Stiamo aspettando tutti insieme di andare verso l’aeroporto
e ripensando agli intensi giorni precedenti, fatti prevalentemente di viaggio
in autobus, vorremmo rendervi partecipi delle nostre ultime impressioni.
Il nostro ultimo giorno a Bomalang’ombe siamo stati invitati
nella scuola primaria di Mwanzala, inaugurata l’anno scorso dall’associazione
VolontariA insieme al clan del Forlì 6. I calorosi discorsi di ringraziamento e
benvenuto, da parte della preside e dei numerosi bambini presenti, ci hanno
fatto riflettere sulla ragione per cui abbiamo deciso di fare questa esperienza
e così ci siamo accorti che la nostra presenza, per quanto breve, ha lasciato
un segno, non solo in loro ma anche in noi.
Ognuno di noi torna a casa con riflessioni differenti,con il ricordo di una nuova terra e di un’esperienza
che ci ha arricchiti anche come comunità.
Ci teniamo che la nostra esperienza venga raccontata in modo
più diretto e personale una volta tornati, vi terremo aggiornati, perché il
nostro racconto non è finito qua.
Si chiama Madame Madeleine ma qua è conosciuta come Madame Vazaha (straniera). È belga ma abita a Tsiro da 42 anni. Oggi io e Roberto le abbiamo fatto visita sotto l'attenta guida di Suor Marie-Jeanne. Quando entro in casa scostando la tenda velata bianca mi viene subito in mente la tavernetta di mia nonna, fatta di Barbie e giochi di plastica anni '50. Sul tavolo riconosco la custodia della cassetta del cartone "il principe d'Egitto". C'è odore di soffitta e la penetrante colonna sonora di un film francese in televisione copre la voce delicata di Madeleine. Indossa un vestito verde infermiera ed un cardigan di lana rossa; i suoi capelli corti, grigi e lisci incorniciano il suo viso morbido, bianco, stanco. Madeleine ha gli occhi azzurro ghiaccio, di quelli che se li fissi per un po' ti viene da lacrimare. Si rivolge a noi con un francese sofisticato. Ad un certo punto Madeleine si alza dalla poltrona, lentamente per via di un problema alle caviglie, e scompare nella stanza accanto. Suor Marie-Jeanne approfitta della sua assenza per paragonarla ad una grande mamma. Madeleine ha aperto la sua casa di Tsiro a sette bambini diversamente abili e da 24 anni contribuisce al mantenimento di una scuola che ospita 400 bambini e ragazzi che necessitano assistenza. Domani mattina, alle 9:30, io e Roberto visiteremo la scuola. È ormai pomeriggio, ma il sole ancora alto mi costringe ad aggrottare le sopracciglia mentre esco dal cancello del Liceo Cattolico di Tsiro. <>: è un bimbo piccolo, con gli occhi neri e una maglietta rossa con la stampa di un coccodrillo verde che mi ricorda le illustrazioni di Nicoletta Costa. Mi accovaccio e arriccio il naso: <>. Non appena mi presento, un esercito di bambini investe me e Roberto. Tra un Je m'appelle e l'altro colgo il nome di Jacqueline, una ragazzina di 12 anni che decide di divertirsi sciogliendomi i capelli. Una ventina di bambini mi circondano, mi fanno sedere per terra e in un attimo i miei cheveux sono suddivisi in tante piccole treccine. Mi sento giullare come quando facevo l'animatrice al miniclub di Cesenatico, ma con una piccola differenza: questi bambini non stanno con me per noia o perché indosso una buffa maglia gialla con scritto "Staff Animazione". Forse hanno deciso di trascorrere una mezz'ora con me perché ho un viso nuovo e dei capelli perfetti da annodare perché troppo lisci e sottili (anche se ora che sto tentando di sciogliere le treccine non sembrano più tanto lisci... ). Ora penso a Madeleine, che ha avuto il coraggio di spalancare le porte delle case di Tsiro e ha donato la sua vita per risolvere un problema. Io purtroppo non vedo un singolo problema, vedo soltanto delle conseguenze sfuocate di un problema di base che purtroppo non riesco ad identificare. L'amministratore diocesano Jean-Claude ci ha parlato di politica... Ho deciso di rispettare la lentezza dei miei pensieri e ammucchiare domande senza risposte, ancora per un po'.
Sono a casa quando vedo il grande portone di metallo socchiuso e all'interno lo svolazzare della veste azzurra della suora che tenta di sganciare il catenaccio. È quasi mezzogiorno; stamattina alle sette abbiamo lasciato Tanà, con la sua aria fredda e bagnata e il classico disagio del primo giorno: ora siamo a Tsiro. Qui dentro c'è aria di festa: nomi, baci (tre baci partendo dalla guancia destra) colori. Il pomeriggio è fatto di docce fredde, panni stesi al sole, profumo di sapone di Marsiglia, cesti ricolmi sulla testa, sorrisi imbarazzati, sole e mal di testa, zanzare e una lunga dormita: è un pomeriggio arancione con un tocco di blu. Mi sveglio con il buio pesto delle 18:02 e una melodia di vespri cantata da voci di giovani donne. La serata inizia ora: è fatta di stelle sconosciute, riso ed erbe, aria fredda e un momento tutto mio, a lume di candela. Per la prima volta, dopo tanti mesi, socchiudo gli occhi e penso. Penso non in funzione di qualcosa che devo fare o per il rimorso di qualcosa che ho fatto, ma osservo come il mio respiro riesca a far danzare la debole fiamma che illumina la mia camera. Percepisco la lentezza del luogo in cui mi trovo: un ritmo dolce ed elegante, che cela però grande laboriosità. Le occupazioni che finora ho ritenuto "casalinghe" o superflue appaiono ora fondamentali. Voglio approfondire questo pensiero.
19-08-18Eccolo di nuovo. Eccolo l'odore dell'Africa. È come se fossi ritornato a casa. Le suore infatti mi hanno così accolto: come sei fossi uno di loro, un amico di sempre. "Roberto! Scout! Bienvenue!" Avevano anche un cartello con il mio nome. Siamo saliti in macchina e siamo partiti per Tsiro. Alle 8 avevamo fame e abbiamo fatto colazione con il riso e dei piccoli pesci. Mancavano ancora 3 ore e Naina, il nostro autista, ha messo una musica simile al Kelele della Tanzania. Poi ha messo Bennato. Nel retro della casa delle suore c'è un campetto di basket. Io ci sto in mezzo e sto scrivendo. La terra rossa è ovunque: ha già invaso il mio zaino e le scarpe.
20-08-18 Questa mattina abbiamo fatto un giro a Tsiro con Suor Marie Jeanne. Siamo stati in banca e abbiamo acquistato le SIM. Poi siamo andati a comprare le salsicce al mercato. Per le strade ci sono tantissimi polli, maiali e zebù. Ovviamente tutti morti, prossimi al macello e alla vendita. A pranzo c'erano fagioli, salsicce, fagiolini e ovviamente riso. C'è talmente tanto riso che usano come bibita l'acqua con cui viene bollito. Dopo pranzo siamo tornati al paese, io ed Anna. Al mercato c'era ancora molta gente, nonostante fossero le due del pomeriggio. Ci siamo fermati in una locanda, abbiamo preso una birra. Un tipo ha cercato di conversare con noi ma c'è stata solo qualche risata imbarazzata, visto che parlava solamente malgascio e noi non capivamo nulla. Nelle campagne africane, tra le prime cose che noti nelle persone sono i piedi scalzi e sporchi. Dopo aver innaffiato per ore le rose nel giardino delle suore, anche io ed Anna avevamo i piedi sporchi e fangosi. Proprio come loro.
E finalmente abbiamo iniziato le nostre attività a Boma! divisi in 2 gruppi abbiamo animato l'asilo ed esplorato la foresta arrivando stremati a fine giornata, sia per i sentieri equatoriali che per l'energia interminabile dei bambini.
Ci ha sorpreso il loro caloroso benvenuto nonostante le manine gelide e le scarpette un po' rotte: ci rimbombano ancora in testa le loro voci squillanti e la loro emozione davanti a un pallone (così è nato il gioco "palla scatenata") il pomeriggio è trascorso tra visite al villaggio, alla sartoria, a fare lo slalom tra moto impazzite, al saloon di bellezza ed a "aereosollarci" di terra rossa e smog.
Per i genitori: siamo serviti e riveriti ad ogni pasto, sempre accolti da piatti caldi dopo fredde giornate d'agosto (strano pensare che diremo di aver patito freddo in Africa).
E buon ferragosto anche se qui sembra più San Geminiano.
Ps. Avvistata pastiglia di Malarone nelle acque del fiume delle foreste tanzaniane, ma è tutto sotto controllo.
Allora,
eccoci qua dopo un’altra intensa giornata a raccontarci quello che è successo .
Inizialmente abbiamo passato un paio di ore a fare i biglietti per la foresta
pluviale. Per passare il tempo abbiamo fatto un allenamento fra di noi a calcio
per l’incombente partita (non giocata) che ci avrebbe dovuto aspettare contro
gli scout di Iringa. Dopodiché abbiamo
avuto l’incontro con il vice vescovo del luogo, che ci ha spiegato il sistema
scolastico della Tanzania. Abbiamo poi incontrato il gruppo scout maschile, che
accogliendoci in una maniera molto calorosa ci ha colpito per il modo di fare
molto spontaneo. Dopo un pranzo on the road (la strada viene chiamata massaggio
dell’Africa, per via delle sue condizioni) siamo giunti alla scuola secondaria
professionale Nyota-Ya Asubumi di Ilamba. I bambini della scuola ci hanno
accolto con canti e risa e ci hanno detto i loro sogni futuri. Dopo un tortuoso
percorso siamo finalmente giunti a Bomalang’ombe, dove le signore che
gestiscono la casa hanno cucinato un tipico pasto per noi. Qui il cielo è un
tripudio di stelle.
A tre giorni dall'inizio della nostra route, dopo 9 ore di aereo, un "afterino facile", 12 ore di pulmino con tanto di avvistamento di giraffe, elefanti, babbuini, antilopi, gazzelle, zebre e carcasse, siamo arrivati sani e salvi (a parte uno zaino) ad Iringa.
Durante il viaggio, abbiamo tutti notato quanto questo ambiente sia molto diverso da quello in cui viviamo ogni giorno.
Per esempio, parlando del tempo... pensate alle nostre tipiche giornate, frenetiche e piene di impegni... beh, dimenticatevele: qui è tutto "pola pola ", o come diciamo noi, "tola dolza".
Lungo tutto il percorso, infatti, abbiamo visto piccoli gruppi di persone che stavano semplicemente seduti di fronte alle loro baracchine o piccole botteghe a vendere i loro prodotti o a parlare e mangiare con i "vicini". Parlando di oggi, la giornata in teoria sarebbe dovuta iniziare alle 7:30... in pratica, alcuni non hanno sentito la sveglia perché ci sono delle persone che cantano per strada già delle 6 del mattino.
Qui, infatti, ovunque vai la musica c'è sempre. Abbiamo poi partecipato alla messa locale, che si è tenuta alla cattedrale: è stata un'esperienza unica e speciale.
All'inizio tutti ci guardavano, scrutavano e studiavano... soprattutto i bambini, che sembravano quasi affascinati da noi.
Per la prima volta ci siamo sentiti "stranieri", "diversi", perché eravamo una piccola macchietta bianca in un mare coloratissimo; ci hanno, comunque, resi partecipi e ci hanno accolto calorosamente.
Siamo poi andati a fare la spesa al mercato, dove ad ogni metro si sentiva un odore diverso.
Sono stati tre giorni molto intensi, forse talmente tanto che dobbiamo ancora metabolizzare il tutto.
Questa sera riposo e domani si riparte verso Bomalang'ombe... A prestooooo!!!
[I padri della Consolata di
Garissa] sono venuti per scelta, per mettersi a servizio di questa gente nomade
e poverissima, ma a servizio vero, per crescere con loro: istruzione, tentativo
di aiutarli a diventare uomini veri, con una loro dignità, una loro possibilità
di crescere da soli, di progredire, cosa, oggi, impossibile perché mancano i
leader preparati. Il progetto è stato calorosamente approvato quando i padri
hanno messo ben in chiaro che non solo non si farà proselitismo di alcun genere
ma che i ragazzi… saranno mandati alla scuola locale dove tra l’altro sarà loro
insegnato il Corano e, meraviglia di tutte le meraviglie, che l’orfanotrofio
sarà aperto al loro prete o insegnante di religione musulmano tutte le volte
che vorrà venire e sarà chiuso invece a qualunque prete o insegnante di
religione cattolica o cristiana che voglia andare a “evangelizzare”.
La Luna (28/10/72)
La Luna ha un profondo valore
simbolico nel mondo religioso musulmano e in quello di tutti i popoli del
deserto. Tutta la vita del musulmano si regola sulle fasi lunari: il tempo, gli
anni, i mesi, le settimane, il Ramadan (il mese di digiuno), le grandi feste
religiose, le cerimonie liturgiche… il nomade ama moltissimo la luna e dice che
è buona e bella. Come è vero, sempre più vero, che il conforto viene alla fine
sempre e solo dalla donna e non dall’uomo…
La moschea (11/06/73)
Da un po' di tempo abbiamo
cominciato anche la costruzione di una moschea; i ragazzi indubbiamente
purtroppo sono dei velleitari ma fin da quando sono venuta desideravano tanto
avere una moschea, di queste fatte così, di rami, ma belle però, eleganti e poi
invece praticamente chi fa la moschea sono io che procuro i pali, che procuro
l’aiuto nel lavoro, tutte le idee, il luogo in cui farla. Comunque già io pregusto il
giorno in cui la moschea sarà pronta… dentro metterò delle stuoie, spero che i
ragazzi possano pregare di più , pregano così poco; la gioventù si allontana
completamente dalla religione ma non perché ne ha trovata un’altra più valida
più forte più robusta, no purtroppo, la gioventù si allontana dalla religione
solo perché la sta perdendo, solo perché ai suoi valori religiosi sostituisce
altri valori, valori che ubriacano questi giovani, che fanno perdere loro la
testa e non sono valori perché sono il denaro, perché sono la popolarità, il
successo.
La sepoltura di Mohamed (7/12/78)
(Parlando della sepoltura di
Mohamed, guardiano ed aiutante ucciso nel corso di un tentativo di rapina al
compound di Annalena. Annalena è dispiaciuta perché il corpo non è stato
sepolto secondo la tradizione musulmana, avvolto in un lenzuolo bianco, ma ha ricevuto
un funerale cristiano con una bara)
Mohamed io lo volevo a Wajir.
Sognavo per lui un funerale degno del suo martirio, una tomba col muretto alto…
una tomba col suo nome, con un’iscrizione in arabico… nel nome di Dio
onnipotente e misericordioso… volevo un luogo a cui poter tornare… Dio ha
voluto diversamente. Volontà di dio. Sia fatta la volontà di Dio. Ed è Dio che
ha voluto che Mohamed fosse sepolto come qualunque buon cristiano di questo
mondo, lui che cristiano lo era diventato profondamente nello spirito, lui che
aveva imparato da me le leggi dell’amore, lui che serviva i malati come me e
meglio di me, e mai per mestiere, sempre perché gli scaturiva dal cuore; e
quando mi vedeva più preoccupata del solito per qualcuno di quei corpi minati
moltiplicava i suoi sforzi per aiutarli, incoraggiarli, tradurre loro qualunque
cosa io dicessi, precedendomi nel servirli perché io non mi stancassi troppo.
Mohamed oggi è in Dio. Non posso non esserne felice.
Giobbe è “nostro” ma anche “loro” (25/11/79)
La tragedia è che l’Islam non
insegna il comandamento dell’amore e dire che questi musulmani sono splendidi
nella loro potenza di adorazione, pregano continuamente, piegano le ginocchia e
la testa nel nome di Dio, hanno le lodi a Dio continuamente sulla loro bocca,
la certezza incrollabile nel cuore e nello spirito che tutto avviene per volontà
di Dio e che tutto va bene, va sempre tutto bene perché Lui sa ed è solo Lui
che guida uomini ed eventi… dunque tutto è Grazia! Proprio come noi… Giobbe
potrebbe essere “loro” nella stessa misura in cui è sicuramente nostro. Tutti i
suoi beni sono distrutti, le sue ricchezze depredate, tutti i suoi dipendenti e
i suoi servi uccisi, i suoi figli e le sue figlie morti sepolti sotto le
macerie della loro casa… “Allora Giobbe si alzò e si stracciò la veste, si rase
il capo, cadde a terra e adorò, e disse: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo
vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come piacque al Signore
così è avvenuto: sia benedetto il nome del Signore! Se da Dio accettiamo il
bene, perché non dovremmo accettare il male?”.
Il canto del Muezzin (14/12/79)
Carissima mamma, è mattino
presto. Fuori c’è un cielo incantato di stelle e un filo argentato di luna che
fa tremare il cuore in petto. Era tutto quieto. Ma adesso un uomo si è messo a
cantare, chiama gli altri alla preghiera, altissimo il tono della voce, ma
pacato, vasto e lento il suo cantilenare: nel nome di Dio onnipotente e
misericordioso, alzatevi o fratelli, è tempo di lodare Dio. Non indugiate,
alzatevi, Dio chiama… è ogni volta un’emozione intensa, ogni giorno come un’esperienza
nuova, bellissima, toccante, liberante, purificante… e mentre prego perché questa
fede così divinamente rocciosa possa un giorno essere illuminata e penetrata
dal sole di Gesù Cristo, prego anche intensamente perché questa fede sia
conservata a questo popolo.