lunedì 5 marzo 2012

Progetto Bomalang'ombe: una storia di reale sviluppo

Il Villaggio di Bomalang'ombe (abbreviato "Boma") si trova sulle montagne della Tanzania centro-meridionale, in un'area estremamente  povera. Quando il CEFA (Comitato Europeo Formazione e Agricoltura) arrivò a Boma, nel 1994, il villaggio contava poco più di 3.000 abitanti. Oggi, grazie alle numerose attività promosse dal CEFA nel corso degli anni, il villaggio è cresciuto tanto da dover essere suddiviso in due comuni, Bomalang'ombe e Lyamko. Il CEFA è riuscito quindi a creare un luogo di immigrazione in ambito rurale, contrastando il grave fenomeno dell'urbanizzazione, che è causa di tanti problemi che affliggono i paesi del sud del mondo.
 I due villaggi insieme oggi contano circa 12.000 abitanti. Grazie all’intervento del CEFA sono state realizzate una centrale idroelettrica, un acquedotto, vie di comunicazione, una cooperativa che produce succhi di frutta, marmellate e salsicce, una falegnameria, oltre a tutti gli interventi nel settore sociale che hanno portato alla costruzione di due scuole primarie, un centro sociale, una sartoria ed un asilo.
In modo particolare la costruzione dell'acquedotto e delle 50 fontane ha abbattuto drasticamente il tasso di mortalità infantile per diarrea   neonatale, e la distribuzione di energia elettrica a circa 2.000 abitanti ha comportato un'evoluzione nei criteri costruttivi delle abitazioni (pavimentazioni in cemento, tetto in lamiera, muri in mattoni cotti), e un netto miglioramento della qualità della vita, grazie anche alla nascita di nuove attività commerciali.
Un altro intervento che ha prodotto un impatto grandioso sulla popolazione è stata la costruzione della strada che collega Boma alla via di comunicazione che porta ad Iringa, il centro urbano più importante della Tanzania meridionale. Quest'opera ha consentito e consente tuttora l'arrivo quotidiano dell'autobus, il mezzo per trasportare i prodotti da vendere sul mercato cittadino e per portare verso i villaggi ogni cosa, dal materiale edilizio ai fertilizzanti,  dai medicinali agli alimenti che non si trovano localmente.
Il CEFA vuole proseguire il proprio impegno negli anni a venire concentrandosi su altri villaggi del Distretto di Kilolo, che sono rimasti arretrati esattamente come lo era Boma prima del suo arrivo.

M.L.

Bomalang'ombe Project: a history of real development

Bomalang’ombe village (in short “Boma”) lies in Tanzania Southern Highlands, an extremely poor area. When CEFA (European Committee for Training and Agriculture)  arrived in Boma, in far 1994, the village counted just 3.000 inhabitants. Today, thanks to several activities promoted by CEFA during years, the village grew so much to be be divided in two municipalities, Bomalang’ombe and Lyamko. Cefa succeeded in to create a place of immigrations in a rural area, hindering the urbanization process which causes many of the problems affecting developing countries. 
The two villages together count nearly 12.000 people. Due to CEFA intervention were started an hydropower plant, an aqueduct, the main road, a cooperative producing juices, jams and sausages, a carpentry, besides all the activities in social sector such as the construction of two primary schools, a tailoring and a kindergarten.
In particular, the distribution of safe water to the population through 50 fountains drastically decreased infant mortality caused by dysentery. Furthermore, the generation of electric energy and its provision to 2.000 inhabitants produced an evolution in building criteria for houses (concrete floor, metallic roof, brick walls), a relevant improvement of life quality  and the proliferation of new economic activities.
The new road connecting Boma with one of the main cities in southern Tanzania, Iringa, determined probably the strongest impact on the population. This infrastructure allows to public transports to reach Boma and through them the population can transport agro-products toward city market, supply the village in a fast and cheap way food, fertilizers, building materials, medicines, etc.
CEFA wants to continue its commitment in future focusing Kilolo District, helping other villages that suffer the same situation of under-development present in Bomalang’ombe before 1994.   

M.L.

domenica 12 febbraio 2012

4 Ragioni per visitare il Ruaha National Park

Ho visitato il Parco Nazionale Ruaha più di dieci volte negli utlimi sei anni. Ho lavorato nella regione di Iringa quindi il Ruaha N.P. era la soluzione più semplice per sfruttare i brevi periodi di vacanza. E’ mia opinione che il Ruaha N.P. sia uno dei parchi più suggestivi ed emozionanti di tutta l’Africa orientale. Le ragioni principali per scegliere una visita del Ruaha N.P. sono:
Grazie allo scarso numero di visitatori (2.500 all’anno, contro gli oltre 250.000 che visitano il Serengeti) l’esperienza del Ruaha N.P. è una delle più selvagge che possano essere vissute in un parco africano. La maggior parte degli avvistamenti della fauna selvatica avviene nella più completa solitudine.
Il Ruaha N.P. è un tipico parco fluviale; ciò significa che tutto il Parco si sviluppa lungo il corso di un grande corso d’acqua (il fiume Ruaha appunto). Durante la stagione secca il fiume si riduce ad un piccolo torrente, che rappresenta l’unica fonte d’acqua nel raggio di centinaia di chilometri. Tutti gli animali devono convergere a questo fiume per abbeverarsi quindi è estremamente facile osservare la fauna selvatica. Spesso i predatori, che attendono le loro prede vicino al fiume, vengono avvistati durante la caccia. In questo Parco gli animali maggiormente predati dai leoni sono i bufali e secondariamente le giraffe. Ogni caccia lascia con il fiato sospeso!
Dopo l’annessione delle paludi dell’Usangu, Ruaha N.P. è divenuto il parco nazionale più esteso di tutta l’Africa, sorpassando il Kruger ed il Serengeti. Tuttavia l’area più adatta per vedere gli animali è relativamente ristretta e può essere coperta quasi interamente in un solo giorno.
Le poche strutture di accoglienza turistica presenti all’interno dei confini del Parco sono ben nascoste e mimetizzate nella natura. Ciò aiuta il visitatore a vivere una reale immersione nell’ecosistema africano. In ogni lodge o alloggio pubblico (le “banda” gestite dalla Tanapa) il turista si sente veramente calato nella natura e l’interazione diretta con gli animali selvatici è all’ordine del giorno. Ciò implica di osservare le regole di comportamento in presenza di animali e di seguire pedissequamente le istruzioni dei guardia-parco.
Suggerisco di visitare il Ruaha N.P. durante la stagione secca (da Giugno a Novembre) per osservare al meglio gli animali di grandi dimensioni. La stagione delle piogge (Dicembre-Maggio) è il periodo migliore invece per il bird-watching e per vedere la natura nella sua massima espressione di rigoglio e colore. Nella stagione umida di solito – ma non è una regola – è più difficile vedere i mammiferi.
Le due star del Ruaha N.P sono i leoni (il parco ne è letteralmente affollato) e i tragelafi o kudu (che si avvistano facilmente solo qui e al Selous), ma tutta la tradizionale fauna africana è qui ben rappresentata. L’unico membro della cerchia dei famosi “big five” che non si può vedere è il rinoceronte, che in Tanzania i turisti possono vedere esclusivamente a Ngorongoro.

M.L.

sabato 11 febbraio 2012

4 Reasons to visit Ruaha National Park

I went in Ruaha National Park more than 10 times in the last 6 years. I worked in Iringa region so Ruaha was the easiest park to visit during short holidays. In my opinion is one of the most exciting parks in whole East Africa. The main reasons to prefer the visit of Ruaha N.P. are:
Thanks to the low number of visitors (2.500 per year compared with Serengeti that hosts 250.000 visitors every year!) the experience in Ruaha N.P. is one of the wildest can be lived in Africa. Most of the game viewing occur in absolute isolation and solitude;
Ruaha N.P. is a typical river park, which means that all the park area is developed along a main river (Ruaha river). During the dry season the river is reduced to a small stream and represent the only source of water for hundreds of kilometers. All the wildlife must converge to the river so is very easy to see animals and very often predators can be observed during hunting. In this park the main prey for lions are buffaloes and secondary giraffes. All hunts are very breathtaking!
After the annexation of Usangu Swamp Ruaha N.P. became the biggest National Park in Africa, surpassing Serengeti and Kruger Park. Anyway, the main area useful for game viewing is relatively small and can be covered in one day.
All the tourist structures inside the park are hidden and well merged into nature. This helps to live a true immersion in African ecosystem. In every lodge and public huts (tourist bandas managed by Tanapa) the visitor is really inside nature and a direct interaction with wildlife is absolutely normal. Take care of your movements and follow suggestions and rules of park wardens.
I suggest to visit Ruaha N.P. from June to November (Dry season) to sight large game and predators. The rainy season (December-May) is very interesting for bird-watching and to see an explosion of colors and flowers. In rainy season usually – but is not a rule – is more difficult to see mammals.
In my opinion the two stars of Ruaha National Park are lions (the park is full of these predators) and kudus (easily sighted only here and in Selous), but all the traditional game are present. The only member of big five that you cannot see here is rhino, which can be viewed by tourists in Tanzania only in Ngorongoro.

M.L.

giovedì 26 gennaio 2012

Homeless

[...] So soltanto che certi registi realizzano film meravigliosi con budget miseri, superando ogni ostacolo. Altri fanno musica che nessuno vuole ascoltare, a parte forse un paio di pazzoidi, tuttavia nessuno riuscirebbe a distoglierli da quello che fanno, perchè bruciano di passione. Altri ancora non possono permettersi la grappa che li aiuta a scrivere ma, se per caso trovi qualche loro opera in rete e la scarichi, ti commuovi per come l'umanità si fonde con l'invendibilità, e capisci che i sentimenti più grandi germogliano sempre nel piccolo, nell'intimo, nel disperato. [...]
Da questo punto di vista, la donna più bella del mondo non può competere con la più miserevole puttana. Non esiste lusso che possa darti la sensazione di essere vivo come una sbornia presa coi tipi giusti, o come tastare un naso rotto se l'hai presa con quelli sbagliati. Soggiorno negli alberghi più belli del mondo, eppure una stanza che puzza di muffa in un quartiere in cui nessuno metterebbe volontariamente piede, ma abitata da qualcuno che ha un grande sogno, mi commuove più di un viaggio sulla Luna.

Testo tratto dal libro "Limit" di Frank Schatzing.


Galleria fotografia di Lee Jeffries, che ritrae in bianco e nero i volti di senzatetto incontrati in Europa e Stati Uniti.


sabato 21 gennaio 2012

Tempi di crisi

Nel 2008, quando scoppiò la crisi finanziaria mondiale,culminata con il fallimento di Lehman Brothers, mi trovavo in Tanzania. In un solo giorno vennero polverizzati oltre 900 miliardi di euro di capitalizzazioni e ricordo nitidamente che cercai di spiegare ai collaboratori locali la quantità di denaro che era andata in fumo in quelle ore. Per rendere ancor più convincente la spiegazione applicai il tasso di cambio e tradussi la cifra in scellini tanzaniani: scrissi su un foglio di carta la cifra 1,5 seguita da 14 zeri. Rimasero a bocca aperta. All’epoca guadagnavano il corrispettivo di circa 1,5 euro al giorno (senza alcun zero dopo…), e tali cifre erano decisamente al di fuori  dalla loro immaginazione.
Successivamente mi prodigai nel tentativo di spiegare loro i sacrifici che ci si prospettavano in Europa ed elencai una serie di beni a cui avremmo dovuto rinunciare: non saremmo più potuti andare al ristorante o al cinema, licenziamenti e disoccupazione giovanile, riduzione delle spese alimentari, basta vacanze, tagli alle scuole e ai servizi sanitari, carburanti alle stelle, rincari sulle bollette.
Mi dissero che non gli sembravano dei grandi sacrifici: loro tutte quelle cose non le avevano mai conosciute.
Nello stesso periodo a Bomalang’ombe e Lyamko, i due villaggi presso cui vivevamo, nacque dietro iniziativa di privati cittadini l’associazione “Mshikamano” (che significa “solidarietà”), che aveva lo scopo di aiutare i più poveri e i malati. Ricordo un’assemblea di Mshikamano, cui presero parte oltre cento persone, nel corso della quale vennero raccolti i fondi (pochi scellini in realtà) per aiutare alcune famiglie in difficoltà fornendo loro sapone e farina di mais.
Ci sono circa due miliardi di persone, su questo pianeta, che vivono in nazioni che non riescono a garantire loro un reddito pro capite di 2 euro al giorno (a parità di potere d’acquisto). E questa cifra non tiene conto dei poveri che vivono in India, Brasile e Cina, potenze economiche che hanno terribili problemi di disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza.
Ci sono poi circa 900 milioni di persone (quasi la popolazione di Europa e Stati Uniti messe insieme) che vivono in contesti di guerra.
Questo post non vuole sminuire il dramma delle famiglie occidentali che perdono le loro fonti di sostentamento e che conoscono situazioni di povertà. Voglio soltanto sottolineare quanto siano forti i nostri lamenti per l’attuale situazione economica e quanto silenziosa sia la maggioranza della popolazione mondiale che da sempre vive realtà di privazione e sopruso.
La crisi economica ci sta facendo solo intravedere lo stile di vita medio dei miliardi di poveri di questo mondo, e questo ci spaventa e ci scandalizza. Siamo impazienti di ripristinare la distanza tra ricchi e poveri che c’è sempre stata e che inconsciamente consideriamo come normale.
Un’ultima riflessione. Il degrado morale ed etico che permea la società dei paesi economicamente sviluppati è figlio del benessere. E’ solo un caso se le personalità che hanno comunicato i valori più alti dei tempi moderni siano fiorite in ambienti dove si sperimentavano povertà e ingiustizia?
La crisi ci restituirà i valori che avevamo dimenticato? Ci ricorderemo che l’uomo vale infinitamente più del denaro?

martedì 29 novembre 2011

Il Museo Archeologico di Sarsina (2)

Uno dei pezzi forti del Museo di Sarsina è il "Trionfo di Dioniso", un enorme mosaico di 50 m2 appartenuto ad un'abitazione privata e datato III sec. d.C.
Il mosaico raffigura, nel suo elemento centrale, Dioniso su un carro trainato da tigri e governato da Pan e da un Satiro. Attorno all'elemento centrale vi sono vari animali europei tra cui un cervo ed un cinghiale ed altri esotici quali il leone, il leopardo, la faraona.
Tra le figure disposte in cerchio intorno al disegno principale c'è un uccello che ha attirato immediatamente la mia attenzione.
Questo uccello dalle ali azzurre, il petto viola e la striscia nera sull'occhio è sorprendentemente simile alla ghiandaia pettolilla (Coracias caudatus), uccello molto diffuso nell'Africa sub-sahariana.
La somiglianza a mio avviso non è casuale. Sarsina era un luogo di intensi traffici commerciali e i mercanti in transito da e per Roma provenivano da tutto il mondo conosciuto. Ciò che veramente lascia sbalorditi è che l'artista che ha eseguito il mosaico deve aver visto di persona questo uccello, perchè l'accuratezza dei dettagli è troppo elevata. Non è difficile quindi immaginare di un mercante nordafricano, solito trattenere contatti commerciali con le carovane che attraversavano il Sahara, che deve aver acquistato questo uccello in gabbia e tentato di vendere questa rarità sul mercato romano.
Nel mosaico è anche raffigurata un'antilope con le corna "a cavatappi". Qui il parallelismo è più facile, perchè senza troppa approssimazione deve trattarsi di un eland o taurotrago.
M.L.

Il Museo Archeologico di Sarsina

Il Museo Archeologico (Nazionale) di Sarsina è uno dei segreti meglio nascosti della Romagna. Per un Museo questa non è certo una nota di merito, ma un fatto innegabile è che gli stessi romagnoli non conoscono le meraviglie che vi sono celate all’interno.
Diversi pezzi conservati nel Museo di Sarsina meriterebbero sale a loro dedicate al Metropolitan di New York o al British Museum di Londra.
Le fotografie non rendono loro giustizia e soltanto di persona è possibile cogliere la loro magnificenza ed importanza.
Di fatto si tratta di uno dei musei della civiltà romana più importanti dell’Italia Settentrionale e dovrebbe costituire una meta obbligata dei giri turistici e delle gite scolastiche in queste zone. Così, purtroppo, non è.
La maggior parte dei reperti provengono dalla Necropoli romana di Pian di Bezzo, i cui scavi principali sono stati condotti tra il 1927 ed il 1933. Alcune interessanti fotografie dell’epoca documentano le condizioni in cui venivano svolti gli scavi.
Trattandosi di una necropoli, ne consegue che molti oggetti e strutture rinvenute fossero di carattere funerario. L’imponenza di alcuni mausolei racconta con chiarezza l’importanza e la ricchezza delle persone cui furono dedicati, e testimonia come Sarsina, un piccolo centro sull’Appennino romagnolo, in passato non fosse né piccolo né isolato ma anzi si trovasse al centro di remunerativi traffici commerciali.

Che l’antica Sarsina fosse una località di intensi scambi commerciali e culturali è testimoniato anche dalle statue raffiguranti divinità appartenenti ai culti romano, greco, frigio, egizio ed orientale.
Il pezzo forte della collezione è senza dubbio l’imponente mausoleo di Rufus del I secolo a.C. che raggiunge i 13,5 metri di altezza. La sua disposizione al fianco di una luminosa vetrata da cui traspare una chiesa posta nelle vicinanze del museo è incredibilmente suggestiva ed esalta le caratteristiche di questo stupendo monumento.
Il museo ripercorre inoltre numerosi aspetti della vita quotidiana del tempo, dall’arredamento delle case, al cibo, alle tradizioni, ad opere di ingegneria idraulica, fino all’arte ed alla poesia in cui i romani eccellevano.
Nella prima sala è esposto un cippo funerario intitolato a Marcana Vera, che in forma di acrostico riporta una poesia meravigliosa:
Ver tibi contribuant sua munera florea grata
Et tibi grata comis nutet aestiva voluptas
Reddat et autumnus Bacchi tibi munera semper
Ac levi hiberni tempus tellure dicetur

La primavera ti offra il suo contributo di doni floreali a te graditi
E la voluttà dell'estate si inchini a te gradita sotto il peso delle sue spighe di grano
E l'autunno ti riporti sempre i doni di Bacco
E allora perfino la stagione invernale per la terra che ti ricopre si dirà piacevole
In una sala del secondo piano sono raccolti alcuni reperti delle civiltà umbre pre-romane, tra cui spiccano alcuni bronzetti votivi rinvenuti nell’attuale campo sportivo di Sarsina.
M.L.

mercoledì 16 novembre 2011

Modigliani e l'Art Nègre

Mi sono sempre chiesto come mai le opere di Amedeo Modigliani suscitassero in me un fascino così potente. L’esibizione “il Mistico Profano” dedicata a Modigliani tenuta nel 2010 al Museo d’Arte Moderna di Gallarate ha chiarito definitivamente questo mio quesito.
Tutto ebbe inizio nel 1897 a Bruxelles quando, all’interno dell’Esposizione Internazionale, fu dedicato ampio spazio ad alcuni reperti del museo coloniale di Tervuren appartenente a Leopoldo II. Tali reperti erano stati, per così dire, prelevati dal tirannico monarca nel corso del suo esperimento di possesso privato ed esclusivo di uno stato, il Congo belga.
La sezione africana dell’esposizione internazionale ebbe immediatamente una fortissima eco nel panorama artistico mondiale. A venirne colpito fu soprattutto il centro dei principali movimenti artistici dell’epoca, Parigi. Il primo artista documentato a manifestare il suo interesse verso l’art nègre fu Maurice de Vlaminck, nel 1905. Da questo momento in poi questa tendenza si diffuse tra tutti i principali artisti presenti all’epoca a Parigi, da Picasso a Matisse. Il Primitivismo, e cioè l’adozione di alcuni dei canoni che contraddistinguono l’are africana ed in particolare maschere e sculture lignee,  pose così le basi per due movimenti che nacquero proprio in quel periodo, il Cubismo ed il Fauvismo.
In quegli anni Modigliani stava vivendo la sua parentesi da scultore e stava lavorando a stretto contatto con lo scultore rumeno Constantin Brânçusi, il quale aveva sposato con entusiasmo i principi del Primitivismo.
L’ art nègre insegnò ai principali esponenti della storia dell’arte occidentale una straordinaria capacità di sintesi formale, la semplificazione delle figure, ed un’espressività immediata
Questa influenza è molto evidente nei lavori di Modigliani scultore, ed è innegabile che questa fase influenzò in maniera determinante il  processo di maturazione che lo portò, dal 1915 in poi, ad acquisire quel proprio e inimitabile stile che tutti sappiamo riconoscere nei suoi meravigliosi ritratti.
La riduzione dei tratti e delle caratteristiche dell’immagine conduce Modigliani a eliminare tutto ciò che di superfluo esiste in un volto selezionandone gli aspetti essenziali. L’uso numericamente moderato di colori ma la loro applicazione al massimo dell’intensità possibile conferisce un aspetto quasi “digitale” alle sue figure, esaltandone nitidezza e chiarezza espressiva. 
La mia attrazione nei confronti dei dipinti di Modigliani è se possibile ancora lievitata da quando ho scoperto che, seppur attraverso un percorso tortuoso, essi trovano ispirazione nelle culture che abitano le foreste dell’Africa Centrale.
M.L.

mercoledì 26 ottobre 2011

Kilwa

Quando mi sono trovato di fronte, durante la vista della sezione Africana del British Museum, a cocci di ceramica provenienti da Kilwa Kisiwani, in Tanzania, sono rimasto di stucco. Sapevo che Kilwa era un luogo di interesse storico rilevante per la Tanzania, ma non immaginavo che lo fosse a tal punto da dedicargli una teca nel prestigioso museo archeologico londinese. Di fronte a quei pochi e incompleti reperti, ho ripensato a quei giorni di ottobre di tre anni fa durante i quali, insieme ad una coppia di amici, siamo partiti alla scoperta di questa località così importante per la storia dell’Africa orientale e così ignorata dal turismo internazionale.

Dopo aver noleggiato un auto a Dar es Salaam, un piccolo fuoristrada con il cambio automatico assolutamente inadatto all’itinerario che stiamo per affrontare, partiamo all’alba di un sabato di ottobre. La strada che da Dar es Salaam conduce a Kilwa è di per sé un’esperienza che va vissuta ed assaporata con i tempi giusti e senza fretta. Si tratta della strada costiera che conduce fino in Mozambico, percorsa regolarmente da autobus che hanno passato da tempo l’età della rottamazione. Essi impiegano, a causa delle pessime condizioni della strada e dei numerosi villaggi in cui sostano moltissimo tempo per raggiungere Kibiti, Kilwa, Lindi, Mtwara e poi il Mozambico.
Fino a Kibiti,a circa tre ore dalla capitale, la strada è stata asfaltata da poco ed è un lungo rettilineo che fende la vegetazione tropicale, gli imponenti manghi e gli alberi di quello strano frutto che è l’anacardo.
Dopo Kibiti si attraversa il nuovo ponte sul Rufiji, dedicato all’ex presidente Mkapa, il quale permette di evitare il passaggio del fiume a bordo di lente e pericolanti chiatte, che era la norma fino a pochi anni fa.
Dopo il ponte la strada si trasforma in una pista polverosa (se è la stagione secca) o fangosa (se è tempo delle piogge); in entrambi i casi la sua superficie si presenta sconnessa e malandata al punto che in molti tratti si rinuncia allo slalom per evitare le buche e ci si getta rassegnati in questi avvallamenti a spese di ammortizzatori e lombalgie.
In questo tratto (due ore, se non ricordo male), si incontrano di frequente babbuini e altri animali selvatici come i kudu. Non siamo lontani dalla Riserva del Selous e anche gli incontri con i leoni non sono rari. E’ questa infatti la zona dell’Africa dove si registrano i maggiori decessi causati da attacchi di leoni. Consapevoli di questi episodi, ogni sosta per acquistare un casco di banane o per distendere le membra doloranti è vissuta con grande attenzione al paesaggio circostante.
Dopo un lungo tratto di buche, polvere e disagi, improvvisamente il paesaggio si trasforma radicalmente al punto che si ha l’impressione di essersi addormentati e risvegliati in un'altra parte del mondo. La strada diventa asfaltata e addirittura compaiono le righe ai bordi e al centro della carreggiata, fa la sua apparizione una segnaletica stradale incredibilmente dettagliata, avvistiamo i cartelli che riportano i nomi delle cittadine che attraversiamo, le capanne lasciano il posto a case in muratura ed intonacate, la strada è accompagnata da pali della luce e paletti chilometrici.
Ripresi dallo sgomento iniziale tiriamo un sospiro di sollievo per l’improvvisa comodità del viaggio. Pensiamo che un giorno i due tratti asfaltati si congiungeranno, ma fino ad allora si continuerà ad assistere a questo avvicendamento di paesaggi possibile solo in Africa.
La strada comincia a scendere e scorgiamo il mare. Stiamo per arrivare a Kilwa Masoko, il luogo dove ci tratterremo per due notti. Questa località è il punto di partenza per le esplorazioni delle altre due Kilwa, Kivinje e Kisiwani, le due mete di interesse storico e turistico.
Dopo circa sei ore dalla nostra partenza giungiamo a Kilwa Masoko e ci mettiamo subito alla ricerca di una sistemazione per la notte. Purtroppo, il mancato sviluppo del turismo comporta anche una scarsa disponibilità di alloggi per gli occidentali. Di fatto Kilwa è divenuto una meta per turismo di elite, per chi cioè vuole vivere alcuni giorni di oceano indiano lontano da mete frequentate come Zanzibar o Mafia. Passiamo in rassegna infatti due resort, uno dei quali addirittura con aeroplano parcheggiato di fronte, che si rivelano ben presto al di fuori del nostro budget. L’ultima possibilità è quella giusta. E’ il Kilwa Seaview resort, dotato di alloggi confortevoli e suggestivi, una spettacolare sala da pranzo costruita attorno ad un baobab e soprattutto di un listino prezzi alla nostra portata. Una rampa di scale conduce alla spiagge sottostante. Qui il mare è oceano, nel senso che la sua impetuosità non è frenata dalla barriera corallina. Ma l’acqua è trasparente e la spiaggia è deserta. Ci godiamo quindi qualche ora di relax sulla spiaggia fino al momento del tramonto, colorato e romantico come in poche altre occasioni.
L’indomani puntiamo decisi alla meta principale del nostro viaggio, Kilwa Kisiwani. Kisiwani, in Swahili, significa “nell’isola”, e infatti si tratta di un’isola raggiungibile solamente attraversando uno stretto braccio di mare sui dhow dei pescatori che attendono oziosi su quella che una volta doveva essere una banchina di un porto. Per visitare Kilwa Kisiwani occorre pagare una tassa governativa, e come spesso accade in Tanzania non è per nulla facile ottemperare a questa norma. Attendiamo circa un’ora fuori da un ufficio in prossimità del porto in attesa che qualcuno si decida a venire. La nostra attesa è premiata dall’arrivo di un impiegato o presunto tale, il quale ci fa accomodare e ci permette di pagare quanto dovuto. Se si vuole promuovere il turismo, facilitare queste procedure dovrebbe essere il primo passo, ma pensandolo commettiamo il solito errore di chi interpreta l’Africa con la mente di un europeo.
Per quanto lunga è stata l’attesa per l’attivazione del canale ufficiale, per quanto breve è stata la ricerca di un pescatore che ci desse un passaggio fino all’isola. In Africa il rispetto della legge e della burocrazia è sempre più indaginoso dell’incontro della domanda con l’offerta. Saliamo sull’imbarcazione dalla caratteristica vela triangolare e dirigiamo la prua verso Kilwa Kisiwani. Ad attenderci, dove il pescatore attracca il dhow, c’è l’edificio più suggestivo e meglio conservato dell’isola. Si tratta del forte portoghese che veniva usato come prigione nel XVI secolo, che si staglia ancora oggi a controllo dell’approdo più agevole dell’isola.
Dall’XI al al XV secolo, sotto il controllo della dinastia Shirazi di provenienza persiana, Kilwa Kisiwani assurse al ruolo di città più importante dell’Africa orientale e dell’oceano indiano. Essa infatti divenne il fulcro dei traffici commerciali recanti oro e ferro da Gran Zimbabwe, schiavi e avorio dall’Africa continentale, porcellane e spezie dall’Asia.
Di questo periodo sono gli imponenti edifici di Husuni Kubwa, dall’altra parte dell’isola rispetto alla fortezza-prigione, e la Grande Moschea di Kilwa, all’epoca la più grande dell’Africa orientale.
Nel XVI secolo i Shirazi vengono scalzati nel dominio sulle rotte mercantili dell’oceano indiano dai portoghesi di Vasco Da Gama, che però occupano l’isola per nemmeno un decennio, venendo scalzati dalla dominazione araba prima e omanita poi. Il periodo omanita, che coincide con l’ascesa di Zanzibar, sancisce l’inizio del declino di Kilwa che a metà del 1800 viene praticamente abbandonata. Nel 1981 viene dichiarata patrimonio UNESCO al fine di tutelare le sue rovine dall’incuria e dalle intemperie, intento che a giudicare lo stato di conservazione dei vari edifici non sembra del tutto riuscito.
Appena scesi dall’imbarcazione ci dirigiamo a visitare il forte. Veniamo subito agganciati dal piccolo Hassan, un bambino che a prezzo di pochi scellini si offre di farci da guida per raggiungere i vari siti dell’isola. Accettiamo di buon grado, senza paura di incoraggiare il lavoro minorile e l’abbandono scolastico: è domenica, le scuole sono chiuse e nessuno potrebbe vivere con il lavoro di guida turistica su un’isola dimenticata dal turismo.
La scelta di Hassan si è rivelata estremamente azzeccata: è un caldo soffocante è girare senza un guida sarebbe stata garanzia di perderci e di rimediare un’insolazione. Hassan ci guida tra le rovine delle moschee, il palazzo del sultano e di Mkutini. Tutti questi edifici si trovano vicini alla fortezza, per cui è facile raggiungerli. La guida è invece essenziale per raggiungere l’antico palazzo di Husuni Kubwa, dall’altra parte dell’isola. Queste rovine, si dice, rappresentano la più importante testimonianza storica dell’Africa equatoriale di epoca pre-coloniale.
Attraversando l’isola per raggiungere il Husuni Kubwa, si incontrano diversi villaggi. La vita sull’isola deve essere molto dura. Pochissima acqua, terra arida e sabbiosa, clima proibitivo. Chiediamo ad Hassan come fa per la scuola, e lui dice che bisogna attraversare il mare e andare a Kilwa Masoko. Di lavoro sull’isola ovviamente non se ne parla; anche l’agricoltura, il naturale sbocco lavorativo per i tanzaniani che non vivono in città, qui è ridotta ai minimi termini.
E’ molto triste. Le premesse per lo sfruttamento turistico ci sarebbero tutte: mare meraviglioso, natura incontaminata, siti archeologici unici. Un’altra occasione mancata per questo angolo di Africa.
Kilwa 1572
M.L.