sabato 23 luglio 2011

British Museum

Il British Museum è il più importante museo archeologico del mondo e custodisce reperti appartenenti alla storia dell’umanità degli ultimi 5.000 anni. Sono conservati oltre 14 milioni di reperti, di cui “solamente” 70.000 circa sono esibiti nei suoi 20 km di gallerie. Molti di questi oggetti sono stati sottratti con l’inganno o con la forza ai paesi legittimi proprietari nel corso dell’espansione dell’impero coloniale britannico e del Commonwealth. Tuttavia in questo modo questi tesori sono stati consegnati all’eternità e resi accessibili al grande pubblico. In qualche misura ciò riscatta i misfatti del passato. Non è possibile stilare un classifica di oggetti per ordine di importanza, semplicemente perché tutti gli oggetti del British Museum sono stati di eccezionale importanza per i popoli e per le culture che li hanno prodotti. Per cui riporto alcuni dei reperti che più mi hanno colpito e incuriosito, senza pretese né presunzioni di alcun tipo. Nella mia galleria personale di immagini mancano totalmente oggetti dell’estremo oriente (es. India, Giappone, Cina, ecc), perché nei due giorni che abbiamo dedicato alla visita di questo luogo incredibile non siamo riusciti nemmeno a passare per le relative sale espositive. Placca del Benin, XIV-XV sec. Sono state ritrovate circa 1.000 placche come questa, e si trovano attualmente sparse tra i più grandi musei del mondo. Originariamente esse decoravano le colonne del palazzo dell’Oba, il re di Benin e Nigeria. Queste placche sono state realizzate fondendo monili e braccialetti che venivano consegnati dai portoghesi in cambio di avorio, spezie e schiavi. Nella placca sono rappresentati l’Oba (figura centrale), due dignitari e due commercianti portoghesi (in piccolo ai lati della testa del re). Testa di Luzira, Uganda, IX-X sec. Questa figura in terracotta è stata scoperta nel 1929 da alcuni detenuti del carcere di Luzira che erano impegnati in lavori di scavo. Questo oggetto è di enorme importanza perché insieme alle teste di Lydenburgh (Sud Africa) rappresenta l’unica testimonianza nota di arte pre-coloniale dell’Africa Meridionale e Orientale. Statuette Inuit, realizzate in avorio di tricheco. Oggetti contemporanei. Elemento di architrave in calcare, Messico, 600-900 d.C. Questo oggetto, considerato uno dei capolavori dell’arte Maya, si trovava insieme ad altri due pannelli analoghi sopra le porte di una delle strutture del sito di Yaxchilàn, in Chiapas. Il pannello mostra il re Uccello Giaguaro IV che tiene in mano una lancia e sovrasta un prigioniero in ginocchio Serpente di fuoco, Messico, 1.300-1.521 d.C. Il serpente di fuoco, Xiuhcoatl, secondo la mitologia azteca era l’arma fiammeggiante di Huitzilopochtli, il dio della guerra e del sole. Serpente a due teste, Messico, 1.400-1.521 d.C. Il serpente a due teste è un tema ricorrente nelle culture mesoamericane. Il termine Coatl, contenuto nel nome di molte divinità, significa infatti sia “serpente” che “doppio”. Quest’oggetto in legno rivestito di turchesi faceva originariamente parte probabilmente di ornamenti indossati durante cerimonie rituali ed è stato realizzato dagli artisti aztechi per la corte reale. Stele di Rosetta, Egitto, 196 a.C. La Stele di Rosetta è forse il reperto più celebre custodito al British Museum. Si tratta di una lastra di basalto di 760 Kg che riporta lo stesso testo in geroglifico, demodico (il demodico era la grafia del popolo mentre il geroglifico veniva usato solo dagli scribi ed era considerato la grafia degli dèi) e greco. Il testo riporta tutti i benefici portati al paese dal re Tolomeo V Epifane. La stele, scoperta nel 1822, ha permesso la decifrazione dei geroglifici - fino ad allora scrittura incomprensibile – grazie alla presenza della traduzione in greco. Scatola dipinta appartenente al sacerdote di Amun Amenhotep contenente Shabti in ceramica, Tebe, 21a Dinastia 1.070-945 a.C. Gli Shabti erano figure funerarie che costituivano un elemento indispensabile del corredo funebre. In certi casi erano doni delle persone vicine al defunto per guadagnarsi la sua benevolenza dall’aldilà e per garantire i propri servigi anche dopo la morte. Figurine in osso e avorio, pre-dinastiche 4.000-3.600 a.C. Queste statuette si collocano nel periodo Naqada I e rappresentano classi o gruppi sociali. Per realizzare gli occhi della figura centrale sono stati utilizzati lapislazzuli. Tipica sepoltura pre-dinastica, Egitto meridionale, circa 3.400 a.C. Negli stadi iniziali della civilizzazione della Valle del Nilo i siti di sepoltura contenevano il corpo in posizione rannicchiato ed una collezione di oggetti. La conservazione del corpo è avvenuta naturalmente, grazie ad un fenomeno di essiccazione indotto dal contatto con la sabbia del deserto. Pannello assiro, Iraq, 883-859 a.C. Le sale 7-8 del British Museum espongono i bassorilievi ritrovati nel palazzo di Nimrud, in Iraq. Questo mostra la caccia al leone del re Ashurnasirpal II. Per celebrarne l’immenso potere è rappresentato mentre lotta con il leone a mani nude. La caccia al leone era una sport molto praticato dai sovrani assiri, e fu condotto con tale accanimento che portò all’estinzione dei leoni nella regione. Figurina delle Cicladi, 2.300-2.200 a.C. Le celebri figurine cicladiche in marmo provengono da una società che non ha lasciato alcuna testimonianza scritta, per cui gli archeologi hanno potuto formulare solamente teorie sul loro significato. Probabilmente rappresentano oggetti di culto che accompagnavano i loro proprietari fino alla tomba. Fregi, metope e altorilievi del Partenone, Grecia, 447-432 a.C. Questi numerosi reperti sono il simbolo delle appropriazioni che gli inglesi hanno indebitamente operato per riempire il British Museum. La loro presenza all’interno del museo londinese è clamorosa proprio in virtù del fatto che essi rivestivano il simbolo della Grecia antica, il Partenone di Atene. Quando nel 1687 i veneziani, guidati da Francesco Morosini, attaccarono Atene, gli Ottomani si asserragliarono nell’acropoli usando il Partenone come santabarbara. Una palla di cannone veneziana centrò proprio il Partenone e la deflagrazione lo distrusse parzialmente. Nel 1801, l’ambasciatore britannico a Costantinopoli, il Conte di Elgin, ottenne il permesse dal Sultano ottomano di svolgere rilievi sulle rovine del Partenone e interpretò questa licenza a modo suo, asportando tutte le sculture e i reperti che trovò. Ancora oggi è in corso una contesa tra Grecia e Inghilterra per la restituzione della ricca collezione di reperti. Elmo in bronzo di Murmillo (gladiatore), Roma, I secolo d.C. Tesoro di Beaurains, Francia settentrionale, 293-305 d.C. Il tesoro di Beaurains apparteneva ad un ufficiale dell’esercito romano e gli fu donato dall’imperatore stesso. La moneta d’oro riporta il ritratto dell’imperatore Costantino.

mercoledì 6 luglio 2011

Tanzania: Foto Storiche

Segue una carrellata di fotografie "rubate" ai musei della missione di Bagamoyo ed al museo nazionale di Dar es Salaam. Rappresentano eccezionali testimonianze del passato di questa parte d'Africa, e spesso dei soprusi e dello sfruttamento subito dalle varie forze di occupazione che si sono avvicendate nei secoli.


Il 22 Aprile 1964 il primo presidente dello stato libero del Tanganica e principale artefice della sua indipendenza, Julius Nyerere, celebra l'unione con Zanzibar dando vita alla Repubblica Unita di Tanzania. Nella foto egli mescola simbolicamente il terreno del Tanganica con quello di Zanzibar, a simboleggiarne la futura unione. Questa data è divenuta festa nazionale con il nome di "Muungano" (unificazione).
Capo Mkwawa, il leader della tribù Hehe, che popola gli altipiani meridionali della Tanzania, ha condotto l'opposizione armata più feroce che i tedeschi abbiano trovato sul loro cammino. Il 19 Luglio 1898 è stato catturato e giustiziato. Tale fu l'esultanza per la sua eliminazione che il suo cranio venne inviato ed esposto a Berlino e successivamente al museo di Brema. Il cranio di Mkwawa fu restituito alla Tanzania il 9 Luglio 1954. Da allora si trova al museo nazionale di Kalenga.
Nel '700 e nell' '800 fiorì lungo le coste dell'attuale Tanzania il commercio degli schaivi, perpetrato da mercanti arabi. Gli schiavi venivano catturati nell'Africa centrale, e spesso erano acquistati nel contesto di scontri tribali. Le carovane di schiavi venivano condotte fino alle coste di Bagamoyo e di qui a Zanzibar, dove poi le nave schiaviste salpavano alla volta dei regni e dei sultanati arabi.


Strettamente connesso al commercio degli schiavi era il commercio dell'avorio. Per risparmiare in costi di trasporto e manodopera gli arabi utilizzavano gli stessi schiavi per trasportare le zanne di elefante. La prima delle foto che seguono ritrae la coppia di zanne più grandi che siano mai state misurate: pesavano 102,2 kg ciascuna ed erano lunghe 3,5 metri.

venerdì 3 giugno 2011

Grannies Project - May 2011 Report

Here follows a brief report concerning activities carried out in Wajir Grannies Project in May 2011:


Cash hand outs – During this period each granny has received Ksh 400 to buy some basic needs.


Food ration distribution – Every granny has each received four (4) kilogram of rice during the month may.


Shelter renovation – Four (4) huts were repaired during this reporting period and twenty (20) grannies were given each one grass mat to repair their huts.


Small table business – three table businesses were started during the month of May 2011.


Local goat farming- Ten (10) grannies have benefited from local goat farming. The project worker and a male granny goes to the market and buys local goats and they are given to the selected grannies it the projects compound. Afterwards the projects fieldwork representative goes out to monitor the farming.
Local chicken rearing – Five (5) grannies have during the month of May 2011; have been bought each two (2) local chickens. The project has a poultry house in its compound and is rearing chicken. Later the chickens are given to the grannies after they have built a small poultry house in their compounds. Due to high demand of poultry products most of the grannies are interested and willing to have each two or more chickens. Currently there are thirty six (36) chickens and five (5) chicks (6days old) in projects’ poultry house. The chickens are and will be fed by the grannies assisted by the project workers. Future plans are that when the poultry house will be complete (before mid June, 2011), and the estimated number of chickens bought; their products (eggs and chicks) will be used to benefit the grannies by either selling them or giving to the grannies.


Fire wood selling – For the month of May two grannies benefited by firewood business which was started in the compounds


giovedì 26 maggio 2011

Sono disposto a tutto

Di seguito riporto fedelmente un messaggio che un amico allevatore ha trovato nella buchetta delle lettere.

CERCO QUALSIASI TIPO DI LAVORO
QUALSIASI ORARIO SONO SENEGALESE BRAVO
SERIO ONESTO E IN MOBILITA' FINO 2013
DISPONGO DI UNA MACCHINA NON MI INTERESSA
FERIE O FESTE LA PAGA NON IMPORTA
SONO DISPOSTO A LAVORARE IN NERO ANCHE
MOMENTANEAMENTE. QUANDO HO UN LAVORO
LA MIA PRESENZA E' GARANTITA OGNI
GIORNO.

Sono due le considerazioni che sorgono spontanee:
Prima considerazione. Se questo senegalese afferma di non essere interessato a lavorare "solo" durante i canonici giorni lavorativi, di rinunciare alle ferie e di non badare neppure alla paga significa che ha già incontrato sulla sua strada datori di lavoro che gli hanno imposto queste condizioni;
Seconda considerazione. In un mercato del lavoro così degenerato e iniquo non lavora chi è il più competente ma chi è il più disperato e disposto a rinunciare a tutti i suoi diritti pur di portare a casa qualche soldo.



E' un paese civile questo?

martedì 24 maggio 2011

Frammenti Albanesi

Lonely Planet ha assegnato all’Albania il primo posto fra le migliori mete turistiche per il 2011. Chi conosce questo paese e non è schiavo dei soliti pregiudizi che vi aleggiano intorno  non può che condividere la scelta. Personalmente sono capitato in Albania in due occasioni, nel 2002 e nel 2004. La prima volta l’obbiettivo era la missione della Caritas di Reggio Emilia presso il villaggio di Gomsiqe, nel nord dell’Albania presso la cittadina di Lac Vau i Deiës. Nel 2004 invece l’Albania è stata l’ultimo paese che ho visitato nel corso di un Balkan Tour via terra che ha toccato anche Romania, Serbia e Kosovo. In quell’occasione la meta era il progetto del CEFA ad Elbasan, nell’Albania centrale, dove due amici lavoravano. Non ho avuto quindi la possibilità di vivere l’Albania come meta turistica, ma ne ho sicuramente apprezzato le potenzialità in entrambi i casi. Curiosamente conservo ricordi sfuocati delle esperienze vissute, ma alcuni aspetti sono rimasti nitidamente impressi nella memoria. Innanzitutto la purezza e vastità della natura. In Europa siamo abituati a vivere in contesti urbani separati da timidi spicchi di natura. In Albania è l’esatto contrario. E’ possibile viaggiare per ore senza incontrare case né abitanti, costeggiando aspri dirupi, vaste pianure, laghi cristallini. L’impressione che mi è rimasta è che in Albania la natura sia più “cattiva” e severa, che non sia ancora stata domata dall’uomo, e che continui ad imporre le sue leggi. Come detto ho attraversato solo la parte settentrionale del paese, per cui non può che trattarsi di un’impressione parziale. La mia famiglia ha già formulato il desiderio (da realizzare un giorno…) di completare un giro dell’Albania includendo le meravigliose mete storiche e naturali che la compongono. La costa di Saranda, i siti archeologici di Butrinto e Apollonia, le cittadine ottomane di Argirocastro e Berat, il castello di Croia, il lago di Ocrida, gli imponenti monti Sharr, la zona di Scutari ed il lago di Koman… sono solo alcune delle mete papabili di un viaggio prossimo venturo nel paese più bello del 2011.









martedì 17 maggio 2011

Gerusalemme e la Terra (che fu) Santa

Alcune sere fa alcuni amici mi hanno mostrato le foto scattate nel corso di un loro viaggio in Israele nei luoghi che furono il teatro della vita (e della morte) di Gesù Cristo. Mentre le immagini scorrevano davanti ai miei occhi, non riuscivo a non pensare ad un capitolo del libro "viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi, il quale a sua volta cita il libro "Jerusalem. City of mirrors" di Amos Elon. Riporto alcuni brani di questo capitolo, sottolineando che non so dare un giudizio su queste parole; nonostante ciò, esse si sono impresse a fuoco nella mia memoria.

[...] un pellegrino domenicano del XV secolo, Felix Fabi, osserva che la concezione di un solo Dio (il monoteismo) unisce le differenti religioni di Gerusalemme, ma la pratica di tali religioni in fondo le divide ancora di più. Il bravo pellegrino fa una lista lunghissima delle fedi ivi praticate, e di tutte le sfumature dell'Ebraismo, dell'Islamismo e del Cristianesimo. Greci, Siriani, Armeni, Nestoriani, Gregoriani, Maroniti, Beduini, Turcomanni, Mamelucchi e, aggiugerei, Copti (Etiopi ed Egiziani), Giacobiti siriani, Greci ortodossi [...] si avvicendano con un'agenda oraria ferrea ogni giorno a Gerusalemme per onorare e custodire la memoria dello stesso Dio. Dio che in principio sarebbe lo stesso, ma di cui in realtà ciascuno si sente il "vero" interprete. [...]
La concentrazione in uno spazio così ristretto di tante convinzioni diverse fa pensare a tante vedove di uno stesso defunto che vivono nella stessa casa, ciascuna di esse convinta di essere la "vera e unica" vedova. E' presumibile che lo spirito del defunto, se eventualmente esisteva, si sia nel frattempo trasferito altrove lasciando un grande vuoto.
A riempirlo sono rimasti i suoi adepti, con tutto il loro zelo e la loro granitica fede, rappresentando solo se stessi e presidiando il Nulla.

sabato 14 maggio 2011

Uniti per l'Egitto

Lo scorso venerdì 13 Maggio musulmani e cristiani copti hanno manifestato in migliaia in Piazza Tahrir per proclamare l'unità nazionale e la loro vicinanza al popolo palestinese. La stampa italiana ha appena sfiorato questa notizia, riaffermando di fatto che le notizie provenienti dal nord Africa che non raccontino di bombe o morti non devono interessare i lettori italiani.
Personalmente ho trovato la notizia piuttosto interessante, e ho voluto approfondirla sui siti delle agenzie internazionali e su alcuni blog esteri. In uno di questi, ho trovato la foto di uno striscione esibito nel corso della manifestazione. Nello striscione compare un simbolo formato dall'unione della mezzaluna islamica e della croce cristiana. In uno degli stati islamici più grandi del mondo (il 90% degli 80 milioni di abitanti sono musulmani) e con il maggior numero di cristiani (i copti) è comparso un simbolo che a me sembra rivoluzionario molto al di là dei confini egiziani. Nel corso della mia ricerca ho scoperto che questo simbolo era stato utilizzato dalla popolazione, nella medesima piazza, in almeno altre due circostanze: il 6 Febbraio e l'11 Marzo.

Il perchè di questa audacia è riassunto nelle parole di Rana, una delle manifestanti di piazza Tahrir: "Tutti gli Egiziani, siano cristiani o musulmani, vogliono il cambiamento, la giustizia e la libertà per il popolo". Le manifestazioni organizzate nel corso degli ultimi sei mesi sono nate anche in risposta agli attentati orditi dai fondamentalisti che hanno preso di mira i cristiani copti. Il popolo egiziano è sceso in piazza per affermare la sua unità e la comune aspirazione verso la democrazia e la libertà. Questa protesta ha preso corpo ed ha incendiato gli animi dei cittadini egiziani grazie ai moderni network di comunicazione e informazione, e ha visto i giovani come interpreti principali. In nome del progresso civile e dei diritti umani il Corano e la Croce sono stati impugnati insieme a sancire la solennità del momento che sta vivendo l'Egitto e l'indissolubilità del patto che cristiani e musulmani stanno stabilendo per il bene del loro paese.

Il rapporto tra cristiani e musulmani rappresenta la grande sfida del nostro tempo, e dall'Egitto proviene un esempio della strada che tutto il mondo dovrebbe seguire, e cioè trovare unità nel rispetto delle differenze. Contro il terrorismo e per colmare la distanza che separa le parti occidentale ed orientale di questa nostra Terra non c'è altra soluzione che questa.
M.L.

Le immagini di questo post sono state tratte dai seguenti blog e siti:
http://wondersofpakistan.blogspot.com/
http://blogs.reuters.com/faithworld
http://www2.canada.com/topics/bodyandhealth/story.html?id=4424754
http://muslimvillage.com/
http://www.bosnewslife.com/16697-egypts-christians-muslims-facing-tensions-after-unity

martedì 10 maggio 2011

Il Senso del Viaggio (3)

Il brano che segue è tratto dalla nota introduttiva del libro "Viaggi e altri viaggi" di Antonio Tabucchi. E' uan riflessione molto profonda sul viaggio e come tale merita di essere letta con attenzione.

[...] Ma, a conti fatti, ho viaggiato molto, lo ammetto; ho visitato e ho vissuto in molti altrove. E lo sento come un grande privilegio, perche posare i piedi sul medesimo suolo per tutta la vita può provocare un pericoloso equivoco, farci credere che quella terra ci appartenga, come se essa non fosse in prestito, come tutto è in prestito nella vita. Costantino Kavafis lo ha detto in una straordinaria poesia intitolata Itaca: il viaggio trova senso solo in se stesso, nell'essere viaggio. E questo è un grande insegnamento se ne sappiamo cogliere il vero significato: è come la nostra esistenza, il cui senso principale è quello di essere vissuta.

Rileggo questi viaggi che in qualche modo sono le tessere del Viaggio che ho fatto finora. Alcuni mi suscitano allegria, altri nostalgia, altri ancora rimpianto. Molti portano bei ricordi: furono (continuano ad essere nella memoria) viaggi molto belli. Ma forse mancano i viaggi più straordinari. Sono quelli che non ho mai fatto, quelli che non potrò mai fare. Restano non scritti, o chiusi in un loro segreto alfabeto sotto le palpebre, la sera. Poi arriva il sonno e si salpa.

giovedì 31 marzo 2011

I Ponti della Discordia

Per quale motivo esistono i ponti, se non per unire? Questa sembra una domanda superflua eppure, in ben due circostanze, mi è capitato di trovarmi in luoghi in cui la funzione unificatrice dei ponti veniva negata. Entrambi i luoghi si trovano nella ex-Jugoslavia, ed entrambi sono stati testimoni di orrori e scontri etnici.

Il ponte di Mostar è forse il simbolo delle guerre che negli anni ’90 hanno insanguinato i Balcani. La cittadina di Mostar tra il proprio nome proprio dal suo ponte (Stari Most o vecchio ponte) costruito dai turco-ottomani nel ‘500 e “difeso” dai Mostari, due torri che ne fortificano gli accessi. La cittadina di Mostar ha suo malgrado subito gli attacchi da parte di tutti i principali attori della lunga guerra balcanica. In seguito alla dichiarazione d’indipendenza da parte della Bosnia Erzegovina, nel 1992 le truppe serbe e montenegrine bombardarono la città dalle alture che la circondano per ben nove mesi, stringendo d’assedio la popolazione bosniaca croata e musulmana. L’assedio fu respinto, ma l’anno seguente le bombe serbe furono rimpiazzate da quelle croate. La popolazione musulmana subì diversi violenti attacchi che distrussero, oltre numerosi altri edifici, il ponte. Per ben tre anni le due popolazioni rimasero separate e divise anche geograficamente.


Lo Stari Most è stato ricostruito nel 2004 utilizzando materiali e metodi medievali. E’ stato immediatamente dichiarato patrimonio dell’umanità e rivestito di forte potere simbolico. Il fiume Neretva divide ancora oggi gli insediamenti croati (o semplicisticamente “cattolici”) da quelli bosniaci (o musulmani). Entrambe le fazioni vivono all’interno della Federazione croato-musulmana di Bosnia Erzegovina. L’influenza delle due culture sulle due sponde del fiume è fortissima. La riva cattolica si presenta moderna, pulita e stretta intorno all’enorme cattedrale, che sembra essere stata eretta più per affermare un’identità etnica piuttosto che rappresentare un luogo di culto. La sponda musulmana è invece disordinata, caotica, e reca ancora chiaramente i segni dei bombardamenti subiti. Abbondanti sono le macerie e numerosi sono gli edifici butterati dai proiettili. Nel complesso Mostar è una cittadina da visitare. I lavori di ricostruzione l’hanno resa decisamente gradevole ed aperta al turismo. Entrambe le comunità sono accoglienti, anche se al freddo rigore e ordine croato si lascia preferire l’allegra confusione piena di vita dei musulmani.


Se lo Stari Most rappresenta il teatro di un conflitto se non proprio concluso almeno sospeso, il ponte di Mitrovica continua ancora oggi a dividere due comunità in conflitto. I più recenti scontri tra la comunità serba, che abita la metà nord della città, e quella albanese, che vive nelle parte sud, risalgono al 2009. L’unico legame che unisce le due sponde del fiume Ibar è il ponte di Mitrovica, sorvegliato 24 ore su 24 da un distaccamento delle Nazioni Unite. Per attraversarlo è necessario esibire un documento di identificazione e spiegare le ragioni dell’attraversamento. Soltanto la presenza delle truppe internazionali impedisce che le due comunità entrino in contatto. Ad acuire la tensione che aleggia sulla città è lo status del Kosovo, appena dichiarato indipendente ma mai riconosciuto da Belgrado, che continua a considerarlo una regione della Serbia. I serbi di Kosovo, che si trovano a Mitrovica nord, respingono l'etichetta di "kosovari" e colgono tutte le occasioni possibili per riaccendere le ostilità. Anche qui il passaggio da sud a nord è netto: a sud moschee, segnali in caratteri latini e si beve rakì, a nord chiese ortodosse, caratteri cirillici e ci si ubriaca di slivovica. Ed è la stessa città. Scattare fotografie al ponte, come a tutti i presidi militari, è severamente vietato.


La fotografia di questo post è stata rubata nel 2003, e soltanto l’intervento di “mësuese” Annamaria, francofona volontaria RTM ai tempi di Klina, ha evitato che i militari francesi, accortisi del misfatto, distruggessero la pellicola della mia macchina fotografica.


M.L.

domenica 13 marzo 2011

Immigrato a chi?

Prima di esprimere giudizi sulla questione immigrazione ci si dovrebbe porre la seguente domanda: "Se ci trovassimo nelle loro condizioni, noi cosa faremmo?". O meglio: "Quando ci siamo trovati nelle loro condizioni, noi cosa abbiamo fatto?". La prospettiva sarebbe radicalmente diversa ed impareremmo a trattare i popoli migranti come avremmo voluto essere trattati noi.