giovedì 31 marzo 2011

I Ponti della Discordia

Per quale motivo esistono i ponti, se non per unire? Questa sembra una domanda superflua eppure, in ben due circostanze, mi è capitato di trovarmi in luoghi in cui la funzione unificatrice dei ponti veniva negata. Entrambi i luoghi si trovano nella ex-Jugoslavia, ed entrambi sono stati testimoni di orrori e scontri etnici.

Il ponte di Mostar è forse il simbolo delle guerre che negli anni ’90 hanno insanguinato i Balcani. La cittadina di Mostar tra il proprio nome proprio dal suo ponte (Stari Most o vecchio ponte) costruito dai turco-ottomani nel ‘500 e “difeso” dai Mostari, due torri che ne fortificano gli accessi. La cittadina di Mostar ha suo malgrado subito gli attacchi da parte di tutti i principali attori della lunga guerra balcanica. In seguito alla dichiarazione d’indipendenza da parte della Bosnia Erzegovina, nel 1992 le truppe serbe e montenegrine bombardarono la città dalle alture che la circondano per ben nove mesi, stringendo d’assedio la popolazione bosniaca croata e musulmana. L’assedio fu respinto, ma l’anno seguente le bombe serbe furono rimpiazzate da quelle croate. La popolazione musulmana subì diversi violenti attacchi che distrussero, oltre numerosi altri edifici, il ponte. Per ben tre anni le due popolazioni rimasero separate e divise anche geograficamente.


Lo Stari Most è stato ricostruito nel 2004 utilizzando materiali e metodi medievali. E’ stato immediatamente dichiarato patrimonio dell’umanità e rivestito di forte potere simbolico. Il fiume Neretva divide ancora oggi gli insediamenti croati (o semplicisticamente “cattolici”) da quelli bosniaci (o musulmani). Entrambe le fazioni vivono all’interno della Federazione croato-musulmana di Bosnia Erzegovina. L’influenza delle due culture sulle due sponde del fiume è fortissima. La riva cattolica si presenta moderna, pulita e stretta intorno all’enorme cattedrale, che sembra essere stata eretta più per affermare un’identità etnica piuttosto che rappresentare un luogo di culto. La sponda musulmana è invece disordinata, caotica, e reca ancora chiaramente i segni dei bombardamenti subiti. Abbondanti sono le macerie e numerosi sono gli edifici butterati dai proiettili. Nel complesso Mostar è una cittadina da visitare. I lavori di ricostruzione l’hanno resa decisamente gradevole ed aperta al turismo. Entrambe le comunità sono accoglienti, anche se al freddo rigore e ordine croato si lascia preferire l’allegra confusione piena di vita dei musulmani.


Se lo Stari Most rappresenta il teatro di un conflitto se non proprio concluso almeno sospeso, il ponte di Mitrovica continua ancora oggi a dividere due comunità in conflitto. I più recenti scontri tra la comunità serba, che abita la metà nord della città, e quella albanese, che vive nelle parte sud, risalgono al 2009. L’unico legame che unisce le due sponde del fiume Ibar è il ponte di Mitrovica, sorvegliato 24 ore su 24 da un distaccamento delle Nazioni Unite. Per attraversarlo è necessario esibire un documento di identificazione e spiegare le ragioni dell’attraversamento. Soltanto la presenza delle truppe internazionali impedisce che le due comunità entrino in contatto. Ad acuire la tensione che aleggia sulla città è lo status del Kosovo, appena dichiarato indipendente ma mai riconosciuto da Belgrado, che continua a considerarlo una regione della Serbia. I serbi di Kosovo, che si trovano a Mitrovica nord, respingono l'etichetta di "kosovari" e colgono tutte le occasioni possibili per riaccendere le ostilità. Anche qui il passaggio da sud a nord è netto: a sud moschee, segnali in caratteri latini e si beve rakì, a nord chiese ortodosse, caratteri cirillici e ci si ubriaca di slivovica. Ed è la stessa città. Scattare fotografie al ponte, come a tutti i presidi militari, è severamente vietato.


La fotografia di questo post è stata rubata nel 2003, e soltanto l’intervento di “mësuese” Annamaria, francofona volontaria RTM ai tempi di Klina, ha evitato che i militari francesi, accortisi del misfatto, distruggessero la pellicola della mia macchina fotografica.


M.L.

domenica 13 marzo 2011

Immigrato a chi?

Prima di esprimere giudizi sulla questione immigrazione ci si dovrebbe porre la seguente domanda: "Se ci trovassimo nelle loro condizioni, noi cosa faremmo?". O meglio: "Quando ci siamo trovati nelle loro condizioni, noi cosa abbiamo fatto?". La prospettiva sarebbe radicalmente diversa ed impareremmo a trattare i popoli migranti come avremmo voluto essere trattati noi.


mercoledì 23 febbraio 2011

Wajir Day Care Centre for Grannies

Day Care Centre for Grannies (DCCG) was founded by Sr. Teresanna Irma Fornasero, a sister for Christian community, in 1985. It is located in Wajir, 730 Km from Nairobi (the capital city of Kenya) and 100 Km from Somali boundary. It is an arid area with scarce rain, pasture and food for human consumption. Due to harsh weather conditions, diseases and famine, the inhabitants who are traditionally nomadic pastoralists have been resolving to a settled lifestyle. They face the challenges of getting reliable and sustainable means of earning their livelihood.

Most of the inhabitants continue to keep livestock as main source of incomes. Due to extreme climatic condition they must cover long distances in search of water and good pastures. This mostly affects the aged since they are not strong enough to walk for several days. As a result most of the aged get abandoned by their families and relatives hence increasing the number of dependant grannies.

DCCG seeks fund to help them and to create opportunities for the aged of Wajir to participate in their own journey towards self reliance. Due to high level of poverty, large house hold, drought and changing lifestyle, these grannies have been subjected to dependency on relief services and charitable aid. Most of them however find this life of dependency unreliable and unfulfilling.

HIV has greatly contributed to the needs of the aged because a granny is left with a number of orphans to cater for. Afterwards, the dependant population is getting higher. This implies that a lot of resources are used to provide food and water. This situation put a lot of pressure on the resources available for households that could have been used for investment and capital formation. DCCG hence found necessary to help the aged to meet their daily needs. It empowers the aged to attain self reliance through home visits, food ration distribution, cash handouts, provision of health assistance, huts maintenance, provision of shelters.

To allow the aged to reach the self-reliance, DCCG has been mainly focused on income generating activities such as small table businesses, local chicken rearing, firewood selling, goat farming, firewood selling and grass mat weaving.
The Centre is currently helping 209 beneficiaries with different degrees of poverty and needs.
Decreasing the rate of dependency change the lives of the aged and the one of the whole community. The named activities require less manpower and keep them active hence encouraging self reliance. This is the reason why we are always convinced that the project makes a huge difference in the lives of the aged compared to other areas in this arid land.

STAFF OF THE PROJECT:

Project Coordinator: Fr. Pedro Gonzalez

Project Treasurer: Mr. Patrick Muthui

Project Organization Secretary: Mr. John King’ori


FOR DONATIONS AND FURTHER INFORMATION:

wdaycarecentre@yahoo.com

associazionevolontaria@gmail.com

lunedì 14 febbraio 2011

Messe Africane

Quando in Zambia partecipai alla mia prima messa africana non ero assolutamente preparato a ciò cui stavo per assistere. Era una domenica del luglio 1998 ed il luogo in cui si sarebbe svolta la mia prima celebrazione domenicale fu un compound (la baraccopoli zambiana) di Ndola. A parte la lunghezza della funzione, che da noi sarebbe stata eccessiva anche per il Natale o la Pasqua, ricordo nitidamente due sensazioni che sono stampate a fuoco nella mia memoria. La prima è lo sbalordimento per la folla che si mise in fila al momento dell’offertorio. Ci trovavamo senza dubbio in uno dei luoghi più poveri della Terra eppure anche le persone che sostavano all’esterno della Chiesa entrarono per donare qualche soldo. La seconda sensazione è la vergogna di non essere stato fisicamente in grado di reggere il ritmo della funzione. Il pavimento era in cemento grezzo e le panche altrettanto, eppure l’assemblea rimaneva inginocchiata su queste superfici spigolose per una lasso di tempo che equivaleva ad un supplizio insopportabile per le mie ginocchia. Danza, in piedi, in ginocchio, danza, in ginocchio, in piedi… ad un certo punto ho mollato e sconfitto mi sono seduto a riflettere sulla debolezza del mio fisico viziato da agi, cibi e igiene.
l secondo impatto con la messa africana e arrivato molti anni dopo a Wajir, nel nord-est del Kenya. Qui partecipare alla messa è un vero e proprio atto di eroismo. L’esterno del muro di cinta della parrocchia è butterato di colpi di artiglieria ed il Cristo in croce che sovrasta l’altare è privo di braccia, spezzate nel corso di un’ondata di fanatismo anticristiano. A Wajir il 99% della popolazione è di etnia somala dunque di religione musulmana e gli unici cattolici presenti sono i kenyani “immigrati” al nord che lavorano negli uffici pubblici, nella polizia e nell’esercito. La regione è tutt’altro che stabile, e saltuariamente durante la celebrazione musulmana del venerdì qualche mullah esaltato incita i fedeli ad invitare i cristiani rimasti ad andarsene. Tutto questo contesto però rimane fuori dalla Chiesa, e l’allegria della messa, i canti e i balli non sono meno festosi di qualunque altra parte del Kenya.

In Tanzania ho preso parte a numerose messe, addirittura a diversi matrimoni (tra cui il mio). Non è descrivibile il clima di festa che accompagna la domenica. Nel mondo occidentale abbiamo dimenticato il significato della domenica e del perché non si lavora e non si va a scuola.

Voglio invece raccontare, anche in questo caso, due emozioni che ho rubato alle messe tanzaniane e che mi fanno ancora sorridere mentre le descrivo.

Le messe venivano sempre celebrate dai catechisti dal momento che la parrocchia era molto grande, i villaggi numerosi e l’unico prete era quindi costretto a celebrare messa a rotazione nelle varie comunità. Il giovedì mattina padre Moises, grazie ad una convergenza di impegni, riusciva comunque all’alba a celebrare messa a Bomalang’ombe. Quando iniziava la messa era ancora buio, e nei mesi invernali sugli altipiani della Tanzania può fare veramente freddo. Eppure nella notte molte persone, in particolare donne giovani ed anziane vestite di pochi stracci, venivano a ricevere l’Eucarestia nonostante l’ora ed il freddo. Durante la messa erano più numerosi gli sternuti e i colpi di tosse che le parole, eppure vedevo in quelle occasioni delle prove di Fede cui molti, anche in Vaticano, dovrebbero assistere.

Tutti i pomeriggi, al termine del lavoro, mi recavo a tirare due calci al pallone nel campo adiacente la chiesa. Si giocava fino al calar del sole e a volte anche oltre. Le nostre partite di calcio erano allietate dai canti che il coro quotidianamente provava, e a bordo campo un catechista insegnava ai bambini i passi dei balli da eseguire nel corso della messa. Confesso che a volte, durante il crepuscolo correndo dietro ad un pallone ed ascoltando le musiche celestiali che provenivano dalla chiesa, mi sembrava di giocare in Paradiso.

M.L.

giovedì 13 gennaio 2011

Un Artista Incompreso

Uno dei personaggi più curiosi che ho conosciuto durante i due anni trascorsi in Tanzania è stato sicuramente Simiga. Simiga era un esponente inconsapevole dell’arte di strada. Ma a differenza degli artisti di strada del mondo occidentale, non si limitava ad esibirsi nel corso di festival o sagre, bensì la strada rappresentava il teatro della sua attività ogni singolo giorno della sua esistenza. La sua bottega-baracca si trovava lungo una delle strade principali di Iringa, i suoi dipinti si asciugavano sopra l’asfalto, i materiali che utilizzava erano vernice per auto e stoffe a basso costo, si occupava personalmente di vendere le sue opere là dove sapeva che avrebbe trovato qualcuno disposto ad acquistarle, anche a costo di percorrere decine e decine di chilometri in bicicletta.



Simiga era l’allievo più dotato di Kapo, un famoso pittore della Tanzania meridionale che ha decorato chiese e missioni con le sue opere. Simiga non ha avuto lo stesso successo, e ha dovuto ripiegare sulla produzione in serie di dipinti da vendere a turisti e negozi di souvenir. Si teneva molto informato sui movimenti intorno alle missioni situate intorno ad Iringa, e dopo l’arrivo di un gruppo di visitatori dall’Europa o dagli Stati Uniti capitava spesso di vederlo arrivare con la bicicletta carica dei suoi dipinti. Aveva uno stile tutto suo, che non piaceva a tutti. Tuttavia non ha mai voluto cambiare la sua personalissima impronta per rendere le sue opere più commerciali.

Simiga aveva una particolarità anatomica, qualcosa di piuttosto singolare per uno pittore: era decisamente strabico.

Il suo capolavoro, la sua Cappella Sistina, è la decorazione dell’asilo di Bomalang’ombe. Anni fa gli fu richiesto di dipingere i muri esterni ed interni dell’asilo della chiesa cattolica di Bomalang’ombe con figure legate alla storia di Gesù, e ciò gli richiese molti mesi di lavoro. Come tutti i grandi artisti, utilizzò il proprio volto per raffigurare quello di Gesù: oggi si può ammirare, sui muri esterni di quell’asilo, un meraviglioso Cristo strabico che benedice folle di bambini. I molti mesi di lavoro a Boma portarono anche frutti inattesi: ci sono molti bambini nel villaggio che assomigliano in maniera sospetta a Simiga, ed il loro sguardo strabico non lascia dubbi sull’identità del loro padre.

Simiga era uno delle persone che avevamo scelto di aiutare come associazione di volontariato. Acquistavamo i suoi dipinti in grande quantità e li rivendevamo in Italia nelle bancarelle che allestivamo nel corso delle varie fiere e feste alle quali partecipavamo. I proventi di queste vendite, secondo la formula per noi consueta, andavano a costituire il fondo a disposizione per il sostegno scolastico. Devo dire che si era creato un buon numero di estimatori dei suoi lavori, i quali spesso si ripresentavano fiera dopo fiera per vedere e comprare i nuovi dipinti di Simiga.

Eravamo riusciti a creare un sistema vantaggioso per entrambi; gli ordinavamo telefonicamente un certo numero di dipinti, che poi durante il nostro viaggio in Tanzania passavamo a ritirare. Simiga non aveva mai avuto dei committenti così regolari, e forse per la prima volta in vita sua aveva uno stipendio su cui contare. La bottega di Simiga era divenuta anche un’attrazione per le persone che ci accompagnavano nei viaggio, una specie di luogo di pellegrinaggio per i suoi fan italiani.

Nel 2009, nel corso del tradizionale viaggio di turismo responsabile, non abbiamo più trovato la sua bottega. I negozianti vicini ci hanno informato che era morto da qualche settimana a causa dell’HIV. Se ne è andato così nell’anonimato più completo un vero artista che non ha mai assaporato il successo ma che ha sempre vissuto per la sua arte nonostante questa gli procurasse solo povertà e privazioni.











M.L.

domenica 26 dicembre 2010

Storia di Ordinaria Povertà

Qualche giorno fa Joseph è entrato in ufficio con un po’ di titubanza per parlarmi del problema di un suo compagno ma, trovata l’atmosfera adatta ha cominciato a raccontarmi la sua storia. E’ nato in una famiglia abbastanza benestante e i primissimi anni della sua fanciullezza sono trascorsi nella pace. Il padre aveva un lavoro ben retribuito, la mamma coltivava i campi. Erano 4 fratelli di cui lui era il maggiore. Purtroppo questa situazione ha cominciato a cambiare quando il padre si è lasciato coinvolgere da un compagno di lavoro in un affare losco, si è dato all’alcool e alle donne. Tornava a casa solamente per lasciare qualche soldo per i figli Un giorno il datore di lavoro scoprì di essere stato derubato da lui e i suoi compagni; lo portò in un luogo di stregoneria ed egli ritornò a casa irriconoscibile. Joseph piange quando spiega lo shock che ha avuto nel vedere suo padre così cambiato: urlava, batteva sua mamma e suoi fratelli. Lui, il più grande, scappò dalla paura e andò a vivere dalla nonna. Un giorno il padre, in preda alla follia, afferrò il figlio più piccolo, di circa 5 anni, lo picchiò e lo trascinò nel bosco. Camminarono per lunghe ore. Il padre sempre più furioso entrò in una casa di un villaggio lontano: cominciò ad imprecare dicendo che voleva le sue mucche e capre. Gli abitanti della casa spaventati presero bastoni per difendersi e lo malmenarono fino a rompergli le gambe. Poi lo lasciarono nel bosco. Il bambino vagò per un po’, e poi cadde sfinito nel bosco lontano dal padre.


Qualche passante riconobbe il padre e portò la notizia alla famiglia che lo venne a prendere e riportare a casa. Quando lo videro, la mamma e i fratelli disperati gli chiesero dove aveva lasciato il piccolo. Egli, ritornato in sé, indicò il luogo. Joseph e la mamma corsero a cercare il piccolo.

A questo punto del racconto Joseph fa grande fatica a continuare: e’ sopraffatto dal dolore. Descrive suo fratellino con tanto amore: era bello, sano, allegro e intelligente. Lo abbiamo trovato riverso al suolo, morto. Le formiche legionarie, le siafu, ne avevano divorato i visceri.


Joseph dice con forza: “sister, quel giorno ho cominciato a odiare mio padre: per me lui era solo un animale della terra, di quelli che mangiano animali sotto terra. La mamma ha dovuto vendere tutti i nostri beni per pagare i debiti di mio padre. Siamo rimasti perfino senza casa. Mi sono ammalato e mi hanno portato nell’ospedale della città’. Lì il Signore mi aspettava per salvarmi. Una missionaria della Consolata che visitava gli ammalati mi ha visto in pericolo di morte e mi ha battezzato….Io sono sicuro che la Grazia di Gesù mi ha conquistato; tornato a casa ho cominciato a pregare e pian piano ho trovato la forza di perdonare mio padre e di insegnargli la Parola di Dio. Poi, dopo alcuni anni, finito le elementari desideravo tanto proseguire gli studi ma mia madre, molto ammalata, non poteva pagare le spese. Sono andato in città a cercare lavoro e qui un’altra missionaria della Consolata e’ stato lo strumento di Dio per darmi consolazione e speranza. Ella mi ha offerto di venire in questo Centro dove oggi sto bene perché qui c’é pace, bontà e lo studio mi apre un mondo che non conoscevo. Ho anche la possibilità di aiutare con la preghiera e il consiglio i miei compagni provati come me da esperienze tristi”.

Nel Centro Joseph è davvero una presenza buona, positiva e anche coraggiosa. E’ forte con i compagni che non fanno bene, li accompagna e se vede che le fanno troppo grosse ce li indica perché noi possiamo prendere i provvedimenti necessari per aiutarli a cambiare. Ne ha già salvati alcuni da comportamenti che avrebbero potuto portare serie conseguenze alla loro giovane vita.


Mi dice anche che sovente pensa con preoccupazione alla mamma, molto ammalata, che si trascina nel campo per coltivare un po’ di granoturco e verdure per tirare avanti e nutrire il padre disabile e i due figli che frequentano ancora la scuola. Joseph, quando trova un po’ di tempo libero dagli impegni del Centro, coltiva un campicello e ne vende il raccolto per pagare le spese di studio del fratello che frequenta le secondarie.


Quest’anno Joseph finisce la quarta classe e lascerà il Centro.

Questa testimonianza è stata raccolta da Suor Zita del centro di formazione secondaria "Nyota ya Asubuhi" di Ilamba.

venerdì 26 novembre 2010

Italia unita... a tavola!

Alcuni giorni fa mi trovavo su un volo Atene – Monaco e mi è capitato per le mani uno dei quotidiani distribuiti gratuitamente dalla compagnia aerea, il Wall Street Journal. A pagina due mi sono imbattuto in un articolo scritto da Francis X. Rocca, il corrispondente dall’Italia. Il tema dell’articolo era il rapporto degli italiani con il cibo prendendo come pretesto l’uscita di una nuova edizione del libro del romagnolissimo Pellegrino Artusi. In un volo dalla Grecia su un giornale americano c’era una storia di Romagna, e mi è sembrato interessante riportare alcuni brani di questo strano e sorprendente incontro.

“Saranno i maccheroni, vi giuro, che uniranno l’Italia.” Non sappiamo se veramente Giuseppe Garibaldi, condottiero leggendario del Risorgimento che ha unificato gli stati della penisola italiana, pronunciò davvero queste parole, eppure esse testimoniano il ruolo centrale - spesso ossessivo – che il cibo ha sempre giocato nella cultura e società italiana.


L’Italia segna il suo centocinquantesimo anniversario come moderna nazione-stato il prossimo anno, ed il flusso di manifestazioni, trasmissioni, libri ed inserti di quotidiani e riviste che commemorano la ricorrenza è già in piena. Nulla potrà esprimere meglio “il sapore” di questo avvenimento dell’uscita prevista per il prossimo mese della nuova edizione di “La scienza in cucina e l’arte del mangiar bene” di Pellegrino Artusi. Pubblicato per la prima volta nel 1881, il libro si posiziona come classico della letteratura e non semplicemente come libro di ricette.

Le liste di ingredienti e le indicazioni sulla loro combinazione sono frammiste ad affascinanti digressioni sulla storia, letteratura, mitologia classica, folklore, scienza e gossip. Ad esempio, la ricetta dell’Artusi per la preparazione dell’Arista (lonza di maiale arrosto) spiega che il suo nome deriva da un’espressione greca che significa “buono”, usata dai vescovi della chiesa ortodossa d’oriente per la preghiera recitata quando veniva servito il pasto durante il Concilio di Firenze nel sedicesimo secolo.



“L’arte di mangiar bene” non fu solo un omaggio al buon cibo; fu anche un atto di patriottismo. Artusi era un ricco mercante della seta proveniente dal nord della Romagna ed impiegò decenni compilando ricette da tutto il paese, contribuendo di fatto all’unificazione italiana. Il suo libro fu un trampolino di lancio per la versione fiorentina del dialetto toscano, in futuro la nuova lingua nazionale, che al tempo nessuno al di fuori di Firenze la parlasse. I dialetti regionali rimangono tuttavia forti anche al giorno d’oggi. Molte persone li preferiscono per la comunicazione quotidiana, ed un amico linguista stima che circa metà della popolazione parla ancora meglio il proprio dialetto che la lingua italiana ufficiale. E ciò avviene anche in cucina. Alcuni piatti, come gli spaghetti o la cotoletta di vitello alla milanese, sono divenuti parte del menu nazionale. Ma è difficile trovare qualcuno a Torino che a mangia le orecchiette alle cime di rapa oppure qualcuno in Sicilia che al ristorante ordina un risotto allo zafferano.

Non dovrebbe quindi sorprendere che, oltre un secolo e mezzo dopo che lo statista austriaco Klemens von Metternich definì l’Italia come una mera “espressione geografica”, l’unità d’Italia rimanga un lavoro in corso. Nelle elezioni locali dell’anno scorso oltre un quarto degli elettori ha votato in Veneto e Lombardia la Lega Nord la quale, sebbene abbia abbandonato la sua retorica separatista degli anni novanta, continua a giocare pesantemente su un risentimento nei confronti di un meridione sottosviluppato e stato-dipendente.

Se la nazione ha un cuore, la via per raggiungerlo passa certamente attraverso lo stomaco. Secondo un recente sondaggio promosso da Coldiretti, circa la metà degli italiani pensa che l’aspetto più significativo dell’identità nazionale sia la cucina, davanti alla cultura, la moda ed il calcio. E’ significativo che anche gli insulti tra diverse regioni riconoscano un’origine legata al cibo: i settentrionali sono etichettati “polentoni” (mangiatori di polenta) mentre i meridionali “terroni” (mangiatori di terra).

Forse il declino del cibo cucinato in casa in Italia sta ispirando una nostalgia per il sempre più raro stile di vita tradizionale. Anche se non hanno più tempo per cucinare del buon cibo, gli italiani potranno almeno leggere come si prepara grazie all’applicazione Artusi presente su i-Phone e i-Pod.

M.L.

martedì 19 ottobre 2010

Turismo Responsabile a Bomalang'ombe

Di seguito una carrellata di fotografie scattate a Bomalang'ombe nel corso del viaggio di turismo responsabile organizzato da VolontariA e T-Erre lo scorso settembre.

sabato 2 ottobre 2010

Ruaha National Park

Di seguito il montaggio di alcuni video girati durante un safari al Ruaha National Park nel settembre 2010. Dopo l'annessione dell'Usangu Game Reserve il Ruaha è diventato per estensione il parco nazionale più grande della Tanzania (superando anche il Serengeti) ed il secondo in tutta l'Africa. Durante la stagione secca il corso d'acqua si riduce sensibilmente e tutti gli animali, per abbeverarsi, sono costretti a scendere nel letto inaridito del fiume sfidando i numerosi branchi di leoni che ne sorvegliano le sponde.