza e la fatica si sono dilatati sensibilmente (noi abbiamo impiegato circa 6 ore).

Gli abitanti di Masisiwe millantano di riuscire a raggiungere Chita in 8 ore, ma se dovessi prevedere un trekking considererei tre giorni di cammino per completare il percorso.

Kihanga è il campo base a cui si sono appoggiate tutte le spedizioni esplorative dell’Udzungwa Scarp, dove cioè i ricercatori e i naturalisti hanno montato i campi in grado di ospitare loro e le attrezzature necessarie allo studio della foresta e dei suoi abitanti.


Kihanga non è altro che una minuscola radura in mezzo alla foresta pluviale, la cui caratteristica principale è quella di trovarsi in prossimità di una sorgente di acqua purissima e trasparente assolutamente potabile, che forma fra l’altro un laghetto ideale per lavarsi.

Come detto gli unici componenti della spedizione eravamo mia moglie ed io, guidati da un anziano abitante del villaggio di Masisiwe, Stephan Kayage, che la comunità locale ha scelto per guidare le spedizioni dei visitatori che desiderano inoltrarsi nella foresta.

Stephan non aveva scarpe ed il solo bagaglio era una tanica di pombe (alcolico ottenuto dalla fermentazione del mais), due canne da zucchero ed un machete. Tutto il suo sostentamento di due giorni di marcia era contenuto in questi oggetti.

Noi eravamo stracarichi, con abbigliamento tecnico, tenda, cibo e acqua in quantità. A noi le nostre provviste sono risultate decisamente scarse.

La foresta si è rivelata una prova molto più dura del previsto, a causa del clima umido, i duri dislivelli e i tronchi abbattutti che ostacolavano il cammino, ma ci ha regalato emozioni indescrivibili. Purtroppo nei due giorni che siamo rimasti sui monti Udzungwa non abbiamo trovato il tempo per un’esplorazione del territorio circostante il campo. Appena arrivati al campo base infatti abbiamo acceso il fuoco, piantato la tenda, consumato il pasto e ci siamo fiondati immediatamente a dormire. Eravamo stremati.

Non ci sono sfuggiti però i rumori della notte, le voci dei milioni di esseri viventi che popolano la foresta. Di giorno quest’ambiente sembra disabitato, ma di notte la vita esplode letteralmente. Siamo riusciti a registrare il verso dell’irace arboricolo, il cui gracchiare sovrasta tutte la altre voci notturne.

Ci piacerebbe un giorno, forti dell’esperienza accumulata, completare il tragitto fino alla pianura del Kilombero, fino a Chita. In quell’occasione però ci faremo accompagnare da dei portatori, gente allenata ed esperta che non conosce la fatica.

M.L.

lunedì 21 giugno 2010

La Casa della Carità

Vivo alla casa della Carità da 15 anni, da quando cioè mi dimisero dall’ultima clinica riabilitativa in cui sono stata. Nella mia stanza c’è una vera e propria stazione operativa attraverso al quale riesco a comunicare con gli altri e dove trascorro il mio tempo ascoltando musica e guardando la televisione.

La Casa della Carità è stata aperta il 14 Novembre 1981, dopo diversi anni di preparazione e molti campi di lavoro a Fontanaluccia, un paesino dell’Appennino modenese dove nel 1941 è nata la prima Casa della Carità, fondata da Don Mario e Suor Maria. A Bertinoro la Casa della Carità è nata grazie al coinvolgimento di tutta la parrocchia ed all’impegno in prima persona di Don Luigi Pazzi.

I Simboli di questa Casa sono i “Tre Pani”, che rappresentano le tre mense dove il cristiano trova il suo nutrimento: la Mensa della Parola, la Mensa dell’Eucarestia e la Mensa dei Poveri. Il fondatore diceva che una Messa che non porta ai poveri è una Messa zoppa.

La Casa della Carità diventa quindi una “palestra” dove il cristiano va ad allenarsi e a verificare il proprio stile di vita; non è un luogo per gli “addetti ai lavori”, ma un “cantiere” sempre aperto dove c’è posto per tutti, credenti e non e dove ognuno può trovare la sua collocazione.

Nella Casa si cerca di creare un clima sereno, che faccia sentire tutti accolti e amati come in una famiglia; per questo non vengono chieste rette fisse ma, come succede in ogni famiglia, ognuno mette a disposizione quello che può e quindi contribuisce con la pensione o con l’accompagnamento.

Ciò è possibile perché questa struttura si regge sul volontariato; non ci sono infatti operatori o infermieri stipendiati.

Nella nostra Casa c’è la presenza fissa del Parroco e di due suore che svolgono la funzione paterna e materna. Attorno a loro ruota un gruppo di volontari che si impegnano a far sì che questa famiglia un po’ particolare possa continuare ad esistere.

Le persone che si trovano nella mia stessa condizione, perlopiù malati di SLA (sclerosi laterale amiotrofica) o persone che hanno subito danni alla colonna vertebrale, vengono assistiti a casa o in strutture protette convenzionate con la asl; per quanto mi riguarda quando mi sono ammalata non c'è stata la possibilità del rienrto in famiglia in quanto mio marito doveva lavorare per far crescere, purtroppo da solo, 2 figli piccoli (Erica aveva 10 anni e Tomas 1 e mezzo) e così grazie al consiglio di amici abbiamo trovato questa casa. Non è facile vivere lontano dalla tua famiglia e non vi nego che il mio sogno più grande sarebbe quello di poter tornare nella mia casa. Qui comunque sono circondata da persone piene di calore anche se a volte è dura perchè le cose da fare sono tantissime ed i volontari putroppo scarseggiano, anche perchè ognuno ha i propri impegni e la propria vita da portare avanti.
Per questo faccio ufficialmente un Appello a tutti colore che vivono nella mia splendida Romagna " VENITE, VENITE, VENITE" a trovarci anche solo per una ora o quando avete del tempo libero; qui potrete fare e farvi del bene.

PATRIZIA DONATI

domenica 16 maggio 2010

Un Diritto Negato

Tilivon ha 16 anni, ed è figlio del catechista del villaggio di Bomalang’ombe. E’ uno studente esemplare, ed i buoni risultati conseguiti durante la scuola primaria gli hanno consentito di accedere ad una scuola secondaria pubblica. Purtroppo, conformemente alle normative riguardanti la distribuzione degli studenti nella scuola pubblica, è stato destinato alla una scuola di Tunduru, che si trova a circa 500 chilometri da casa sua. Queste leggi, apparentemente crudeli, sono state introdotte dal primo presidente della Tanzania, Nyerere, allo scopo di formare classi composte da ragazzi provenienti da regioni diverse. In questo modo i ragazzi sono abituati fin da piccoli a frequentare un ambiente multietnico e ciò a contribuito a rendere la Tanzania uno dei pochi paesi dell’Africa a non conoscere tensioni sociali di matrice etnica. Trifon probabilmente non è al corrente del motivo per cui è costretto a rivedere la propria famiglia una volta all’anno affrontando un viaggio lungo e costoso, però accetta con gioia questa situazione perchè gli consente di studiare nella scuola secondaria.
Ayubo e Titus provengono da Kitemela, una piccola comunità rurale di poche centinaia di anime. Per arrivare al loro villaggio si è costretti a percorrere una strada sconnessa che è transitabile dalle auto pochi mesi all’anno. Le loro famiglie, come tutte quelle di Kitemela, traggono le proprie risorse dal lavoro dei campi e non possono permettersi di pagare la retta scolastica né le altre spese. Ogni studente infatti deve provvedere autonomamente all’acquisto del materiale scolastico, della divisa, del materasso, del cibo, del sapone, delle stoviglie, e di tutto l’occorrente per vivere lontano da casa propria. Ayubo e Titus sono i primi due abitanti del loro villaggio ad entrare nella scuola secondaria.





Jemaida vive a Mbawi, un villaggio situato sulle montagne della Tanzania meridionale. Frequenta la scuola secondaria a Masisiwe, che dista a piedi da casa sua un paio d’ore. Ogni giorno quindi Jemaida si alza molto prima dell’alba per arrivare puntuale a scuola per farvi poi ritorno alcune ore dopo il tramonto. Eppure, nonostante le difficoltà che la frequenza della scuola implica, Jemaida è una bambina fortunata perché, a differenza della maggior parte dei suoi coetanei di Mbawi, può ricevere un’istruzione che forse un giorno le consentirà di trovare un buon lavoro e quindi guadagnare abbastanza soldi da mantenere la sua famiglia.






Queste sono solo alcune delle storie dei ragazzi che beneficiano del progetto di Sostegno Scolastico di VolontariA onlus. La Tanzania è uno dei paesi dell’Africa con la più alta frequenza nelle scuole primarie (97 % - fonti Unicef), mentre è uno degli ultimi al mondo in fatto di accesso all’istruzione secondaria (4,8% - fonti Unesco). Mentre infatti le scuole primarie sono pressoché gratuite, le scuole secondarie rappresentano per le famiglie una spesa proibitiva. I pochi ragazzi che guadagnano per merito scolastico il diritto di accedere alla scuola governativa, dal costo accessibile, sono costretti a frequentarla lontano dal villaggio natale, e quindi a sostenere elevatissimi costi di vitto, alloggio e di trasporto. Quelli invece che potrebbero frequentare soltanto una scuola secondaria privata, seppur vicina a casa, devono pagare rette annuali onerosissime. In un modo o nell’altro una famiglia media tanzaniana dal reddito di circa 400 dollari all’anno, non può permettersi gli studi secondari dei propri figli. Il risultato è che spesso due o tre famiglie di parenti scelgono di unire le proprie misere finanze e di riservare questo privilegio a soltanto uno tra tutti i loro figli. Purtroppo la moderna vita cittadina richiede questo genere di qualifica per l’assunzione ad un lavoro dignitoso, completando quindi il meccanismo che perpetua la spirale di povertà.



L’istruzione è uno fra i più elementari diritti dell’essere umano e non c’è genitore in Tanzania che non sarebbe disposto a qualunque sacrificio per garantire questo diritto ai propri figli. La considerazione più dolorosa è che quello che è impossibile per due genitori in Tanzania, e cioè il pagamento della retta scolastica per uno dei propri figli, rappresenta uno sforzo assolutamente esiguo per un abitante del mondo cosiddetto evoluto: con 250 euro all’anno si può far fronte a questa spesa e garantire l’istruzione ad uno studente africano. E’ possibile che non si riesca a donare il superfluo per garantire l’essenziale ad un nostro simile?

M.L.

L'Isola di Mbudya

Se per un caso remoto doveste trovarvi nella città di Dar es Salaam con un giorno a disposizione e non sapeste a che santo votarvi, la mossa che mi sento di raccomandarvi è la visita all’isola di Mbudya.
Mbudya è una piccola isola che si trova al largo della capitale della Tanzania, ad un distanza in linea d’aria di due chilometri. Essa fa parte del Parco Marino di Dar Es Salaam insieme alle isole di Bongoyo, Pangavini e Fungu Yasini. Mentre Pangavini e Fungu Yasini sono inaccessibili ai turisti e riservate alla fauna ed alla flora che le abitano, Bongoyo e Mbudya sono agevolmente visitabili in giornata.
In particolare alcuni resort sulle spiagge a nord di Dar (Jangwani Sea Breeze e White Sands) mettono a disposizione dei turisti delle barchette a motore per raggiungere Mbudya ad un prezzo molto contenuto (attualmente circa cinque euro a passeggero per un minimo di quattro passeggeri per i viaggi di andata e ritorno). Il viaggio dura circa venti minuti. Una volta giunti sull’isola non resta che rilassarsi sulla spiaggia bianca e godersi qualche ora di sole ed un bagno nelle acque cristalline che circondano l’isola. Ciò che veramente rende unico questo luogo è l’assoluta vicinanza alla capitale di uno stato, che è l’ultimo posto al mondo in cui ci si aspetterebbe di trovare un paradiso naturalistico tropicale.

La classica ciliegina sulla torta è il pranzo. Alcuni simpatici tanzaniani cucinano il pesce pescato qualche minuto prima e lo servono sotto sgarrupati ma caratteristici banda in makuti (termine tecnico per gazebo in legno e paglia). Il menu è pressoché unico, e cioè pesce alla griglia e patatine, rigorosamente da consumare senza posate e bevendo soda fresca. Per chi l’ha provato, un pasto a Mbudya rappresenta uno dei massimi picchi di godimento vissuti nel corso di una esistenza intera.
Le basse acque intorno all’isola nascondono alcune porzioni della vecchia barriera corallina salvatesi alla pesca con dinamite. E’ consigliato quindi noleggiare l’attrezzatura da snorkeling per cercare questi scogli corallini, dove si possono fare alcuni incontri davvero emozionanti con la vita sottomarina.
Un ulteriore motivo di interesse di quest’isola è la possibilità di avvistare il Granchio Ladro di Cocchi, un enorme paguro terrestre capace di arrampicarsi sulle palme e di rompere con le forti chele le giovani noci di cocco. E’ un animale sensazionale, gravemente minacciato di estinzione.
Mbudya è poco frequentata dai turisti “tutto compreso” che affollano Zanzibar e i parchi del nord, mentre rappresenta l’immancabile punto d’incontro domenicale per tutti gli espatriati che vivono la capitale tanzaniana. Diplomatici, missionari, volontari delle ong, commercianti e imprenditori convergono su questo fazzoletto di paradiso per godersi una giornata di pace lontano dallo smog e dal traffico di Dar. A parte la domenica, in cui si possono incontrare altre persone, durante la settimana Mbudya è deserta.
Purtroppo anche Mbudya può avere qualche controindicazione.
Alcuni mesi, soprattutto da Aprile e Giugno, le correnti spingono verso la spiaggia di Mbudya la spazzatura che si accumula sul litorale della capitale e può capitare di trovare sporche alcuni punti della spiaggia. Il momento migliore per recarsi a Mbudya è sicuramente da Dicembre a Febbraio, quando le acque sono calme e trasparenti e la spiaggia è sgombra di alghe.
Ultimamente viene richiesto con insistenza il pagamento dell’ingresso al parco (16.000 scellini, circa 8 euro). Tra noleggio barca, biglietto d'ingresso al parco marino e pasto si va a spendere circa 20 euro, e una cifra del genere vale sicuramente una giornata come solo Mbudya sa dare.
All’orizzonte si staglia la costa di Dar. Niente di male, se non fosse che un enorme cementificio è stato costruito proprio davanti Mbudya, rovinando parzialmente il panorama: bisogna tenerne conto poi mentre si scattano le foto! La brezza fresca attenua di molto il caldo, e diversi sprovveduti hanno ritenuto di risparmiare la crema solare. Il sole in queste regioni picchia di brutto e molti visitatori sono tornati da Mbudya con scottature colossali!

M.L.

sabato 27 marzo 2010

Povera Agricoltura, Poveri Noi

Comincerò riportando alcuni dati:

_ Il 37,5% della popolazione mondiale trae il proprio reddito dall’agricoltura, ma questa percentuale è la sintesi di estremi diametralmente opposti. E’ la media cioè di paesi come l’Italia in cui solo il 4,2% della popolazione lavora in agricoltura e di altri come il Niger in cui il 90% della popolazione trae dalla terra il proprio sostentamento (fonte: CIA world factbook);
_ Solo il 6% del PIL mondiale deriva dall’agricoltura (fonte: CIA world factbook);
_ Nel 2006 il 6,4% della popolazione europea era impiegata in agricoltura (fonte: Eurostat);
_ Nel 2009 circa il 44% dei fondi dell’unione europea sono stati destinati ad agricoltura e sviluppo rurale (fonte: bilancio UE);

Come si spiega questo ingente dispendio di risorse da parte dell’Unione in un settore così “marginale” da un punto di vista occupazionale? Perché l’Unione Europea dovrebbe impegnarsi così tanto in un ambito che coinvolge così pochi cittadini?
Tutti i fondi che l’Unione Europea destina all’agricoltura diventano aiuti e contributi senza i quali questo settore probabilmente non esisterebbe più in Europa. Questi sussidi, insieme alle barriere commerciali e legislative attuate dall’Unione, consentono agli agricoltori europei di trarre ancora un minimo guadagno da questa attività e di rimanere in qualche modo competitivi sul mercato. Purtroppo questo intervento della politica comunitaria sull’andamento dei mercati e dei prezzi dei prodotti agricoli sta cominciando ad affondare miseramente. Ciò avviene in primo luogo perché anche all’interno dell’Unione a 27 membri ci sono stati in grado di produrre a prezzi decisamente inferiori, e in secondo luogo perché l’organizzazione dei mercati provoca un distribuzione dei profitti lungo la filiera commerciale che penalizza pesantemente i produttori.
L’agricoltura, nonostante gli aiuti, sta vivendo una crisi gravissima ed in molti paesi rischia seriamente di sparire.
A questo punto torniamo alla domanda formulata in precedenza: ma è davvero essenziale un settore che impegna così tante risorse distribuendole su un numero di cittadini così esiguo?
Innanzitutto non si può affrontare questo argomento con gli stessi parametri che si utilizzerebbero per altri settori economici come l’industria o i servizi.
L’agricoltura non è un settore come gli altri.
La società umana così come la concepiamo oggi esiste solo grazie all’agricoltura. Se alcuni uomini non si prendessero carico della produzione di alimenti gli altri non si potrebbero dedicare alla cultura, alla scienza, all’arte, alla politica. Se tutti gli individui che compongono una società (come avveniva ed ancora avviene nelle primitive società di cacciatori-raccoglitori) fossero impegnati nell’approvvigionamento di cibo, quella civiltà non potrebbe progredire. L’innesco allo sviluppo sociale, civile, tecnologico, culturale dell’umanità è stata l’invenzione dell’agricoltura. Essa ha inoltre permesso all’uomo di riunirsi in insediamenti proto-urbani, di concentrare la popolazione in territori limitati consentendo lo scambio di informazioni, la stratificazione sociale, la creazione di eserciti. Le civiltà che per prime hanno scoperto l’agricoltura sono state quelle che sono emerse vittoriosamente nel corso della storia. Il libro “armi, acciaio e malattie” di J.Diamond spiega con grande semplicità queste dinamiche attribuendo all’agricoltura il ruolo chiave nella storia dell’uomo moderno.
L’agricoltura produce riflessi fondamentali su molti aspetti della nostra vita di tutti i giorni. In particolare essa influenza in modo decisivo la nostra cultura, secondo la celebre frase del filosofo Ludwig Feuerbach “Noi siamo ciò che mangiamo”. Noi italiani dovremmo essere i più strenui sostenitori e difensori dell’agricoltura, perché essa rappresenta l’essenza stessa della nostra storia e del nostro presente. E non parlo solo della cucina, aspetto che sappiamo apprezzare e riconoscere forse solo quando ci rechiamo in qualunque altro paese del mondo. Mi riferisco anche al territorio e come l’agricoltura "vesta" il nostro paesaggio. Essa svolge una funzione non solo estetica, ma anche e soprattutto di difesa dei terreni, di regimentazione delle acque superficiali, di razionalizzazione della presenza umana.
Quanta storia è presente nella lavorazione artigianale dei prodotti agricoli, nella realizzazione delle nostre produzioni tipiche che contengono quel sapere artistico che ha fissato nel corso dei secoli i gesti traducendoli poi in tradizioni!
Purtroppo, proprio in Italia l’agricoltura agonizza come in pochi altri paesi del mondo accade.
Concludo con una frase di Norman Borlaug, premio Nobel per la pace : “Non esiste alcun bene che sia più essenziale del cibo. Senza questo le persone muoiono , le organizzazioni sociali e politiche si disintegrano, le civiltà collassano”.
M.L.

giovedì 11 marzo 2010

Starship Troopers

Avete mai visto il film "Starship Troopers" in cui l'esercito della Terra combatte contro insetti giganti alieni che colonizzano i pianeti della galassia? Se sì, bene. Se no e vi piace il genere splatter non potete proprio perderlo.

E' capitato molte volte in Africa che ripensassi a quel film, e questo succedeva ogni volta che ci scontravamo con ostici rappresentanti della Classe Insetti. L'unica differenza con quel film è che i terrestri, cioè noi, ne uscivano invariabilmente sconfitti.

E' stato il caso della Nairobi Fly, minuscolo coleottero del genere Paederus intriso di un veleno (la "pederina") più potente di quello del cobra. All'inizio della stagione delle piogge, per un paio di settimane al massimo, capitava spesso di avvertire un solletico al viso o al collo, e la reazione istintiva era quella di grattarsi tentando di allontanare il fastidioso ed ignoto insetto. I segni di questo incauto gesto divenivano visibili dopo alcune ore. La pelle necrotizzava per poi sfaldarsi in brandelli, come se si fosse subita una brutta bruciatura. Il motivo era che grattandosi si finiva per schiacciare l'insettino, liberando il potente veleno che agiva per contatto. La cosa curiosa era che ad essere più colpiti erano coloro che avevano l'elettricità a casa. La Nairobi Fly infatti di notte viene attratta dalla luce. In questo modo quindi le dermatiti colpivano epidemicamente e selettivamente la parte più benestante della popolazione, mentre i più poveri che vivevano nelle capanne ne rimanevano esenti.



Un altro caso di scontro con insetti ostili ha riguardato le formiche legionarie del genere Dorylus, le temibili "siafu" che tutti in Africa Orientale conoscono e temono più dei serpenti velenosi. Le siafu si muovono sempre in colonne costituite da una moltitudine di individui, ed ogni colonia è costituita da due categorie di formiche. Le operaie, piccole e apparentemente innocue, e le soldato, enormi formiche in grado di infliggere morsi dolorosissimi servendosi delle potenti mascelle. Queste formiche formano a terra una lunga striscia nera della quale non si distingue l'inizio e la fine e che non si arresta davanti a nulla.

La colonia viene difesa in maniera molto efficace dalle formiche soldato, le quali allontanano a suon di morsi qualunque scocciatore. La stretta delle loro mascelle è talmente potente che anche dopo essere state uccise e decapitate non mollano la presa. Non c'è indumento abbastanza spesso da proteggere dal morso. Questi insetti diventano realmente pericolosi quando alla malcapitata vittima viene impedita la fuga. E' quello che è successo in due occasioni, quando nell'azienda del progetto venne ucciso un maiale che aveva problemi agli arti e che non poteva alzarsi e quando nella stalla di casa venne ucciso un capretto neonato, troppo piccolo e debole per sfuggire all'orda famelica.

Il rimedio più comunemente adottato per interrompere l'invasione di queste formiche è quello di spargere intorno alla zona attaccata del cherosene ed appiccare un fuoco in grado di spezzare la colonna di insetti e di farli desistere dai loro propositi assassini.

E questa è la soluzione che scegliemmo anche la volta in cui fui svegliato dal guardiano notturno perché la stalla delle capre stava subendo un attacco da parte delle legionarie. Gli animali, imprigionati all'interno, belavano disperati e impotenti implorando il nostro aiuto per non soccombere all'assalto. Quando entrammo nella stalla gli animali erano già ricoperti di formiche e si dimenavano furiosamente per sottrarsi ai morsi delle formiche soldato. Ci disinteressammo delle capre ben sapendo che se non riuscivamo a fermare la colonna in entrata sarebbero stati perduti. Accendemmo prima alcuni falò intorno alla stalla, congiungendoli poi con ponti di cherosene infiammato. Mentre eravamo intenti ad appiccare i fuochi, venivamo punti a nostra volta e qualunque tentativo di evitare i morsi si rivelava vano, perché le formiche continuavano a colpire anche dopo la morte. Lentamente riuscimmo a creare uno sbarramento all'avanzata della subdola armata, dopodiché ci dedicammo a staccare le formiche che erano rimaste attaccate un po’ ovunque nel corpo.


Non starò a raccontare degli episodi legati ai bruchi giganti che hanno devastato il giardino e l'orto, all'invasione di termiti, alle pulci penetranti, allo scorpione enorme e corazzato che impediva il passaggio o alle cavallette mangiate fritte. Mi sembra di aver già reso sufficientemente l'idea.


M.L.




lunedì 1 marzo 2010

Incidenti di Percorso (2)

I fatti riportati si riferiscono al Gennaio 2008, quando Francesca ed io ci trasferimmo per due mesi in un altro villaggio (Ikondo), allo scopo di sopperire all'assenza temporanea di espatriati che gestissero le attività del progetto.

Infuriava in pieno la stagione delle piogge, e nonostante questo eravamo costretti, una volta alla settimana, a recarci in città (Njombe) per acquistare cibo e materiali, oltre che assolvere agli obblighi burocratici legati al nostro lavoro.

Le commissioni erano sempre numerose e spesso capitava di tornare verso il villaggio in piena notte e sotto la pioggia battente. Inoltre non rifiutavamo mai un passaggio a chi ce lo chiedeva, compatibilmente alla disponibilità di posti nell'auto. Non eravamo mai meno di 6-7 persone.

Quella sera oltre a noi erano a bordo l'autista e tre suoi familiari. Tra sgommate e derapate riuscimmo a farci largo nei punti più brutti della strada allagata e ridotta ad una striscia di melma. Era notte, e non vedevamo l'ora di arrivare per poter tirare un sospiro di sollievo.

A circa venti chilometri da Ikondo, presso il villaggio di Ukalawa, trovammo l'ostacolo. Un camion si era impantanato e l'autista aveva disteso tutto il carico di tè sulla strada. Le foglie di tè infatti, bagnate e pressate all'interno del camion, a quelle temperature avrebbero iniziato immediatamente a fermentare e tutto il carico sarebbe andato perduto.


Non c'era spazio per passare con l'auto e rischiare il fuoripista in quel punto sarebbe stato eccessivamente rischioso, dato che la strada si trovava schiacciata tra una parete ed un precipizio.

Fu immediatamente evidente che per la prima volta non saremmo riusciti raggiungere la nostra meta. Le condizioni imponevano dunque di trovare un posto dove dormire a Ukalawa, che era solo un minuscolo agglomerato di capanne. Ci recammo con l'autista presso il negozietto del villaggio, che fungeva anche da punto di ritrovo per la comunità locale. Chiedemmo se ad Ukalawa fosse esistito un posto dove poter pernottare, e la fortuna (se così si può chiamare) ci assistette. Un abitante del villaggio possedeva, di fianco alla propria capanna, una piccola costruzione con mattoni cotti e tetto in lamiera (extralusso insomma) con una camera a disposizione dei forestieri. L'autista gentilmente ci offrì questa opportunità, mentre lui e la sua famiglia avrebbero trascorso la notte in macchina.

Fummo condotti fino alla casetta, che si trovava poco distante incastonata in un boschetto di banani. La camera era grande esattamente quanto un letto ad una piazza. Il letto era costituito da un'impalcatura di legno senza materasso né coperte né cuscini. La porta non aveva serratura. Cenammo con del formaggio che avevamo acquistato la mattina in città. Dopo cena accendemmo il computer portatile e guardammo, in uno dei luoghi più remoti ed arretrati del pianeta, un episodio di Star Trek. Purtroppo il debole volume del portatile non riusciva a superare lo scroscio della pioggia sulle lamiere né coprire i passi dei topi che zampettavano allegramente sulla struttura del tetto. Tuttavia questo incredibile contrasto, possibile solo nel mondo attuale, ci restituì il buonumore.


M.L.

mercoledì 24 febbraio 2010

Incidenti di Percorso (1)

Nel mondo cosiddetto "sviluppato" la strada è quella linea che unisce due luoghi. Non ha alcun significato intrinseco se non quello di condurre da qualche parte. Nella maggioranza dei casi è una perdita di tempo necessaria per raggiungere il luogo di lavoro o una sospirata meta vacanziera. In Africa non è quasi mai così. Ogni chilometro ha un proprio senso preciso in quanto può nascondere un insegnamento da ricordare o un ostacolo da superare. L'impossibilità di procedere è generalmente il motore di esperienze che si vivono lungo la strada, impone la sosta e prepara il terreno all'imponderabile, al caso ed al destino.



Un episodio emblematico avvenne la prima (sottolineo "la prima") volta che mi recai al villaggio sede del progetto. All'epoca frequentavo il corso di kiswahili che si svolgeva dal lunedì al venerdì ad Iringa. Invece di crogiolarmi per tutto il weekend nella vita cittadina preferii recarmi nel luogo in cui avrei vissuto per due anni, impaziente di gettarmi nella mischia. Decisi (non che avessi altra scelta) di arrivarci con l'autobus scalcinato che ogni giorno percorre la tratta Iringa-Bomalang'ombe. Era l'inizio della stagione delle piogge, ma all'epoca ancora non sapevo cosa ciò potesse comportare. Il viaggio fu molto interessante, dato che ebbi modo di studiare tutto il percorso e i caratteristici villaggi che si succedevano. Pranzai con un'ottima pannocchia abbrustolita acchiappata al volo durante una delle numerose e lunghe soste, studiate senz'altro più a favorire il commercio degli abitanti dei villaggi che a consentire la discesa e la salita dei passeggeri, operazione che si svolgeva nell'arco di un paio di minuti. La cosa curiosa era che ogni villaggio era specializzato in una particolare merce: c'era il villaggio della frutta, quello dei pomodori, quello delle pannocchie, ecc. Come se fosse stato stabilito un tacito accordo di non belligeranza commerciale tra i diversi villaggi. Nel corso degli anni avrei poi imparato ad apprezzare il progressivo variare delle merci vendute in virtù del succedersi delle stagioni che influivano sulle produzioni agricole disponibili.

Dopo circa quattro ore dalla partenza, arrivati a Kidabaga, l'autobus si fermò. Kidabaga era (ed è tuttora) un grosso villaggio che si trovava a trenta chilometri dalla mia meta e che segnava il confine tra la pista in buone condizioni e quella meno battuta.

All'inizio valutai che si trattasse di una delle classiche e interminabili soste che avevano costellato il percorso, ma quando rimasi l'unico passeggero capii che qualcosa non andava. Con un kiswahili stentato (avevo alle spalle solo una settimana di lezione) capii, o meglio intuii, che la strada da Kidabaga a Bomalang'ombe era troppo brutta, che l'autobus non poteva farcela e si sarebbe di certo impantanato. A Kidabaga non esistevano luoghi che ritenessi adatti a dormire (ma questa valutazione era destinata a cambiare radicalmente con il passare del tempo) per cui cominciai a preoccuparmi. Trenta chilometri a piedi sono tanti, soprattutto di notte e senza conoscere la strada. Questo problema non affliggeva soltanto me, ma anche tutti i passeggeri che erano diretti nei villaggi oltre Kidabaga. A domanda, come sempre, corrispose un'offerta. Un abitante di Kidabaga improvvisò un mezzo di trasporto su cui ci propose di salire dietro, ovviamente, un ragionevole compenso. Si trattava di un trattore a cui venne agganciato un misero carro realizzato con un puzzle di pezzi di ricambio malamente assemblati. Sul fondo del carro vennero sistemati tutti i bagagli e sopra questi ci disponemmo noi passeggeri insieme ad alcune galline in gabbia. Tutta questa impalcatura cigolava e scricchiolava ad ogni metro, ed era immediatamente evidente che il carro si sarebbe schiantato di lì a poco. Prima del definitivo cedimento strutturale, che avvenne a circa dieci chilometri dall'arrivo, si ruppero per l'eccessivo peso tutte le ruote ad una ad una. Le camere d'aria vennero tutte aggiustate artigianalmente per poi proseguire ogni volta. Ad ogni pit stop la gente scendeva con calma e rassegnazione, e aspettava con pazienza il momento in cui si sarebbe ri-arrampicata sul cumulo di sacchi e bagagli per riprendere la marcia. Ad una decina di chilometri dall'arrivo, come detto, il carro collassò ed il semiasse cedette. Erano le undici di sera, era buio da diverse ore, e la gente ancora una volta scese per assistere alle operazioni di riparazione. Questa volta era evidente che senza l'aiuto di un meccanico vero non sarebbe stato possibile sistemare il carro, ma la maggior parte dei passeggeri volle negare l'evidenza ed attendere che si verificasse il miracolo ad opera dei nostri sprovveduti traghettatori. Io ero maledettamente stufo, e spiegai che avrei proseguito a piedi. Venni seguito soltanto da due donne che dividevano il peso di due bagagli ed un lattante. Io probabilmente fornivo loro un barlume di sicurezza, loro indicavano la strada. In due ore arrivammo al villaggio, ed all'una di notte, esattamente tredici ore dopo essere partito da Iringa, svenni esausto nel letto.


M.L.

mercoledì 3 febbraio 2010

La Festa del Maiale

Tradizionalmente in Romagna, nel pieno dell'inverno, la famiglia contadina viveva un vero e proprio evento che coincideva con l'uccisione e la macellazione del maiale allevato nel corso dell'anno precedente. Questo avvenimento si svolgeva nel cortile del casolare e coinvolgeva tutti membri della famiglia allargata, spesso una dozzina di persone e più. La lavorazione della carne era un'operazione specificatamente affidata agli uomini, mentre donne e bambini svolgevano un ruolo di servizio e soprattutto preparavano la cucina e la tavola per la grande mangiata finale.

La famiglia viveva una vera e propria festa, visto che tutti quel giorno mangiavano carne e altri alimenti che raramente erano a disposizione nel corso dell'anno.


Opera di Franco Vignazia


Ci sono famiglie, purtroppo poche, per le quali questa tradizione resiste e che non si accontentano dei salumi industriali che si trovano nei supermercati.

La famiglia di mia moglie è una tra queste e mio suocero è uno tra i pochi artigiani della carne rimasti. Durante l'anno, da Gennaio a Dicembre, alleva il maiale in un vecchio fabbricato adiacente alla casa e a Gennaio, quando l'animale ha raggiunto un peso di oltre due quintali, organizza la festa del maiale.


Nel corso di un freddo mattino domenicale, a partire dall'alba, convergono al casolare il macellaio (camionista di professione) e tutta una pletora di personaggi interessati a vario livello all'avvenimento. C'è Guerrino il lattaio che fornisce i formaggi per il pranzo e che prende parte a tutte le fasi di lavorazione semplicemente perché si diverte, c'è Ivan l'industriale con il Porsche bianco che guarda soltanto ma che è interessato ad acquistare i salumi, c'è Maraldi che non si sa bene che lavoro faccia ma che porta vino e allegria (e spera sempre che ci scappi qualche salame), ci sono i parenti di Bologna venuti per assistere a questa strana manifestazione di civiltà contadina tradizionale. Da qualche anno partecipo anch'io alle operazioni, completamente rapito dalla maestria che porta a trasformare un maiale in una sconfinata gamma di alimenti di vario aspetto e sapore.


Dalla lavorazione del maiale si ottiene infatti una moltitudine di prodotti, e cioè tagli di carne (pancetta, costine, filetti, braciole), insaccati freschi (salsicce, salsicce matte), insaccati stagionati (prosciutti, salami, cotechini, coppe, coppe di testa, guanciale, lombetto), insaccati cotti (musotto) e prodotti ottenuti dalla lavorazione del grasso (ciccioli, strutto). E' quindi pienamente giustificato il detto secondo cui "del maiale non si butta via niente".

Mentre gli uomini sono occupati nello smembramento della carcassa bevendo vino e schiamazzando, le donne in cucina mantengono il fuoco acceso e preparano (sempre a mano) la pasta al ragù per il pranzo. All'una, quando tutti gli insaccati sono stati chiusi ed appesi nella cantina, i ciccioli sono stati scolati e strizzati, e mentre gli ingredienti del musotto stanno cuocendo nel calderone sul fuoco, ci si riunisce tutti nella sala da pranzo a consumare il pasto preparato dalle donne ed accompagnato da tutto ciò che i convenuti hanno portato.


Non so esattamente cosa renda questa tradizione così affascinante. Probabilmente si tratta di qualcosa di atavico, insito nella natura umana, per cui l'uomo diviene cacciatore per provvedere il nutrimento alla propria famiglia. Ma non è solo questo. E' anche qualcosa che distingue la cultura italiana da ogni altra cultura al mondo. E' la trasformazione, attraverso un procedimento permeato di gusto estetico ed artistico, di un elemento grezzo della natura (l'animale) in qualcosa di più nobile, destinato al soddisfacimento del bisogno di alimentarsi ma anche al bisogno tipicamente italiano di farlo nel miglior modo possibile.


M.L.

lunedì 25 gennaio 2010

Bomalang'ombe Football Club

Non ho mai trovato sistema migliore per instaurare velocemente una relazione con un africano di una combattuta partita di calcio. Non c'è niente di meglio che mescolare sudore e fango per cancellare ogni problema di lingua, razza e religione.
Il mio primo impatto con il calcio africano non è stato però il massimo. Revel, Francia, torneo giovanile internazionale di calcio. Otto squadre, tra cui la mia, la magica Edelweiss. Si giocavano partite brevi di 45 minuti, e il match di esordio fu contro la rappresentativa under 16 delle isole Mauritius. Erano nostri pari età, ma erano mediamente alti circa venti centimetri in più. Fu un massacro. Conservo nitidamente il ricordo del calcio di inizio della partita, battuto direttamente calciando nella nostra porta e colpendo la traversa. Finì 4 a 0, ma credo che per loro fu soltanto una sgambata, mentre per noi fu una prova sovraumana. Alla fine del torneo loro si piazzarono secondi, noi ultimi.

Avvertii la stessa sensazione di strapotere fisico nelle successive esperienze in Zambia e Madagascar. In Zambia toccai a malapena il pallone, ma mi consolai al pensiero che lo Zambia è una tra le nazioni calcisticamente più forti dell'Africa. In Madagascar invece feci una discreta figura e addirittura segnai il gol del pareggio, forse perché i malgasci con cui giocai, seppur eccezionali corridori, erano gracilini di costituzione e praticavano un calcio decisamente alla mia portata.
Ma il vero punto di svolta del mio rapporto con il calcio africano avvenne in Tanzania. In due anni ebbi modo di comprendere appieno lo stile africano di giocare e soprattutto le tecniche affinchè un bianco medio possa inserirsi degnamente in una partita tra africani.
Durante la stagione secca giocavo costantemente tutte le settimane. Le partite erano frequentate da ragazzi di ogni età ed in numero variabile. Quando non si raggiungevano i ventidue giocatori, il campo veniva accorciato e una porta veniva sostituita da una porticina delimitata da due mattoni. La cosa più curiosa è che, mentre una squadra per segnare doveva logicamente far passare il pallone nella porticina di mattoni, l'altra doveva colpire o i pali o la traversa della porta grande. Lascio giudicare a voi cosa fosse più difficile.

Come ho detto, nel corso delle partite appresi la tecnica per giocare con ragazzi fisicamente più dotati di me. Gli africani in generale adottano il sistema di gioco "palle lunghe e pedalare", assolutamente improponibile per un atleta mediocre come me. Se sotto il profilo della corsa non c'era storia, sul piano tattico e tecnico potevo dire tranquillamente la mia. Per cui mi sistemavo nelle zone nevralgiche del campo e facevo gioco, abbandonando in partenza il confronto puramente agonistico per concentrarmi sullo smistamento della palla e le conclusioni in porta. Questo sistema si rivelò estremamente efficace, tanto che ben presto fui incluso nella rappresentativa del villaggio.
Per il villaggio di Bomalang'ombe fu una vera fortuna quella di avere un giocatore bianco tra le sue fila. Innanzitutto fornivo maglie e pallone, e poi il pick up dove caricavo tutta la squadra nelle trasferte negli altri villaggi. A pensarci bene, questi due aspetti potevano influire pesantemente sulla mia convocazione nelle partite tra villaggi…
Poi c'era anche il fattore del prestigio, e cioè che il Bomalang'ombe era l'unica squadra che poteva vantare un calciatore straniero!

Le partite tra villaggi venivano organizzate la domenica, ed erano eventi partecipatissimi e molto attesi da parte di tutti gli abitanti. Prima della partita venivano diffusi avvisi perché i tifosi accorressero numerosi, ed il risultato veniva commentato per giorni. Ad ogni partita si presentavano non meno di duecento persone, le quali incitavano, cantavano e ballavano per tutto il tempo. Un vero spettacolo. La mia presenza veniva accolta con curiosità, ed ogni mia caduta accompagnata da risa e grida. Non credo di avere mai provato così forte la sensazione di essere "diverso" come nelle partite della domenica. Ma imparai presto a fregarmene.
Le due partite che ricorderò per tutta la vita furono anche quelle in cui segnai. A prima fu in casa contro il Masisiwe. I giocatori del Masisiwe, per scaldarsi, vennero di corsa dal loro villaggio, che distava 15 km. Dopo la partita, sempre di corsa, vi fecero ritorno.
Segnai il gol del 2-0, e ricordo di essere impazzito per l'esultanza e di aver travolto alcuni bambini che guardavano la partita vicino alla porta. Andai ad abbracciare l'autista del progetto (tifoso sfegatato) e fui festeggiato da tutta la squadra. Per settimane si parlò del primo bianco ad aver segnato in una partita tra villaggi.

La seconda partita memorabile fu contro l'acerrimo rivale, il Mwatasi, giocando fuori casa. Come sempre fu un match molto combattuto e l'arbitro molto contestato. Segnai il gol del 2-1, ma la palla, dopo essere entrata, colpì un tifoso che si trovava dietro la porta e ritornò in campo. Noi esultammo, ma l'arbitro fu ingannato da questo rimbalzo e annullò il gol. A questo punto si scatenò un'immensa rissa (evento estremamente frequente) e noi abbandonammo indignati il campo. Lungo tutta la strada del ritorno, i giocatori assiepati nel cassone del pick cantavano orgogliosamente la frase "I nostri giocatori arrivano dall'Europa!". Un vero momento magico.
M.L.