giovedì 26 maggio 2011

Sono disposto a tutto

Di seguito riporto fedelmente un messaggio che un amico allevatore ha trovato nella buchetta delle lettere.

CERCO QUALSIASI TIPO DI LAVORO
QUALSIASI ORARIO SONO SENEGALESE BRAVO
SERIO ONESTO E IN MOBILITA' FINO 2013
DISPONGO DI UNA MACCHINA NON MI INTERESSA
FERIE O FESTE LA PAGA NON IMPORTA
SONO DISPOSTO A LAVORARE IN NERO ANCHE
MOMENTANEAMENTE. QUANDO HO UN LAVORO
LA MIA PRESENZA E' GARANTITA OGNI
GIORNO.

Sono due le considerazioni che sorgono spontanee:
Prima considerazione. Se questo senegalese afferma di non essere interessato a lavorare "solo" durante i canonici giorni lavorativi, di rinunciare alle ferie e di non badare neppure alla paga significa che ha già incontrato sulla sua strada datori di lavoro che gli hanno imposto queste condizioni;
Seconda considerazione. In un mercato del lavoro così degenerato e iniquo non lavora chi è il più competente ma chi è il più disperato e disposto a rinunciare a tutti i suoi diritti pur di portare a casa qualche soldo.



E' un paese civile questo?

martedì 24 maggio 2011

Frammenti Albanesi

Lonely Planet ha assegnato all’Albania il primo posto fra le migliori mete turistiche per il 2011. Chi conosce questo paese e non è schiavo dei soliti pregiudizi che vi aleggiano intorno  non può che condividere la scelta. Personalmente sono capitato in Albania in due occasioni, nel 2002 e nel 2004. La prima volta l’obbiettivo era la missione della Caritas di Reggio Emilia presso il villaggio di Gomsiqe, nel nord dell’Albania presso la cittadina di Lac Vau i Deiës. Nel 2004 invece l’Albania è stata l’ultimo paese che ho visitato nel corso di un Balkan Tour via terra che ha toccato anche Romania, Serbia e Kosovo. In quell’occasione la meta era il progetto del CEFA ad Elbasan, nell’Albania centrale, dove due amici lavoravano. Non ho avuto quindi la possibilità di vivere l’Albania come meta turistica, ma ne ho sicuramente apprezzato le potenzialità in entrambi i casi. Curiosamente conservo ricordi sfuocati delle esperienze vissute, ma alcuni aspetti sono rimasti nitidamente impressi nella memoria. Innanzitutto la purezza e vastità della natura. In Europa siamo abituati a vivere in contesti urbani separati da timidi spicchi di natura. In Albania è l’esatto contrario. E’ possibile viaggiare per ore senza incontrare case né abitanti, costeggiando aspri dirupi, vaste pianure, laghi cristallini. L’impressione che mi è rimasta è che in Albania la natura sia più “cattiva” e severa, che non sia ancora stata domata dall’uomo, e che continui ad imporre le sue leggi. Come detto ho attraversato solo la parte settentrionale del paese, per cui non può che trattarsi di un’impressione parziale. La mia famiglia ha già formulato il desiderio (da realizzare un giorno…) di completare un giro dell’Albania includendo le meravigliose mete storiche e naturali che la compongono. La costa di Saranda, i siti archeologici di Butrinto e Apollonia, le cittadine ottomane di Argirocastro e Berat, il castello di Croia, il lago di Ocrida, gli imponenti monti Sharr, la zona di Scutari ed il lago di Koman… sono solo alcune delle mete papabili di un viaggio prossimo venturo nel paese più bello del 2011.









martedì 17 maggio 2011

Gerusalemme e la Terra (che fu) Santa

Alcune sere fa alcuni amici mi hanno mostrato le foto scattate nel corso di un loro viaggio in Israele nei luoghi che furono il teatro della vita (e della morte) di Gesù Cristo. Mentre le immagini scorrevano davanti ai miei occhi, non riuscivo a non pensare ad un capitolo del libro "viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi, il quale a sua volta cita il libro "Jerusalem. City of mirrors" di Amos Elon. Riporto alcuni brani di questo capitolo, sottolineando che non so dare un giudizio su queste parole; nonostante ciò, esse si sono impresse a fuoco nella mia memoria.

[...] un pellegrino domenicano del XV secolo, Felix Fabi, osserva che la concezione di un solo Dio (il monoteismo) unisce le differenti religioni di Gerusalemme, ma la pratica di tali religioni in fondo le divide ancora di più. Il bravo pellegrino fa una lista lunghissima delle fedi ivi praticate, e di tutte le sfumature dell'Ebraismo, dell'Islamismo e del Cristianesimo. Greci, Siriani, Armeni, Nestoriani, Gregoriani, Maroniti, Beduini, Turcomanni, Mamelucchi e, aggiugerei, Copti (Etiopi ed Egiziani), Giacobiti siriani, Greci ortodossi [...] si avvicendano con un'agenda oraria ferrea ogni giorno a Gerusalemme per onorare e custodire la memoria dello stesso Dio. Dio che in principio sarebbe lo stesso, ma di cui in realtà ciascuno si sente il "vero" interprete. [...]
La concentrazione in uno spazio così ristretto di tante convinzioni diverse fa pensare a tante vedove di uno stesso defunto che vivono nella stessa casa, ciascuna di esse convinta di essere la "vera e unica" vedova. E' presumibile che lo spirito del defunto, se eventualmente esisteva, si sia nel frattempo trasferito altrove lasciando un grande vuoto.
A riempirlo sono rimasti i suoi adepti, con tutto il loro zelo e la loro granitica fede, rappresentando solo se stessi e presidiando il Nulla.

sabato 14 maggio 2011

Uniti per l'Egitto

Lo scorso venerdì 13 Maggio musulmani e cristiani copti hanno manifestato in migliaia in Piazza Tahrir per proclamare l'unità nazionale e la loro vicinanza al popolo palestinese. La stampa italiana ha appena sfiorato questa notizia, riaffermando di fatto che le notizie provenienti dal nord Africa che non raccontino di bombe o morti non devono interessare i lettori italiani.
Personalmente ho trovato la notizia piuttosto interessante, e ho voluto approfondirla sui siti delle agenzie internazionali e su alcuni blog esteri. In uno di questi, ho trovato la foto di uno striscione esibito nel corso della manifestazione. Nello striscione compare un simbolo formato dall'unione della mezzaluna islamica e della croce cristiana. In uno degli stati islamici più grandi del mondo (il 90% degli 80 milioni di abitanti sono musulmani) e con il maggior numero di cristiani (i copti) è comparso un simbolo che a me sembra rivoluzionario molto al di là dei confini egiziani. Nel corso della mia ricerca ho scoperto che questo simbolo era stato utilizzato dalla popolazione, nella medesima piazza, in almeno altre due circostanze: il 6 Febbraio e l'11 Marzo.

Il perchè di questa audacia è riassunto nelle parole di Rana, una delle manifestanti di piazza Tahrir: "Tutti gli Egiziani, siano cristiani o musulmani, vogliono il cambiamento, la giustizia e la libertà per il popolo". Le manifestazioni organizzate nel corso degli ultimi sei mesi sono nate anche in risposta agli attentati orditi dai fondamentalisti che hanno preso di mira i cristiani copti. Il popolo egiziano è sceso in piazza per affermare la sua unità e la comune aspirazione verso la democrazia e la libertà. Questa protesta ha preso corpo ed ha incendiato gli animi dei cittadini egiziani grazie ai moderni network di comunicazione e informazione, e ha visto i giovani come interpreti principali. In nome del progresso civile e dei diritti umani il Corano e la Croce sono stati impugnati insieme a sancire la solennità del momento che sta vivendo l'Egitto e l'indissolubilità del patto che cristiani e musulmani stanno stabilendo per il bene del loro paese.

Il rapporto tra cristiani e musulmani rappresenta la grande sfida del nostro tempo, e dall'Egitto proviene un esempio della strada che tutto il mondo dovrebbe seguire, e cioè trovare unità nel rispetto delle differenze. Contro il terrorismo e per colmare la distanza che separa le parti occidentale ed orientale di questa nostra Terra non c'è altra soluzione che questa.
M.L.

Le immagini di questo post sono state tratte dai seguenti blog e siti:
http://wondersofpakistan.blogspot.com/
http://blogs.reuters.com/faithworld
http://www2.canada.com/topics/bodyandhealth/story.html?id=4424754
http://muslimvillage.com/
http://www.bosnewslife.com/16697-egypts-christians-muslims-facing-tensions-after-unity

martedì 10 maggio 2011

Il Senso del Viaggio (3)

Il brano che segue è tratto dalla nota introduttiva del libro "Viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi. E' uan riflessione molto profonda sul viaggio e come tale merita di essere letta con attenzione.

[...] Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perche posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita. Costantino Kavafis lo ha detto in una straordinaria poesia intitolata Itaca: il viaggio trova senso solo in se stesso, nell'essere viaggio. E questo è un grande insegnamento se ne sappiamo cogliere il vero significato: è come la nostra esistenza, il cui senso principale è quello di essere vissuta.

Rileggo questi viaggi che in qualche modo sono le tessere del Viaggio che ho fatto finora. Alcuni mi suscitano allegria, altri nostalgia, altri ancora rimpianto. Molti portano bei ricordi: furono (continuano ad essere nella memoria) viaggi molto belli. Ma forse mancano i viaggi più straordinari. Sono quelli che non ho mai fatto, quelli che non potrò mai fare. Restano non scritti, o chiusi in un loro segreto alfabeto sotto le palpebre, la sera. Poi arriva il sonno e si salpa.

giovedì 31 marzo 2011

I Ponti della Discordia

Per quale motivo esistono i ponti, se non per unire? Questa sembra una domanda superflua eppure, in ben due circostanze, mi è capitato di trovarmi in luoghi in cui la funzione unificatrice dei ponti veniva negata. Entrambi i luoghi si trovano nella ex-Jugoslavia, ed entrambi sono stati testimoni di orrori e scontri etnici.

Il ponte di Mostar è forse il simbolo delle guerre che negli anni ’90 hanno insanguinato i Balcani. La cittadina di Mostar tra il proprio nome proprio dal suo ponte (Stari Most o vecchio ponte) costruito dai turco-ottomani nel ‘500 e “difeso” dai Mostari, due torri che ne fortificano gli accessi. La cittadina di Mostar ha suo malgrado subito gli attacchi da parte di tutti i principali attori della lunga guerra balcanica. In seguito alla dichiarazione d’indipendenza da parte della Bosnia Erzegovina, nel 1992 le truppe serbe e montenegrine bombardarono la città dalle alture che la circondano per ben nove mesi, stringendo d’assedio la popolazione bosniaca croata e musulmana. L’assedio fu respinto, ma l’anno seguente le bombe serbe furono rimpiazzate da quelle croate. La popolazione musulmana subì diversi violenti attacchi che distrussero, oltre numerosi altri edifici, il ponte. Per ben tre anni le due popolazioni rimasero separate e divise anche geograficamente.


Lo Stari Most è stato ricostruito nel 2004 utilizzando materiali e metodi medievali. E’ stato immediatamente dichiarato patrimonio dell’umanità e rivestito di forte potere simbolico. Il fiume Neretva divide ancora oggi gli insediamenti croati (o semplicisticamente “cattolici”) da quelli bosniaci (o musulmani). Entrambe le fazioni vivono all’interno della Federazione croato-musulmana di Bosnia Erzegovina. L’influenza delle due culture sulle due sponde del fiume è fortissima. La riva cattolica si presenta moderna, pulita e stretta intorno all’enorme cattedrale, che sembra essere stata eretta più per affermare un’identità etnica piuttosto che rappresentare un luogo di culto. La sponda musulmana è invece disordinata, caotica, e reca ancora chiaramente i segni dei bombardamenti subiti. Abbondanti sono le macerie e numerosi sono gli edifici butterati dai proiettili. Nel complesso Mostar è una cittadina da visitare. I lavori di ricostruzione l’hanno resa decisamente gradevole ed aperta al turismo. Entrambe le comunità sono accoglienti, anche se al freddo rigore e ordine croato si lascia preferire l’allegra confusione piena di vita dei musulmani.


Se lo Stari Most rappresenta il teatro di un conflitto se non proprio concluso almeno sospeso, il ponte di Mitrovica continua ancora oggi a dividere due comunità in conflitto. I più recenti scontri tra la comunità serba, che abita la metà nord della città, e quella albanese, che vive nelle parte sud, risalgono al 2009. L’unico legame che unisce le due sponde del fiume Ibar è il ponte di Mitrovica, sorvegliato 24 ore su 24 da un distaccamento delle Nazioni Unite. Per attraversarlo è necessario esibire un documento di identificazione e spiegare le ragioni dell’attraversamento. Soltanto la presenza delle truppe internazionali impedisce che le due comunità entrino in contatto. Ad acuire la tensione che aleggia sulla città è lo status del Kosovo, appena dichiarato indipendente ma mai riconosciuto da Belgrado, che continua a considerarlo una regione della Serbia. I serbi di Kosovo, che si trovano a Mitrovica nord, respingono l'etichetta di "kosovari" e colgono tutte le occasioni possibili per riaccendere le ostilità. Anche qui il passaggio da sud a nord è netto: a sud moschee, segnali in caratteri latini e si beve rakì, a nord chiese ortodosse, caratteri cirillici e ci si ubriaca di slivovica. Ed è la stessa città. Scattare fotografie al ponte, come a tutti i presidi militari, è severamente vietato.


La fotografia di questo post è stata rubata nel 2003, e soltanto l’intervento di “mësuese” Annamaria, francofona volontaria RTM ai tempi di Klina, ha evitato che i militari francesi, accortisi del misfatto, distruggessero la pellicola della mia macchina fotografica.


M.L.

domenica 13 marzo 2011

Immigrato a chi?

Prima di esprimere giudizi sulla questione immigrazione ci si dovrebbe porre la seguente domanda: "Se ci trovassimo nelle loro condizioni, noi cosa faremmo?". O meglio: "Quando ci siamo trovati nelle loro condizioni, noi cosa abbiamo fatto?". La prospettiva sarebbe radicalmente diversa ed impareremmo a trattare i popoli migranti come avremmo voluto essere trattati noi.


mercoledì 23 febbraio 2011

Wajir Day Care Centre for Grannies

Day Care Centre for Grannies (DCCG) was founded by Sr. Teresanna Irma Fornasero, a sister for Christian community, in 1985. It is located in Wajir, 730 Km from Nairobi (the capital city of Kenya) and 100 Km from Somali boundary. It is an arid area with scarce rain, pasture and food for human consumption. Due to harsh weather conditions, diseases and famine, the inhabitants who are traditionally nomadic pastoralists have been resolving to a settled lifestyle. They face the challenges of getting reliable and sustainable means of earning their livelihood.

Most of the inhabitants continue to keep livestock as main source of incomes. Due to extreme climatic condition they must cover long distances in search of water and good pastures. This mostly affects the aged since they are not strong enough to walk for several days. As a result most of the aged get abandoned by their families and relatives hence increasing the number of dependant grannies.

DCCG seeks fund to help them and to create opportunities for the aged of Wajir to participate in their own journey towards self reliance. Due to high level of poverty, large house hold, drought and changing lifestyle, these grannies have been subjected to dependency on relief services and charitable aid. Most of them however find this life of dependency unreliable and unfulfilling.

HIV has greatly contributed to the needs of the aged because a granny is left with a number of orphans to cater for. Afterwards, the dependant population is getting higher. This implies that a lot of resources are used to provide food and water. This situation put a lot of pressure on the resources available for households that could have been used for investment and capital formation. DCCG hence found necessary to help the aged to meet their daily needs. It empowers the aged to attain self reliance through home visits, food ration distribution, cash handouts, provision of health assistance, huts maintenance, provision of shelters.

To allow the aged to reach the self-reliance, DCCG has been mainly focused on income generating activities such as small table businesses, local chicken rearing, firewood selling, goat farming, firewood selling and grass mat weaving.
The Centre is currently helping 209 beneficiaries with different degrees of poverty and needs.
Decreasing the rate of dependency change the lives of the aged and the one of the whole community. The named activities require less manpower and keep them active hence encouraging self reliance. This is the reason why we are always convinced that the project makes a huge difference in the lives of the aged compared to other areas in this arid land.

STAFF OF THE PROJECT:

Project Coordinator: Fr. Pedro Gonzalez

Project Treasurer: Mr. Patrick Muthui

Project Organization Secretary: Mr. John King’ori


FOR DONATIONS AND FURTHER INFORMATION:

wdaycarecentre@yahoo.com

associazionevolontaria@gmail.com

lunedì 14 febbraio 2011

Messe Africane

Quando in Zambia partecipai alla mia prima messa africana non ero assolutamente preparato a ciò cui stavo per assistere. Era una domenica del luglio 1998 ed il luogo in cui si sarebbe svolta la mia prima celebrazione domenicale fu un compound (la baraccopoli zambiana) di Ndola. A parte la lunghezza della funzione, che da noi sarebbe stata eccessiva anche per il Natale o la Pasqua, ricordo nitidamente due sensazioni che sono stampate a fuoco nella mia memoria. La prima è lo sbalordimento per la folla che si mise in fila al momento dell’offertorio. Ci trovavamo senza dubbio in uno dei luoghi più poveri della Terra eppure anche le persone che sostavano all’esterno della Chiesa entrarono per donare qualche soldo. La seconda sensazione è la vergogna di non essere stato fisicamente in grado di reggere il ritmo della funzione. Il pavimento era in cemento grezzo e le panche altrettanto, eppure l’assemblea rimaneva inginocchiata su queste superfici spigolose per una lasso di tempo che equivaleva ad un supplizio insopportabile per le mie ginocchia. Danza, in piedi, in ginocchio, danza, in ginocchio, in piedi… ad un certo punto ho mollato e sconfitto mi sono seduto a riflettere sulla debolezza del mio fisico viziato da agi, cibi e igiene.
l secondo impatto con la messa africana e arrivato molti anni dopo a Wajir, nel nord-est del Kenya. Qui partecipare alla messa è un vero e proprio atto di eroismo. L’esterno del muro di cinta della parrocchia è butterato di colpi di artiglieria ed il Cristo in croce che sovrasta l’altare è privo di braccia, spezzate nel corso di un’ondata di fanatismo anticristiano. A Wajir il 99% della popolazione è di etnia somala dunque di religione musulmana e gli unici cattolici presenti sono i kenyani “immigrati” al nord che lavorano negli uffici pubblici, nella polizia e nell’esercito. La regione è tutt’altro che stabile, e saltuariamente durante la celebrazione musulmana del venerdì qualche mullah esaltato incita i fedeli ad invitare i cristiani rimasti ad andarsene. Tutto questo contesto però rimane fuori dalla Chiesa, e l’allegria della messa, i canti e i balli non sono meno festosi di qualunque altra parte del Kenya.

In Tanzania ho preso parte a numerose messe, addirittura a diversi matrimoni (tra cui il mio). Non è descrivibile il clima di festa che accompagna la domenica. Nel mondo occidentale abbiamo dimenticato il significato della domenica e del perché non si lavora e non si va a scuola.

Voglio invece raccontare, anche in questo caso, due emozioni che ho rubato alle messe tanzaniane e che mi fanno ancora sorridere mentre le descrivo.

Le messe venivano sempre celebrate dai catechisti dal momento che la parrocchia era molto grande, i villaggi numerosi e l’unico prete era quindi costretto a celebrare messa a rotazione nelle varie comunità. Il giovedì mattina padre Moises, grazie ad una convergenza di impegni, riusciva comunque all’alba a celebrare messa a Bomalang’ombe. Quando iniziava la messa era ancora buio, e nei mesi invernali sugli altipiani della Tanzania può fare veramente freddo. Eppure nella notte molte persone, in particolare donne giovani ed anziane vestite di pochi stracci, venivano a ricevere l’Eucarestia nonostante l’ora ed il freddo. Durante la messa erano più numerosi gli sternuti e i colpi di tosse che le parole, eppure vedevo in quelle occasioni delle prove di Fede cui molti, anche in Vaticano, dovrebbero assistere.

Tutti i pomeriggi, al termine del lavoro, mi recavo a tirare due calci al pallone nel campo adiacente la chiesa. Si giocava fino al calar del sole e a volte anche oltre. Le nostre partite di calcio erano allietate dai canti che il coro quotidianamente provava, e a bordo campo un catechista insegnava ai bambini i passi dei balli da eseguire nel corso della messa. Confesso che a volte, durante il crepuscolo correndo dietro ad un pallone ed ascoltando le musiche celestiali che provenivano dalla chiesa, mi sembrava di giocare in Paradiso.

M.L.

giovedì 13 gennaio 2011

Un Artista Incompreso

Uno dei personaggi più curiosi che ho conosciuto durante i due anni trascorsi in Tanzania è stato sicuramente Simiga. Simiga era un esponente inconsapevole dell’arte di strada. Ma a differenza degli artisti di strada del mondo occidentale, non si limitava ad esibirsi nel corso di festival o sagre, bensì la strada rappresentava il teatro della sua attività ogni singolo giorno della sua esistenza. La sua bottega-baracca si trovava lungo una delle strade principali di Iringa, i suoi dipinti si asciugavano sopra l’asfalto, i materiali che utilizzava erano vernice per auto e stoffe a basso costo, si occupava personalmente di vendere le sue opere là dove sapeva che avrebbe trovato qualcuno disposto ad acquistarle, anche a costo di percorrere decine e decine di chilometri in bicicletta.



Simiga era l’allievo più dotato di Kapo, un famoso pittore della Tanzania meridionale che ha decorato chiese e missioni con le sue opere. Simiga non ha avuto lo stesso successo, e ha dovuto ripiegare sulla produzione in serie di dipinti da vendere a turisti e negozi di souvenir. Si teneva molto informato sui movimenti intorno alle missioni situate intorno ad Iringa, e dopo l’arrivo di un gruppo di visitatori dall’Europa o dagli Stati Uniti capitava spesso di vederlo arrivare con la bicicletta carica dei suoi dipinti. Aveva uno stile tutto suo, che non piaceva a tutti. Tuttavia non ha mai voluto cambiare la sua personalissima impronta per rendere le sue opere più commerciali.

Simiga aveva una particolarità anatomica, qualcosa di piuttosto singolare per uno pittore: era decisamente strabico.

Il suo capolavoro, la sua Cappella Sistina, è la decorazione dell’asilo di Bomalang’ombe. Anni fa gli fu richiesto di dipingere i muri esterni ed interni dell’asilo della chiesa cattolica di Bomalang’ombe con figure legate alla storia di Gesù, e ciò gli richiese molti mesi di lavoro. Come tutti i grandi artisti, utilizzò il proprio volto per raffigurare quello di Gesù: oggi si può ammirare, sui muri esterni di quell’asilo, un meraviglioso Cristo strabico che benedice folle di bambini. I molti mesi di lavoro a Boma portarono anche frutti inattesi: ci sono molti bambini nel villaggio che assomigliano in maniera sospetta a Simiga, ed il loro sguardo strabico non lascia dubbi sull’identità del loro padre.

Simiga era uno delle persone che avevamo scelto di aiutare come associazione di volontariato. Acquistavamo i suoi dipinti in grande quantità e li rivendevamo in Italia nelle bancarelle che allestivamo nel corso delle varie fiere e feste alle quali partecipavamo. I proventi di queste vendite, secondo la formula per noi consueta, andavano a costituire il fondo a disposizione per il sostegno scolastico. Devo dire che si era creato un buon numero di estimatori dei suoi lavori, i quali spesso si ripresentavano fiera dopo fiera per vedere e comprare i nuovi dipinti di Simiga.

Eravamo riusciti a creare un sistema vantaggioso per entrambi; gli ordinavamo telefonicamente un certo numero di dipinti, che poi durante il nostro viaggio in Tanzania passavamo a ritirare. Simiga non aveva mai avuto dei committenti così regolari, e forse per la prima volta in vita sua aveva uno stipendio su cui contare. La bottega di Simiga era divenuta anche un’attrazione per le persone che ci accompagnavano nei viaggio, una specie di luogo di pellegrinaggio per i suoi fan italiani.

Nel 2009, nel corso del tradizionale viaggio di turismo responsabile, non abbiamo più trovato la sua bottega. I negozianti vicini ci hanno informato che era morto da qualche settimana a causa dell’HIV. Se ne è andato così nell’anonimato più completo un vero artista che non ha mai assaporato il successo ma che ha sempre vissuto per la sua arte nonostante questa gli procurasse solo povertà e privazioni.











M.L.