giovedì 13 gennaio 2011

Un Artista Incompreso

Uno dei personaggi più curiosi che ho conosciuto durante i due anni trascorsi in Tanzania è stato sicuramente Simiga. Simiga era un esponente inconsapevole dell’arte di strada. Ma a differenza degli artisti di strada del mondo occidentale, non si limitava ad esibirsi nel corso di festival o sagre, bensì la strada rappresentava il teatro della sua attività ogni singolo giorno della sua esistenza. La sua bottega-baracca si trovava lungo una delle strade principali di Iringa, i suoi dipinti si asciugavano sopra l’asfalto, i materiali che utilizzava erano vernice per auto e stoffe a basso costo, si occupava personalmente di vendere le sue opere là dove sapeva che avrebbe trovato qualcuno disposto ad acquistarle, anche a costo di percorrere decine e decine di chilometri in bicicletta.



Simiga era l’allievo più dotato di Kapo, un famoso pittore della Tanzania meridionale che ha decorato chiese e missioni con le sue opere. Simiga non ha avuto lo stesso successo, e ha dovuto ripiegare sulla produzione in serie di dipinti da vendere a turisti e negozi di souvenir. Si teneva molto informato sui movimenti intorno alle missioni situate intorno ad Iringa, e dopo l’arrivo di un gruppo di visitatori dall’Europa o dagli Stati Uniti capitava spesso di vederlo arrivare con la bicicletta carica dei suoi dipinti. Aveva uno stile tutto suo, che non piaceva a tutti. Tuttavia non ha mai voluto cambiare la sua personalissima impronta per rendere le sue opere più commerciali.

Simiga aveva una particolarità anatomica, qualcosa di piuttosto singolare per uno pittore: era decisamente strabico.

Il suo capolavoro, la sua Cappella Sistina, è la decorazione dell’asilo di Bomalang’ombe. Anni fa gli fu richiesto di dipingere i muri esterni ed interni dell’asilo della chiesa cattolica di Bomalang’ombe con figure legate alla storia di Gesù, e ciò gli richiese molti mesi di lavoro. Come tutti i grandi artisti, utilizzò il proprio volto per raffigurare quello di Gesù: oggi si può ammirare, sui muri esterni di quell’asilo, un meraviglioso Cristo strabico che benedice folle di bambini. I molti mesi di lavoro a Boma portarono anche frutti inattesi: ci sono molti bambini nel villaggio che assomigliano in maniera sospetta a Simiga, ed il loro sguardo strabico non lascia dubbi sull’identità del loro padre.

Simiga era uno delle persone che avevamo scelto di aiutare come associazione di volontariato. Acquistavamo i suoi dipinti in grande quantità e li rivendevamo in Italia nelle bancarelle che allestivamo nel corso delle varie fiere e feste alle quali partecipavamo. I proventi di queste vendite, secondo la formula per noi consueta, andavano a costituire il fondo a disposizione per il sostegno scolastico. Devo dire che si era creato un buon numero di estimatori dei suoi lavori, i quali spesso si ripresentavano fiera dopo fiera per vedere e comprare i nuovi dipinti di Simiga.

Eravamo riusciti a creare un sistema vantaggioso per entrambi; gli ordinavamo telefonicamente un certo numero di dipinti, che poi durante il nostro viaggio in Tanzania passavamo a ritirare. Simiga non aveva mai avuto dei committenti così regolari, e forse per la prima volta in vita sua aveva uno stipendio su cui contare. La bottega di Simiga era divenuta anche un’attrazione per le persone che ci accompagnavano nei viaggio, una specie di luogo di pellegrinaggio per i suoi fan italiani.

Nel 2009, nel corso del tradizionale viaggio di turismo responsabile, non abbiamo più trovato la sua bottega. I negozianti vicini ci hanno informato che era morto da qualche settimana a causa dell’HIV. Se ne è andato così nell’anonimato più completo un vero artista che non ha mai assaporato il successo ma che ha sempre vissuto per la sua arte nonostante questa gli procurasse solo povertà e privazioni.











M.L.

domenica 26 dicembre 2010

Storia di Ordinaria Povertà

Qualche giorno fa Joseph è entrato in ufficio con un po’ di titubanza per parlarmi del problema di un suo compagno ma, trovata l’atmosfera adatta ha cominciato a raccontarmi la sua storia. E’ nato in una famiglia abbastanza benestante e i primissimi anni della sua fanciullezza sono trascorsi nella pace. Il padre aveva un lavoro ben retribuito, la mamma coltivava i campi. Erano 4 fratelli di cui lui era il maggiore. Purtroppo questa situazione ha cominciato a cambiare quando il padre si è lasciato coinvolgere da un compagno di lavoro in un affare losco, si è dato all’alcool e alle donne. Tornava a casa solamente per lasciare qualche soldo per i figli Un giorno il datore di lavoro scoprì di essere stato derubato da lui e i suoi compagni; lo portò in un luogo di stregoneria ed egli ritornò a casa irriconoscibile. Joseph piange quando spiega lo shock che ha avuto nel vedere suo padre così cambiato: urlava, batteva sua mamma e suoi fratelli. Lui, il più grande, scappò dalla paura e andò a vivere dalla nonna. Un giorno il padre, in preda alla follia, afferrò il figlio più piccolo, di circa 5 anni, lo picchiò e lo trascinò nel bosco. Camminarono per lunghe ore. Il padre sempre più furioso entrò in una casa di un villaggio lontano: cominciò ad imprecare dicendo che voleva le sue mucche e capre. Gli abitanti della casa spaventati presero bastoni per difendersi e lo malmenarono fino a rompergli le gambe. Poi lo lasciarono nel bosco. Il bambino vagò per un po’, e poi cadde sfinito nel bosco lontano dal padre.


Qualche passante riconobbe il padre e portò la notizia alla famiglia che lo venne a prendere e riportare a casa. Quando lo videro, la mamma e i fratelli disperati gli chiesero dove aveva lasciato il piccolo. Egli, ritornato in sé, indicò il luogo. Joseph e la mamma corsero a cercare il piccolo.

A questo punto del racconto Joseph fa grande fatica a continuare: e’ sopraffatto dal dolore. Descrive suo fratellino con tanto amore: era bello, sano, allegro e intelligente. Lo abbiamo trovato riverso al suolo, morto. Le formiche legionarie, le siafu, ne avevano divorato i visceri.


Joseph dice con forza: “sister, quel giorno ho cominciato a odiare mio padre: per me lui era solo un animale della terra, di quelli che mangiano animali sotto terra. La mamma ha dovuto vendere tutti i nostri beni per pagare i debiti di mio padre. Siamo rimasti perfino senza casa. Mi sono ammalato e mi hanno portato nell’ospedale della città’. Lì il Signore mi aspettava per salvarmi. Una missionaria della Consolata che visitava gli ammalati mi ha visto in pericolo di morte e mi ha battezzato….Io sono sicuro che la Grazia di Gesù mi ha conquistato; tornato a casa ho cominciato a pregare e pian piano ho trovato la forza di perdonare mio padre e di insegnargli la Parola di Dio. Poi, dopo alcuni anni, finito le elementari desideravo tanto proseguire gli studi ma mia madre, molto ammalata, non poteva pagare le spese. Sono andato in città a cercare lavoro e qui un’altra missionaria della Consolata e’ stato lo strumento di Dio per darmi consolazione e speranza. Ella mi ha offerto di venire in questo Centro dove oggi sto bene perché qui c’é pace, bontà e lo studio mi apre un mondo che non conoscevo. Ho anche la possibilità di aiutare con la preghiera e il consiglio i miei compagni provati come me da esperienze tristi”.

Nel Centro Joseph è davvero una presenza buona, positiva e anche coraggiosa. E’ forte con i compagni che non fanno bene, li accompagna e se vede che le fanno troppo grosse ce li indica perché noi possiamo prendere i provvedimenti necessari per aiutarli a cambiare. Ne ha già salvati alcuni da comportamenti che avrebbero potuto portare serie conseguenze alla loro giovane vita.


Mi dice anche che sovente pensa con preoccupazione alla mamma, molto ammalata, che si trascina nel campo per coltivare un po’ di granoturco e verdure per tirare avanti e nutrire il padre disabile e i due figli che frequentano ancora la scuola. Joseph, quando trova un po’ di tempo libero dagli impegni del Centro, coltiva un campicello e ne vende il raccolto per pagare le spese di studio del fratello che frequenta le secondarie.


Quest’anno Joseph finisce la quarta classe e lascerà il Centro.

Questa testimonianza è stata raccolta da Suor Zita del centro di formazione secondaria "Nyota ya Asubuhi" di Ilamba.

venerdì 26 novembre 2010

Italia unita... a tavola!

Alcuni giorni fa mi trovavo su un volo Atene – Monaco e mi è capitato per le mani uno dei quotidiani distribuiti gratuitamente dalla compagnia aerea, il Wall Street Journal. A pagina due mi sono imbattuto in un articolo scritto da Francis X. Rocca, il corrispondente dall’Italia. Il tema dell’articolo era il rapporto degli italiani con il cibo prendendo come pretesto l’uscita di una nuova edizione del libro del romagnolissimo Pellegrino Artusi. In un volo dalla Grecia su un giornale americano c’era una storia di Romagna, e mi è sembrato interessante riportare alcuni brani di questo strano e sorprendente incontro.

“Saranno i maccheroni, vi giuro, che uniranno l’Italia.” Non sappiamo se veramente Giuseppe Garibaldi, condottiero leggendario del Risorgimento che ha unificato gli stati della penisola italiana, pronunciò davvero queste parole, eppure esse testimoniano il ruolo centrale - spesso ossessivo – che il cibo ha sempre giocato nella cultura e società italiana.


L’Italia segna il suo centocinquantesimo anniversario come moderna nazione-stato il prossimo anno, ed il flusso di manifestazioni, trasmissioni, libri ed inserti di quotidiani e riviste che commemorano la ricorrenza è già in piena. Nulla potrà esprimere meglio “il sapore” di questo avvenimento dell’uscita prevista per il prossimo mese della nuova edizione di “La scienza in cucina e l’arte del mangiar bene” di Pellegrino Artusi. Pubblicato per la prima volta nel 1881, il libro si posiziona come classico della letteratura e non semplicemente come libro di ricette.

Le liste di ingredienti e le indicazioni sulla loro combinazione sono frammiste ad affascinanti digressioni sulla storia, letteratura, mitologia classica, folklore, scienza e gossip. Ad esempio, la ricetta dell’Artusi per la preparazione dell’Arista (lonza di maiale arrosto) spiega che il suo nome deriva da un’espressione greca che significa “buono”, usata dai vescovi della chiesa ortodossa d’oriente per la preghiera recitata quando veniva servito il pasto durante il Concilio di Firenze nel sedicesimo secolo.



“L’arte di mangiar bene” non fu solo un omaggio al buon cibo; fu anche un atto di patriottismo. Artusi era un ricco mercante della seta proveniente dal nord della Romagna ed impiegò decenni compilando ricette da tutto il paese, contribuendo di fatto all’unificazione italiana. Il suo libro fu un trampolino di lancio per la versione fiorentina del dialetto toscano, in futuro la nuova lingua nazionale, che al tempo nessuno al di fuori di Firenze la parlasse. I dialetti regionali rimangono tuttavia forti anche al giorno d’oggi. Molte persone li preferiscono per la comunicazione quotidiana, ed un amico linguista stima che circa metà della popolazione parla ancora meglio il proprio dialetto che la lingua italiana ufficiale. E ciò avviene anche in cucina. Alcuni piatti, come gli spaghetti o la cotoletta di vitello alla milanese, sono divenuti parte del menu nazionale. Ma è difficile trovare qualcuno a Torino che a mangia le orecchiette alle cime di rapa oppure qualcuno in Sicilia che al ristorante ordina un risotto allo zafferano.

Non dovrebbe quindi sorprendere che, oltre un secolo e mezzo dopo che lo statista austriaco Klemens von Metternich definì l’Italia come una mera “espressione geografica”, l’unità d’Italia rimanga un lavoro in corso. Nelle elezioni locali dell’anno scorso oltre un quarto degli elettori ha votato in Veneto e Lombardia la Lega Nord la quale, sebbene abbia abbandonato la sua retorica separatista degli anni novanta, continua a giocare pesantemente su un risentimento nei confronti di un meridione sottosviluppato e stato-dipendente.

Se la nazione ha un cuore, la via per raggiungerlo passa certamente attraverso lo stomaco. Secondo un recente sondaggio promosso da Coldiretti, circa la metà degli italiani pensa che l’aspetto più significativo dell’identità nazionale sia la cucina, davanti alla cultura, la moda ed il calcio. E’ significativo che anche gli insulti tra diverse regioni riconoscano un’origine legata al cibo: i settentrionali sono etichettati “polentoni” (mangiatori di polenta) mentre i meridionali “terroni” (mangiatori di terra).

Forse il declino del cibo cucinato in casa in Italia sta ispirando una nostalgia per il sempre più raro stile di vita tradizionale. Anche se non hanno più tempo per cucinare del buon cibo, gli italiani potranno almeno leggere come si prepara grazie all’applicazione Artusi presente su i-Phone e i-Pod.

M.L.

martedì 19 ottobre 2010

Turismo Responsabile a Bomalang'ombe

Di seguito una carrellata di fotografie scattate a Bomalang'ombe nel corso del viaggio di turismo responsabile organizzato da VolontariA e T-Erre lo scorso settembre.

sabato 2 ottobre 2010

Ruaha National Park

Di seguito il montaggio di alcuni video girati durante un safari al Ruaha National Park nel settembre 2010. Dopo l'annessione dell'Usangu Game Reserve il Ruaha è diventato per estensione il parco nazionale più grande della Tanzania (superando anche il Serengeti) ed il secondo in tutta l'Africa. Durante la stagione secca il corso d'acqua si riduce sensibilmente e tutti gli animali, per abbeverarsi, sono costretti a scendere nel letto inaridito del fiume sfidando i numerosi branchi di leoni che ne sorvegliano le sponde.



martedì 28 settembre 2010

Swahili: Ponte o Barriera?

Il luogo comune che aleggia intorno allo Swahili è che si tratta di una lingua che accomuna tutti gli stati dell’Africa Orientale e che è in grado di portare stabilità all’intera regione. C’è chi suggerisce che nei futuribili “Stati Uniti d’Africa” lo Swahili dovrà necessariamente rappresentare la lingua ufficiale. La verità è che lo Swahili ha fallito nell’intento di rimanere fuori dalla politica. Ed è tutta colpa di Che Guevara… beh, più o meno.


Nel 1965 il rivoluzionario argentino adottò il termine Swahili per “tre”, tatu, per designare il suo grado gerarchico nell’esercito cubano. Questo avveniva nel corso dell’offensiva della guerriglia nello Zaire orientale contro l’allora presidente Joseph Mobutu. La missione del Che fallì, l’instabilità si radicò nella regione e i politici di Kinshasa delle regioni occidentali cominciarono ad associare lo Swahili alla ribellione. La vendetta si è compiuta quando un ribelle che parlava Swahili proveniente dall’Est di nome Laurent Kabila, rovesciò Mobutu, l’incontrastato campione Lingala, la lingua franca del paese. A Kabila succedette il figlio, Joseph, che non parlava Lingala, ed in virtù di questo ebbe una difficoltosa campagna presidenziale nel 2006: i critici lo etichettarono come straniero dal momento che dovette confidare su interpreti (inclusa la moglie) per vincere le elezioni […].

La situazione è comunque andata modificandosi negli ultimi anni registrando un aumento dell’uso dello Swahili in Congo, un paese con 66 milioni di abitanti e 220 gruppi etnici. Ciò è avvenuto anche grazie ad un diffuso sentimento di apatia nei confronti del gruppo dominante Lingala che hanno prosperato durante gli anni del colonialismo belga e del regno di Mobutu. La nuova costituzione introdotta nel Febbraio 2006 ha inserito lo Swahili insieme al Lingala, Tshiluba e Kikongo come una delle quattro lingue ufficiali nazionali della R.D. del Congo. In aggiunta a ciò, la recente riforma militare ha visto l’integrazione degli ex-ribelli di lingua Swahili nell’esercito regolare, il che ha posto termine al dominio del Lingala come linguaggio per l’addestramento militare […].



Inoltre, l’instabilità nella regione dei Grandi Laghi a partire dal 1990 ha portato un grande flusso di profughi di lingua Swahili provenienti dal Ruanda, Burundi ed Uganda fino al cuore del Congo […].

Tendenze simili sono state registrate in Ruanda, Burundi, Sud Sudan e Somalia dove gli esuli rientranti hanno portato con sé la lingua appresa nei campi profughi in Kenya e Tanzania.

In Uganda il governo si sta prodigando in uno sforzo per promuovere questa lingua, ma deve confrontarsi col fatto che lo Swahili rimane impopolare tra le generazioni più vecchie e tra i Baganda, l’influente tribù che associa lo Swahili con i passati abusi perpetrati dai militari. In particolare, l’espressione “panda gari!” (Sali sull’auto!) era comune ai tempi del Presidente Milton Obote e del dittatore Idi Amin negli anni ’70. Questa espressione veniva usata per intimare agli avversari politici (veri o presunti) di salire sui mezzi di sicurezza durante le brutali irruzioni. Chi salì su quei veicoli non fece più ritorno. Idi Amin decretò poi che lo Swahili doveva diventare l’unica lingua nazionale […] . Le cose non sono migliorate quando il Presidente Yoweri Museveni salì al potere con le armi nel 1986, aiutato da politici ed ufficiali che avevano studiato o erano stati esiliati in Tanzania, la patria spirituale dello Swahili.



Lo Swahili non riceve troppi complimenti nemmeno in Kenya, sebbene venga correntemente parlato da circa 20 milioni di persone. Nonostante sia una delle lingue nazionali (insieme all’inglese), tutta la corrispondenza ufficiale viene condotta in inglese. Inoltre l’elite culturale ed economica del paese riserva lo Swahili per le comunicazioni informali oppure per esigenze di campagne elettorali. Infatti alcuni accusano i politici di sostenere in modo puramente formale questa lingua, dal momento che tendono ad associarla comunemente con scarsi livelli di alfabetizzazione[…].

Ma quanto è pura la lingua Swahili? Questo linguaggio nacque circa 1000 anni fa in Africa Orientale .Il suo nome deriva dall’espressione araba “area costiera”, che è poi la zona dell’Africa Orientale dove risiede la maggior parte di coloro che parlano questa lingua. La parola “Swahili” verrà successivamente utilizzata per descrivere il linguaggio, la cultura e i popoli di questa regione. Come linguaggio esso deriva da un amalgama di Arabo, Persiano e Bantu e contiene termini prestati dal Portoghese, Tedesco e Inglese. I trafficanti arabi di schiavi hanno portato lo Swahili fino al cuore dell’Africa, dove i missionari europei l’hanno trovato e studiato finendo per pubblicare il primo dizionario Swahili - Inglese. Anche i colonialisti hanno successivamente adottato questa lingua principalmente per poter commerciare nelle zone più rurali del continente.



Lo Swahili viene parlato da interi popoli in Tanzania (32 milioni), Kenya (20 milioni), DR Congo (15 milioni), Uganda (8 milioni), Burundi (2 milioni), Ruanda (2 milioni), Malawi, Sudan, Somalia, Mozambico e Comore. Ma è realmente solo in Tanzania che lo Swahili si è diffuso e sviluppato. Non è solo riuscito ad unire un paese composto da 120 tribù, ma è anche diventato l’ingrediente principale dell’identità culturale e nazionale. La sua crescita va accreditata soprattutto al Presidente Julius Nyerere che ha reso lo Swahili nel 1962 unica lingua nazionale usandolo poi nei suoi villaggi collettivi chiamati ujamaa. L’esperimento socialista di Nyerere fu in definitiva un fallimento, ma portò alla nascita di uno fra i paesi etnicamente e politicamente più stabili di tutta l’Africa.



Post tratto dall’articolo “The Language Barrier” di Mathias Muindi pubblicato nel 2008 da BBC Focus on Africa

venerdì 20 agosto 2010

Mangiatori di Uomini

24 Settembre 2001, villaggio di Mnali. Sono le 6 della sera, e Pili Tengulengu, otto anni, torna a casa come ogni giorno insieme ai cugini. Hanno trascorso la giornata in giro, e sanno che la zia li aspetta prima che faccia buio. Percorrono in fila indiana uno stretto sentiero fiancheggiato da muri di erba elefante, alta oltre due metri. Pili chiude la fila. I cugini sentono un fruscio, un rumore appena accennato e poi l’urlo strozzato di Pili. Si voltano e non la trovano. Corrono a casa per denunciare l’accaduto ai genitori, i quali immediatamente organizzano le ricerche insieme ad altri adulti. I miseri resti di Pili scartati dai leoni vengono ritrovati poco tempo dopo in mezzo alla folta vegetazione.

Gennaio 2003, villaggio di Simana. Salum Mohamed viene svegliato nel cuore della notte dalle grida del nipote Hassani. Lo trova con un braccio incuneato tra i pali della parete esterna della capanna. Dai ringhi e dai brontolii capisce che il nipote è stato afferrato per un braccio da un numero imprecisato di leoni, che non sono riusciti a trascinarlo all’esterno soltanto perché il corpo del bambino si è incastrato tra due pali di sostegno. Inizia una tragica lotta tra Salum e gli animali per contendersi la vita del ragazzo. Gli animali si arrendono, strattonano con forza il braccio e lo strappano all’altezza della spalla. Salum riesce a fermare in modo improvvisato l’emorragia e la mattina successiva porta in bicicletta il nipote all’ospedale di Lindi. Hassani rimane mutilato ma sopravvive.


Luglio 2003.. Mohamed Suleman ha 15 anni e sta percorrendo la strada che conduce a Simana in bicicletta. Intravede più avanti due figure in mezzo alla strada, ma il riverbero del sole sulla strada gli impedisce di distinguerle chiaramente. Soltanto a pochi metri si accorge che si tratta di leoni. Immediatamente tira i freni e blocca la bicicletta. I leoni si dividono ed ognuno si getta tra la fitta vegetazione ai bordi della strada. Mohamed gira in fretta la bicicletta e torna sui suoi passi pedalando più veloce di quanto abbia mai fatto. Ha capito di essere appena sopravvissuto ad un agguato.

29 Maggio 2004, villaggio di Kipanda. Somoe Linyambe è un’anziana signora che vive insieme al marito ed alla nipote di 5 anni. E’ appena tornata dai campi, dove ha raccolto i tuberi per la cena. Il marito è andato a prendere l’acqua, quindi Somoe inizia a tagliare la legna necessaria per il fuoco. L’attacco è stato fulmineo, ed il leone ha ucciso Somoe davanti agli occhi della bambina. Al suo ritorno il marito non vedendo Somoe chiede alla nipote: “Piccola, dov’è la nonna”. E la bimba risponde: “Una mucca è saltata fuori dall’erba e l’ha portata via”. Di Somoe troveranno solo le gambe, a circa mezzo miglio di distanza.

Sono tre anni che i leoni terrorizzano questi villaggi e la gente, impaurita ed esasperata, decide di avvelenare i resti del corpo di Somoe sperando che il leone ritorni a cibarsi dei resti. Le gambe scompaiono nel corso della notte, e la mattina successiva trovano il leone morto non lontano da quel luogo. Quello stesso leone era stato in precedenza oggetto di due battute di caccia ed in entrambe le occasioni era stato colpito.

Dal 2001 al 2004, nella regione di Lindi, nella costa meridionale della Tanzania, tre diversi gruppi di leoni hanno provocato 113 vittime e 52 ferimenti e mutilazioni. Più in generale in Tanzania, dal 1990 al 2004, 563 persone sono morte e 308 sono rimaste ferite in seguito ad attacchi di leoni. La regione di Lindi è in assoluto la più colpita da questo fenomeno. Questi luoghi si trovano non lontano dalla più grande riserva di caccia dell’Africa, la Selous Game Reserve. Tuttavia le zone colpite distano quasi 200 km dai confini della Riserva, il che permette di escludere che i responsabili di tali massacri siano leoni che abbiano sconfinato. In realtà le zone limitrofe ai parchi non conoscono questo problema, poiché qualunque leone può trovare a meno di 200 metri di distanza in qualunque direzione gli ungulati che costituiscono le sue prede abituali. La Tanzania meridionale è l’ultimo luogo in Africa dove ancora resiste una popolazione significativa di leoni all’esterno di aree protette; questi predatori, a causa del degrado ambientale e dell’avanzare dell’agricoltura, hanno progressivamente visto scomparire gli animali selvatici normalmente cacciati ad eccezione di una specie, il maiale selvatico. Il maiale selvatico è l’unica specie che ha beneficiato in qualche modo dall’avanzata dell’uomo, trovando abbondanti fonti di cibo nei campi coltivati.

Tutti i contadini della Tanzania odiano i maiali selvatici perché devastano i campi e compromettono i raccolti, ma non hanno focalizzato un altro effetto che la diffusione dei maiali selvatici ha comportato. Essi infatti conducono i leoni verso i villaggi e li portano a contatto con la popolazione. I leoni, oltre i maiali selvatici, hanno iniziato frequentemente a nutrirsi di cani e capre, ed in diverse occasioni hanno optato per una preda ancora più facile da catturare: gli uomini ed in particolare i bambini. C’è un altro aspetto che potrebbe facilitare il lavoro ai leoni. Molti degli attacchi che si sono verificati hanno fatto pensare ad agguati studiati e premeditati. Gli uomini sono una specie abitudinaria, i contadini percorrono al ritorno dei campi i medesimi sentieri alla stessa ora, le famiglie si coricano tutte all’imbrunire, i bambini tornano da scuola sempre allo stesso orario.

Questi attacchi a Lindi sarebbero frutto del cosiddetto “effetto Njombe”. Esso trae il proprio nome da alcuni episodi che hanno visto come protagonisti i leoni di un Distretto (Njombe appunto) della Tanzania centromeridionale. Secondo le cronache, questi leoni avrebbero ucciso dal 1932 al 1947 circa 1500 persone. Questa strage avrebbe seguito lo sterminio di tutta la fauna selvatica operata dagli inglesi nel tentativo di eradicare la peste bovina. 15 leoni sono stati abbattuti e molti altri hanno abbandonato la zona di Njombe, che da un punto di vista ecologico non poteva più nutrirli. In pratica quindi anche i focolai di Lindi deriverebbero da un collasso ecologico e preluderebbero la scomparsa dei leoni da quei territori.
Un altro rilievo che farebbe propendere per la causa ambientale è che gli attacchi subiscono un picco nel corso della stagione asciutta. Gli animali selvatici sarebbero costretti a percorrere lunghe distanze per cercare l’acqua e si allontanerebbero dal territorio dei leoni ai quali non rimarrebbe che avvicinarsi alle abitazioni e agli animali domestici.


Gli attacchi di leoni hanno sempre provocato nelle popolazioni locali superstizioni e paure ancestrali. In molte occasioni le battute di caccia e le trappole non riescono a fermarli, ed i leoni assumono progressivamente i contorni di inafferrabili spiriti evocati da persone cattive con lo scopo di nuocere ad una persona o ad una comunità. A Lindi si racconta che chi vuole lanciare il malocchio contro qualcuno si reca in Mozambico dagli stregoni Makonde, i quali vengono considerati i più potenti per eseguire questo tipo di maleficio. Essi forniscono due tipi di erbe. Il primo tipo va posato nella foresta per richiedere i servigi del leone. Colui che esegue il maleficio deve rimanere nel “bush” fino a quando il leone tornerà dalla caccia, ed una volta tornato dovrà porgere al leone il secondo tipo di erba nel palmo aperto della mano. Il leone la mangerà ed il maleficio verrà interrotto. Purtroppo chi lancia il malocchio non riesce sempre a completare il sortilegio. Infatti la visione del leone che si avvicina furtivamente di notte con il muso insanguinato provoca spesso la fuga ed il leone non riceve l’erba che serve a “disattivarlo”. Il maleficio non viene interrotto ed il leone continua ad uccidere. I superstiziosi credono quindi che quando un leone uccide una persona è perché le è stato lanciato il malocchio, mentre quando a morire sono tanti ciò avviene perché il rito non è stato eseguito correttamente.

I leoni di Lindi sono soltanto gli ultimi leoni che contribuiscono a cementare il mito del mangiatore di uomini. Nel 1898 a Tsavo, in Kenya, una coppia di maschi senza criniera uccise 135 operai impegnati nella costruzione della ferrovia Mombasa-Nairobi. Questi due esemplari, abbattuti da Patterson, sono oggi esposti imbalsamati al museo di Chicago e sono entrati nella cinematografia grazie al film “Spiriti nelle tenebre”.

Questo post è stato tratto dall'articolo che trovate al link seguente.
http://www.nationalgeographic.com/adventure/photography/africa/tanzania/lions-maneating.html


M.L.

martedì 10 agosto 2010

Sagre di Romagna

Con l'arrivo dell'estate la Romagna manifesta tutto il suo amore per le proprie radici e tradizioni e la massima espressione di questa "etnicità" ostentata sono le sagre...









domenica 11 luglio 2010

Udzungwa Scarp

La Riserva Forestale di Udzungwa Scarp è una delle maggiori aree forestali che coprono la catena dei Monti Udzungwa, situati nella Tanzania centro-meridionale. Essa copre una superficie di circa 220 km2 sul versante sud-orientale della catena montuosa. Insieme al Parco Nazionale dei Monti Udzungwa, che rappresenta la sua continuazione settentrionale, costituisce un’area protetta di eccezionale valore ecologico, biologico ed ambientale. I Monti Udzungwa infatti rappresentano una porzione dell’Arco Orientale, una serie di rilievi montuosi che anticamente costituivano un’unica catena che attraversava da sud a nord tutta la Tanzania per terminare in Kenya.

L’erosione che ha avuto naturalmente luogo nel corso di milioni di anni ha provocato una parcellizzazione dell’antica catena in tante “isole” di rilievi coperti di foresta ed ecologicamente separate le une dalle altre da profondi avvallamenti caratterizzati da clima ed altitudine profondamente diversi. In questo modo l’evoluzione delle specie di animali e piante è proseguita in ognuno di questi segmenti montuosi in modo autonomo, dando origine ad una estrema biodiversità concentrata in superfici relativamente piccole. E’ grazie al grande numero di nuove specie scoperte e ancora da scoprire che i Monti Udzungwa si sono meritati l’appellativo di “Galapagos d’Africa”.

Un aspetto importante dell’Udzungwa Scarp è che la sua foresta primaria si estende lungo le pendici delle montagne partendo da un’altitudine di circa 400 metri s.l.m., con un caratteristico paesaggio di savana, fino ad un’altitudine di 1900 metri s.l.m., con un clima completamente diverso caratterizzato da abbondanti piogge e freddo intenso. All’interno di questa ampia varietà di ecosistemi si sono evolute e differenziate centinaia di specie di animali e piante, oltre a tutte le specie che hanno colonizzato successivamente questi luoghi e che si possono trovare anche in altre aree.

Tra le specie animali che si possono trovare solo nell’Udzungwa Scarp, ed in particolare in una piccola zona della riserva, la storia più curiosa riguarda la “Rana mammifera” (Nectophrynoides asperginis), così chiamata perché è ovovivipara e cioè non depone uova ma dà alla luce girini vivi. Il suo habitat sono le cascate di Kihanzi, e perché il suo ciclo biologico si completi sono necessarie proprio la corrente e gli spruzzi delle cascate. Kihanzi è sito scelto nel 2000 per la realizzazione di un gigantesco impianto idroelettrico, costruito grazie ad un progetto della Banca Mondiale da 270 milioni di dollari . L’opera di presa dell’acqua avrebbe modificato il naturale corso delle cascate minacciando così la sopravvivenza della rana mammifera. Grazie al grande lavoro delle associazioni di ambientalisti e agli studi dei biologi è stato possibile modificare il progetto originario in modo da conservare una nicchia ecologica per le rane.

Udzungwa Scarp è straordinariamente ricca di anfibi e rettili unici di queste zone, mentre i mammiferi più diffusi sono cinque specie di primati (colobo rosso, colobo bianco e nero, la scimmia di Syke’s, galagoni, cercocebo di Sanje), iraci, leopardi (nella parte più bassa della foresta), piccole antilopi e numerose specie di piccoli mammiferi che abitano il sottobosco. Tra questi il più simpatico è sicuramente il rincocione, un toporagno-elefante caratteristico dell’Africa orientale. Una nuova specie di rincocione è stata scoperta recentemente dai ricercatori del Museo Tridentino proprio sui Monti Udzungwa.

http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/topo-tanzania/1.html

La foresta dell’Udzungwa Scarp è seriamente minacciata dall’attività umana e dall’espansione degli insediamenti che si trovano lungo i confini della riserva. Purtroppo lo status di Riserva Forestale non garantisce le stesse misure di protezione che difendono i Parchi Nazionali, per cui attività illegali di bracconaggio ed il taglio indiscriminato degli alberi della foresta fanno sorgere interrogativi e preoccupazioni in merito alla sopravvivenza di questo straordinario quanto fragile ecosistema.

Un modo per aumentare l’interesse nei confronti di questa Riserva potrebbe essere quello di pubblicizzarne lo sfruttamento nel contesto di progetti di Ecoturismo. Il Museo Tridentino di Scienze Naturali ha provato ad esplorare questa possibilità, purtroppo con modesti risultati. Infatti il trekking in foresta non garantisce la stessa spettacolarità di un safari (gli alberi fitti ostacolano la visione della fauna) ed è tutt’altro che ricco di comfort. In più, come se non bastasse, il governo tanzaniano, forse per evitare le invasioni (per altro improbabili) di turisti nelle aree protette, ha burocratizzato pesantemente l’accesso alle Riserve Forestali imponendo il pagamento di una quota giornaliera superiore a quella del parco nazionale da effettuare esclusivamente negli uffici di Morogoro, a centinaia di km cioè dall’ingresso in foresta.

Tutte queste misure non hanno impedito, a mia moglie e me, di sperimentare il primo tratto di un trekking che attraversa tutta l’Udzungwa Scarp da Masisiwe (villaggio a circa 1900 metri) fino a Chita, che sorge lungo le sponde del fiume Kilombero proprio ai piedi della catena degli Udzungwa. La nostra meta era Kihanga (S 08°22’19,7”, E 35°58’52,9”) a 1692 s.l.m., che si trova a 11,2 km in linea d’aria dal villaggio di Masisiwe. La durata prevista era di 4 ore di marcia con i portatori. Malauguratamente abbiamo ritenuto di potere fare senza, ed il tempo di percorrenza e la fatica si sono dilatati sensibilmente (noi abbiamo impiegato circa 6 ore).

Gli abitanti di Masisiwe millantano di riuscire a raggiungere Chita in 8 ore, ma se dovessi prevedere un trekking considererei tre giorni di cammino per completare il percorso.

Kihanga è il campo base a cui si sono appoggiate tutte le spedizioni esplorative dell’Udzungwa Scarp, dove cioè i ricercatori e i naturalisti hanno montato i campi in grado di ospitare loro e le attrezzature necessarie allo studio della foresta e dei suoi abitanti.


Kihanga non è altro che una minuscola radura in mezzo alla foresta pluviale, la cui caratteristica principale è quella di trovarsi in prossimità di una sorgente di acqua purissima e trasparente assolutamente potabile, che forma fra l’altro un laghetto ideale per lavarsi.

Come detto gli unici componenti della spedizione eravamo mia moglie ed io, guidati da un anziano abitante del villaggio di Masisiwe, Stephan Kayage, che la comunità locale ha scelto per guidare le spedizioni dei visitatori che desiderano inoltrarsi nella foresta.

Stephan non aveva scarpe ed il solo bagaglio era una tanica di pombe (alcolico ottenuto dalla fermentazione del mais), due canne da zucchero ed un machete. Tutto il suo sostentamento di due giorni di marcia era contenuto in questi oggetti.

Noi eravamo stracarichi, con abbigliamento tecnico, tenda, cibo e acqua in quantità. A noi le nostre provviste sono risultate decisamente scarse.

La foresta si è rivelata una prova molto più dura del previsto, a causa del clima umido, i duri dislivelli e i tronchi abbattutti che ostacolavano il cammino, ma ci ha regalato emozioni indescrivibili. Purtroppo nei due giorni che siamo rimasti sui monti Udzungwa non abbiamo trovato il tempo per un’esplorazione del territorio circostante il campo. Appena arrivati al campo base infatti abbiamo acceso il fuoco, piantato la tenda, consumato il pasto e ci siamo fiondati immediatamente a dormire. Eravamo stremati.

Non ci sono sfuggiti però i rumori della notte, le voci dei milioni di esseri viventi che popolano la foresta. Di giorno quest’ambiente sembra disabitato, ma di notte la vita esplode letteralmente. Siamo riusciti a registrare il verso dell’irace arboricolo, il cui gracchiare sovrasta tutte la altre voci notturne.

Ci piacerebbe un giorno, forti dell’esperienza accumulata, completare il tragitto fino alla pianura del Kilombero, fino a Chita. In quell’occasione però ci faremo accompagnare da dei portatori, gente allenata ed esperta che non conosce la fatica.

M.L.