lunedì 25 gennaio 2010

Bomalang'ombe Football Club

Non ho mai trovato sistema migliore per instaurare velocemente una relazione con un africano di una combattuta partita di calcio. Non c'è niente di meglio che mescolare sudore e fango per cancellare ogni problema di lingua, razza e religione.
Il mio primo impatto con il calcio africano non è stato però il massimo. Revel, Francia, torneo giovanile internazionale di calcio. Otto squadre, tra cui la mia, la magica Edelweiss. Si giocavano partite brevi di 45 minuti, e il match di esordio fu contro la rappresentativa under 16 delle isole Mauritius. Erano nostri pari età, ma erano mediamente alti circa venti centimetri in più. Fu un massacro. Conservo nitidamente il ricordo del calcio di inizio della partita, battuto direttamente calciando nella nostra porta e colpendo la traversa. Finì 4 a 0, ma credo che per loro fu soltanto una sgambata, mentre per noi fu una prova sovraumana. Alla fine del torneo loro si piazzarono secondi, noi ultimi.

Avvertii la stessa sensazione di strapotere fisico nelle successive esperienze in Zambia e Madagascar. In Zambia toccai a malapena il pallone, ma mi consolai al pensiero che lo Zambia è una tra le nazioni calcisticamente più forti dell'Africa. In Madagascar invece feci una discreta figura e addirittura segnai il gol del pareggio, forse perché i malgasci con cui giocai, seppur eccezionali corridori, erano gracilini di costituzione e praticavano un calcio decisamente alla mia portata.
Ma il vero punto di svolta del mio rapporto con il calcio africano avvenne in Tanzania. In due anni ebbi modo di comprendere appieno lo stile africano di giocare e soprattutto le tecniche affinchè un bianco medio possa inserirsi degnamente in una partita tra africani.
Durante la stagione secca giocavo costantemente tutte le settimane. Le partite erano frequentate da ragazzi di ogni età ed in numero variabile. Quando non si raggiungevano i ventidue giocatori, il campo veniva accorciato e una porta veniva sostituita da una porticina delimitata da due mattoni. La cosa più curiosa è che, mentre una squadra per segnare doveva logicamente far passare il pallone nella porticina di mattoni, l'altra doveva colpire o i pali o la traversa della porta grande. Lascio giudicare a voi cosa fosse più difficile.

Come ho detto, nel corso delle partite appresi la tecnica per giocare con ragazzi fisicamente più dotati di me. Gli africani in generale adottano il sistema di gioco "palle lunghe e pedalare", assolutamente improponibile per un atleta mediocre come me. Se sotto il profilo della corsa non c'era storia, sul piano tattico e tecnico potevo dire tranquillamente la mia. Per cui mi sistemavo nelle zone nevralgiche del campo e facevo gioco, abbandonando in partenza il confronto puramente agonistico per concentrarmi sullo smistamento della palla e le conclusioni in porta. Questo sistema si rivelò estremamente efficace, tanto che ben presto fui incluso nella rappresentativa del villaggio.
Per il villaggio di Bomalang'ombe fu una vera fortuna quella di avere un giocatore bianco tra le sue fila. Innanzitutto fornivo maglie e pallone, e poi il pick up dove caricavo tutta la squadra nelle trasferte negli altri villaggi. A pensarci bene, questi due aspetti potevano influire pesantemente sulla mia convocazione nelle partite tra villaggi…
Poi c'era anche il fattore del prestigio, e cioè che il Bomalang'ombe era l'unica squadra che poteva vantare un calciatore straniero!

Le partite tra villaggi venivano organizzate la domenica, ed erano eventi partecipatissimi e molto attesi da parte di tutti gli abitanti. Prima della partita venivano diffusi avvisi perché i tifosi accorressero numerosi, ed il risultato veniva commentato per giorni. Ad ogni partita si presentavano non meno di duecento persone, le quali incitavano, cantavano e ballavano per tutto il tempo. Un vero spettacolo. La mia presenza veniva accolta con curiosità, ed ogni mia caduta accompagnata da risa e grida. Non credo di avere mai provato così forte la sensazione di essere "diverso" come nelle partite della domenica. Ma imparai presto a fregarmene.
Le due partite che ricorderò per tutta la vita furono anche quelle in cui segnai. A prima fu in casa contro il Masisiwe. I giocatori del Masisiwe, per scaldarsi, vennero di corsa dal loro villaggio, che distava 15 km. Dopo la partita, sempre di corsa, vi fecero ritorno.
Segnai il gol del 2-0, e ricordo di essere impazzito per l'esultanza e di aver travolto alcuni bambini che guardavano la partita vicino alla porta. Andai ad abbracciare l'autista del progetto (tifoso sfegatato) e fui festeggiato da tutta la squadra. Per settimane si parlò del primo bianco ad aver segnato in una partita tra villaggi.

La seconda partita memorabile fu contro l'acerrimo rivale, il Mwatasi, giocando fuori casa. Come sempre fu un match molto combattuto e l'arbitro molto contestato. Segnai il gol del 2-1, ma la palla, dopo essere entrata, colpì un tifoso che si trovava dietro la porta e ritornò in campo. Noi esultammo, ma l'arbitro fu ingannato da questo rimbalzo e annullò il gol. A questo punto si scatenò un'immensa rissa (evento estremamente frequente) e noi abbandonammo indignati il campo. Lungo tutta la strada del ritorno, i giocatori assiepati nel cassone del pick cantavano orgogliosamente la frase "I nostri giocatori arrivano dall'Europa!". Un vero momento magico.
M.L.

martedì 12 gennaio 2010

I Babbuini del Samburu

La visita alla Riserva Nazionale di Samburu, situata nel Kenya settentrionale, risale al Settembre 2006. Samburu è un parco molto affascinante, estremamente arido ad eccezione di una fascia di vegetazione lussureggiante prossima al fiume Ewaso Ngiro. Le ragioni che ci spinsero a dirigersi verso questa meta (piuttosto lontana e scomoda da raggiungere) furono la possibilità di avvistare cinque specie di animali assolutamente uniche (gerenuk, giraffa reticolata, zebra di Grevy, orice e faraona somala) e la certezza di fotografare il leopardo (il parco è piccolo è i leopardi qui sono meno schivi).

Le nostre aspettative furono ampiamente premiate, ma il ricordo che si impresse nella maniera più nitida fu relativo ad un episodio che ebbe come protagonisti i babbuini che affollano i campi tendati riservati ai turisti.

La presenza dei babbuini intorno al bivacco in cui ci sistemammo fu fin da principio molto invadente. Ogni pasto veniva preceduto ed accompagnato da scorribande da parte dei più temerari. Vi garantisco che non è piacevole ricevere, nel corso della colazione, la visita di un animale di 25 Kg lanciato a piena velocità sopra la tavola con il solo scopo di contendervi la fetta di pane abbrustolito!

Il risultato fu che un membro dell'equipe che ci accompagnava dovette essere impiegato a proteggere la cucina e la tavola da sgradite invasioni, con risultati, per la verità, piuttosto scarsi. Questi pericoli sussistevano nel corso della mattina e delle prime ore pomeridiane. Con l'avanzare del pomeriggio i babbuini sospendevano l'assedio scomparendo completamente, per poi ripresentarsi il mattino successivo. Questo comportamento è collegato all'esigenza di difendersi dagli attacchi notturni dei predatori, cosa che riesce più semplice radunando il branco in un luogo riparato e facilmente sorvegliabile.

L'episodio che tanto ci colpì si verificò con l'arrivo al nostro campo di una folta comitiva di turisti americani.

La comitiva arrivò circa a mezzogiorno e si sistemò rumorosamente in riva al fiume nei pressi dei servizi igienici del nostro campo tendato. Il mio gruppo si trovava in quella zona per osservare curiosi cercopitechi ed alcuni buceri particolarmente inclini a posare per le nostre macchine fotografiche, e ricevemmo i neo arrivati con freddezza, consci che la tranquillità era ufficialmente terminata. Mentre gli americani iniziarono a consumare il proprio pasto placidamente seduti in riva al fiume, notai che i babbuini si stavano avvicinando con sempre maggior interesse. Già immaginavo l'epilogo, ma questa volta i babbuini cambiarono tattica. Il più grosso del branco prese in mano una pietra e corse verso un albero. Gettò la pietra dentro una cavità della pianta e poi se la diede a gambe in gran fretta. Immediatamente dalla pianta si levò un enorme sciame di api che si avventò sui bersagli più immediati, ossia gli sventurati americani. Questi ultimi, in preda al panico, abbandonarono il loro pasto agitando le braccia per allontanare le api nel vano tentativo di evitare le punture. Due membri del mio gruppo, già punti decine di volte, furono costretti, essendo la strada delle tende sbarrata dallo sciame, a rifugiarsi all'interno dei servizi e ad attivare le docce per difendersi dall'ira delle api. Chi tentava di avvicinarsi per recuperare gli oggetti personali veniva immediatamente respinto dalla furia degli insetti.

Una volta che tutti i rappresentanti della specie umana ebbero abbandonato la scena, i babbuini si avventarono sui pasti abbandonati e presero a consumarli tranquillamente sul posto, del tutto indifferenti alle api, probabilmente grazie allo folta peluria di cui sono provvisti questi primati. Tutto il succedersi degli eventi era stato evidentemente calcolato in precedenza ed eseguito con premeditazione, e sicuramente applicato già in altre circostanze.

Purtroppo il nostro veicolo era rimasto aperto proprio in prossimità del fiume per essere lavato. Dopo il pasto fu quindi il turno del mezzo, in cui i babbuini entrarono trasformando ogni oggetto che trovavano in gioco, devastando poi gli interni ed i sedili.

Quando lo sciame delle api placò la sua ira e decise che vendetta era compiuta, tornò nella cavità dell'albero. I babbuini, persa la protezione delle api, si allontanarono di conseguenza. E agli umani non rimase che raccogliere ciò che restava del bivacco, pulire l'auto da escrementi e detriti vari, medicare i feriti e recuperare i due sventurati che si erano rifugiati sotto la doccia.

Astuti babbuini!


M.L.

lunedì 4 gennaio 2010

Il Senso del Viaggio (2)

Occorre completare il discorso iniziato con il post precedente. Esiste una seconda categoria di viaggio, a me del tutto estranea, caratterizzata dal confronto tra l'uomo e la natura. Si tratta della ricerca del limite umano, condotta allo scopo di misurare se stessi in condizioni di estrema difficoltà e pericolo.
Non possedendo uno spirito che aneli a questo genere di esperienza, mi affido alle parole di Ambrogio Fogar, esploratore e avventuriero che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca del limite estremo. Dopo innumerevoli imprese, tra le quali la circumnavigazione del globo, la conquista del Polo Nord a piedi e diverse Parigi-Dakar, all'età di 51 anni rimane vittima di un incidente con il suo fuoristrada da cui esce paralizzato e costretto alla sedia a rotelle. Questo tragico avvenimento non interrompe la sua sete d'avventura, e nel corso di una delle ultime imprese della sua vita scrive le righe che seguono.

Se sei pronto ad affrontare le pene dell'inferno, a piangere di rabbia, di fatica e di paura.
Se sei pronto ad afferrare con i denti e le unghie la vita che il mare sembra strapparti.

Se sei pronto a non dormire e a non mangiare per qualche giorno e a stare fuori al timone della tua barca sotto frangenti che periodicamente la spazzano facendoti vivere costantemente fradicio perché il pilota automatico è in avaria.
Se sei pronto a controllare i tuoi nervi quando di notte l'urlo del vento e le muraglie di acqua aggrediscono la tua barca.
Ecco, se sei pronto a tutto questo, allora parti amico mio.

S
e sei pronto a sopportare il peso di un cielo grandiosamente bello, che ogni sera cambia colori soltanto per te e ti offre rosa e azzurri inimmaginabili e il fuoco e l'oro del sole schiacciato all'orizzonte da gigantesche nuvole nere piene.
Se sei pronto ad apprezzare il suono del vento nelle vele, il canto dei delfini, l'immobilità apparente dei gabbiani stampati nel cielo.
Se sei pronto a lasciarti trapassare l'anima da un cielo stellato.
Se sei pronto a rimpiangere di non poter condividere con il tuo amore questa enorme bellezza.

Ecco, se sei pronto a tutto questo, allora parti amico mio.
N
on dimenticare però che esiste una legge che non si può aggirare: puoi lasciare ogni tipo di bagaglio sul molo prima di partire, ma non puoi lasciare te stesso.
Ecco se sei pronto a tutto questo, vai, amico mio, e torna per raccontare.

M.L.

giovedì 31 dicembre 2009

Il Senso del Viaggio

Ciò che ci spinge a viaggiare è il desiderio di avventura, l'esigenza di staccare dalla vita quotidiana oppure la voglia di conoscere nuovi luoghi. Il viaggio però può trasformarsi in un'occasione persa, qualora lo spirito che lo anima non sia quello giusto. Dopo alcuni anni e tanti chilometri, ho capito che non è la destinazione a rendere un viaggio speciale, né il numero di tappe che è stato possibile toccare nel poco tempo generalmente a disposizione. E non sono né le fotografie né i souvenir che sono stati collezionati a restituire il ricordo del tempo trascorso.

Gli unici momenti che si fisseranno nella memoria e che ci avranno fatti crescere come essere umani saranno quelli che avremo condiviso con altre persone. Soltanto attraverso gli occhi e le parole di coloro che incontriamo sulla nostra strada è possibile vivere un luogo, capirne le regole, trarne insegnamenti e durature emozioni. Il significato più profondo del viaggiare è quindi quello di stabilire relazioni con altri uomini e donne; esse ci trasformano, modellano il nostro pensiero, conferiscono un senso al viaggio e condizioneranno la nostra vita futura.

Perché tutto ciò si realizzi, il viaggio deve essere vissuto a contatto con la gente che abita il luogo che stiamo visitando. Gli spostamenti aerei, il villaggio turistico, l'hotel di lusso precludono questo avvicinamento e lasceranno, al ritorno, una carrellata di immagini di un luogo di cui non è stata colta l'essenza e che non è mai stato veramente vissuto.

Il video che segue è l'ultimo minuto e mezzo del film "I diari della motocicletta". Esso racconta ciò che veramente rimane alla fine di un viaggio vissuto in mezzo alla gente.



E forse tutto questo ragionamento può essere esteso alla vita, che altro non è che il nostro viaggio più importante.


"Non sono le persone che fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone" (John Steinbeck)


"La vita è come un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina" (Sant'Agostino)


M.L.

lunedì 30 novembre 2009

Il progetto Kilolo

Di seguito propongo il filmato, trasmesso da RaiTre il 10 Novembre 2009, relativo al Progetto di Sviluppo Agricolo di Kilolo. Dopo quindici anni di straordinari interventi a favore della comunità del villaggio di Bomalang'ombe, l'ONG italiana CEFA lancia questa interessante iniziativa allo scopo di estendere i benefici derivanti dalla sua presenza competente ed esperta ai villaggi di un intero Distretto.
Il settore scelto per segnare questo passaggio è l'agricoltura, dal momento che consente di raggiungere un ampio numero di beneficiari e perchè incide direttamente sul reddito del 90% delle famiglie tanzaniane.
Questo progetto è realizzato dal CEFA Onlus con il sostegno tecnico ed economico del Consorzio delle Buone Idee di Bologna.

sabato 29 agosto 2009

Chamaleon Safari

Quando capii in che parte dell'Africa ero capitato a trascorrere i miei due anni di servizio, c'era un aspetto che non mi andava proprio giù. L'immaginazione aveva solidamente costruito un paesaggio fatto di acacie, grandi mammiferi africani, caldo e frutta tropicale. La natura esercita in me un fascino irresistibile, e quella che ero andato a cercare aveva dei contorni ben definiti.
Risultato: mi trovavo a 2000 metri di altezza, il clima era terribilmente freddo, l'albero più diffuso era il pino canadese e mangiavo pesche e pere. Ma soprattutto di fauna africana non ce n'era nemmeno l'ombra. Se non ci fossero state le capanne e la terra rossa il resto del paesaggio sarebbe stato assolutamente identico a quello dell'appennino tosco-romagnolo.
In un paio d'ore d'auto si scendeva di quota e la natura corrispondeva effettivamente a quella che avevo immaginato, ma non era lì che abitavo.
Chiaramente questo disappunto non poteva in alcun modo minare l'esperienza che avevo il privilegio di vivere, però una puntina di amarognolo rimaneva nel profondo.
Questo finché non capitò nel villaggio un erpetologo di Harvard, il quale ci chiese ospitalità per il tempo necessario a svolgere le sue ricerche.
Costui si chiamava Luke Mahler (http://www.oeb.harvard.edu/faculty/losos/mahler/) ed il suo arrivo fu accompagnato da un profondo sentimento di curiosità: cosa poteva cercare un naturalista americano in un luogo come questo? Fu lui a darci la risposta: camaleonti.

Molto timidamente gli facemmo notare che in sei mesi di permanenza non ne avevamo visto nemmeno uno. Ma lui ci rispose che non sapevamo cercarli, e che quella notte stessa ce li avrebbe mostrati. Di notte?!?
Luke era pratico di quel tipo di ricerche e andò immediatamente a presentarsi al capo villaggio per spiegare il motivo della sua presenza e per chiedere il permesso di aggirarsi di notte a raccogliere camaleonti. I permessi furono concessi, e non appena si sparse la notizia che un mzungu (bianco) cercava vinyonga (camaleonti), iniziò un'ininterrotta processione a casa nostra da parte di persone intenzionate a vendere i camaleonti che avevano catturato per l'occasione. Fra queste persone c'erano anche alcuni nostri dipendenti.
Noi rimanemmo sbalorditi per due motivi: il primo era che il giorno prima non sapevamo neanche che questi animali fossero presenti in così gran numero nei dintorni di casa, il secondo era che il camaleonte è un animale porta-sfortuna per la cultura locale, e la gente ne è del tutto terrorizzata. Ma pochi spiccioli si erano dimostrati più potenti delle ataviche credenze…



La notte, come anticipato, uscimmo con Luke alla ricerca di camaleonti. Fu nel corso di quella camminata notturna (a cui ne seguirono numerose altre) che Luke ci spiegò che il nostro villaggio sorgeva in una delle aree naturalisticamente più interessanti dell'Africa intera. Non c'erano leoni ed elefanti, ma quelli non sono animali rari per l'Africa. Invece in quella zona, proprio per le sue caratteristiche di isolamento ecologico e climatico rispetto alle aree circostanti, si erano evolute molte specie del tutto singolari e uniche, soprattutto all'interno delle classi dei rettili e degli anfibi. In particolare, era una delle poche zone dove si potevano trovare contemporaneamente tre rare specie di camaleonti poco descritte dal mondo scientifico, ovvero il Chamaeleo werneri, il Chamaeleo tempeli ed il Chamaeleo goetzi.
Il miglior modo per scovare i camaleonti, virtualmente invisibili di giorno, era quello di cercarli di notte alla luce delle torce elettriche. Magicamente la boscaglia si popolava di sagome bianche appese ai fusti delle piante ed ai rami degli alberi. Si potevano riconoscere forme adulte e forme giovanili, maschi e femmine.
Il "Safari dei Camaleonti" divenne la principale attrazione turistica da sottoporre ai visitatori del nostro progetto, e nel corso delle numerose uscite notturne avevamo imparato che il loro numero variava in funzione della stagione e che le tre specie vivevano in habitat completamente diversi: il Goetz si poteva trovare aggrappato verticalmente alle canne ed alle piante erbacee che crescevano nell'acqua di stagni e paludi, il Tempel amava dormire sulla punta dei rami dei pini, mentre il "cornuto" Werner si nascondeva nel folto degli alberi ed era quello più difficile da trovare.
Provammo anche ad allevarne uno in cattività, il che ci costrinse a catturare per lui insetti vivi e a studiare le disposizioni migliori per favorire la sua biologia. Questo camaleonte, forse reo di non rappresentare alcun interesse economico, riaccese tutte le superstizioni sopite e dovevamo stare molto attenti a non mettere il suo terrario improvvisato nelle vicinanze della cuoca, che altrimenti si rifiutava di lavorare. Il povero Brian però ci lasciò durante una notte tempestosa, quando dimenticammo la bacinella che lo accoglieva sotto al diluvio ed alle intemperie. Sei stato un buon compagno Brian.

M.L.

domenica 16 agosto 2009

Il Rifugio Sassello

Il Rifugio Sassello (N 43°54'38.0"; E 11°42'24.3") è un luogo fuori dal tempo e dall'incredibile fascino che si trova all'interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

La gestione di questo rifugio è affidata alla Comunità Montana della Montagna Fiorentina, ma i veri protagonisti della sua storia straordinaria sono gli escursionisti, che vi hanno libero accesso e che vi possono trovare tutto l'essenziale. Il principio basilare a cui attenersi quando si visita il Sassello è che bisogna lasciarlo sempre un po’ meglio di come lo si è trovato. Se si utilizzano delle provviste, è bene sostituirle con le proprie. Si può sempre rifornire la legnaia, pulire le pentole che vengono utilizzate e portare via i propri rifiuti ma anche quelli che dovessero essere stati abbandonati da precedenti visitatori poco civili. Ciò che veramente colpisce di questo rifugio è che è un'oasi di pace e tranquillità accessibile a tutti, completamente gratuita ed attrezzata di tutto punto. Pentole, stoviglie, provviste, fiammiferi, legna, coperte, materassini e addirittura chitarre ed una sdraio.


Tutti quelli che lo visitano rimangono colpiti da questo microcosmo di civiltà circondato da una natura grandiosa; molti ragazzi sono diventati dei veri e propri volontari del Sassello, provvedendo alle piccole manutenzioni necessarie ed a mantenerlo sempre in ordine.

Il Rifugio è un ambiente unico separato da un soppalco in legno che divide un piano superiore per la notte da un piano terra destinato a cucina e sala da pranzo. All'interno non ci sono servizi igienici (per quelli c'è il bosco) né acqua. Per quasi tutto l'anno a poche decine di metri sul sentiero principale c'è una fonte di acqua freschissima che si può bere, adoperare per cucinare e per lavarsi. Durante i mesi caldi questa fonte può essere secca, ma c'è un altro punto dove rifornirsi al limitare della foresta che si trova sopra il rifugio oppure a poca distanza presso una vasca di abbeverata per i bovini al pascolo (N 43°54'45.8" E 11°42'16.3").


Il cuore del Sassello è il suo caminetto: qui si cucinano la carne e la polenta, si arrostisce il pane, alla sua luce si trascorrono le serate ed il suo crepitare è l'unico suono che interrompe il silenzio assoluto che domina la notte.

All'interno del Rifugio c'è un quaderno dove tutti coloro che passano annotano impressioni e commenti; dalle date riportate si evince facilmente che il Sassello è tutt'altro che un luogo molto frequentato!

Il panorama è stupendo: la foresta di faggi ed altre latifoglie ricopre completamente le valli che si intersecano a formare un paesaggio maestoso ed incontaminato. Questa foresta millenaria è una delle foreste primarie più grandi d'Europa e si estende a cavallo tra la Romagna e la Toscana. Trascorrere un weekend al Sassello consente di astrarsi dalla frenetica vita quotidiana calandosi nel lento ritmo della natura e delle stagioni, avvistando animali selvatici e partecipando del costante mutare dei colori della foresta. Questo luogo trasmette una serenità incredibile, e non sorprende che in queste zone si trovino due centri della spiritualità medievale come l'Eremo di Camaldoli ed il Santurio della Verna.


Per raggiungerlo a piedi ci sono diverse possibilità. Si può lasciare l'auto al valico dei Tre Faggi, un passo ben segnalato a circa 45 minuti di macchina da Predappio e 30 minuti da Premilcuore lungo la strada che porta a Firenze.

Dal valico dei Tre Faggi partono due sentieri. Il primo, sulla sinistra, si inoltra all'interno della foresta ed è da percorrere per circa mezz'ora fino all'imbocco di una scorciatoia (N 43°55'38.0"; E 11°41'42.7") che scende a destra dritta per dritta ed attraversa alcuni pascoli. La scorciatoia termina vicino ad una stalla e su una strada carrabile da prendere verso sinistra (a destra si torna ai Tre Faggi) e che porta fino al Sassello. Questa via è consigliata per l'andata, dato che è più breve ed il tratto ripido attraverso i pascoli è in discesa.

La seconda possibilità è quella di imboccare al parcheggio la strada carrabile sulla destra e percorrerla per circa 20-25 minuti fino ad incontrare, sulla sinistra, un'altra strada carrabile chiusa da una sbarra di metallo. Questa strada porta direttamente al Sassello ed è la stessa su cui termina la scorciatoia attraverso i pascoli. Questa seconda opzione è più lunga ma affronta dislivelli più graduali, per cui è consigliata per il ritorno. Si può considerare un tempo di percorrenza medio di circa due ore.


Per ulteriori informazioni:

http://www.parcoforestecasentinesi.it/

http://www.sentierinatura-forestecasentinesi.it


M.L.

mercoledì 29 luglio 2009

Annalena

Non pretendo di raccontare chi era Annalena Tonelli. Il web è pieno di materiale e chiunque può raccogliere tutte le informazioni che cerca.
Tuttavia questo post ha l'ambizione di colmare una grave lacuna, e cioè la difficilissima reperibilità di contributi video su Annalena. I due filmati che seguono sono Patrimonio Mondiale dell'Umanità più di quanto possano esserlo il centro storico di qualche sperduta cittadina od un monumento costruito mille anni fa.
In entrambi i filmati Annalena parla di sè e del suo lavoro. Non esiste modo migliore di comprendere la sua opera che sentirla raccontata dalla sua voce.

Il primo è un video in inglese disponibile si www.stoptb.org


Il secondo raccoglie alcuni momenti di un evento tenutosi il 30.06.2003 organizzato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dal Comitato per la Lotta contro la Fame nel Mondo.


M.L.

giovedì 9 luglio 2009

Il Cinema di Bomalang'ombe

La nostra società ci ha abituato a considerare normali e scontati molti servizi che in realtà sono assolutamente impensabili per la maggior parte della popolazione di questo pianeta.
Energia elettrica, acqua e bagni in casa, l'automobile, la televisione, strade asfaltate, ospedali e pronto soccorso, la nettezza urbana, supermercati ed ogni genere di negozi a portata di mano sono la base della nostra esistenza e non riusciamo a concepire una vita priva di tutto questo. In molti altri luoghi la gente ha sempre vissuto e continua a vivere con pochissimo, e per queste popolazioni è difficilmente concepibile una vita con tutte queste straordinarie comodità.
Ciò che ci stupisce immediatamente è la constatazione che si può essere allegri e sorridenti anche senza possedere tante cose o tanti soldi; vivere a contatto con questa realtà così diversa aiuta così ad interrogarci su cosa sia veramente essenziale e cosa invece accessorio. Il rischio che si corre è però quello di pensare che le persone che non hanno nulla siano in senso assoluto più felici di noi occidentali viziati e depressi. Infatti è innegabile che un contadino della Tanzania che andasse in visita in un paese europeo o nordamericano se potesse deciderebbe di contornarsi più che volentieri dell'opulenza occidentale rinunciando alla propria essenzialità e sobrietà. Spinola, un amico tanzaniano, al ritorno dal suo primo viaggio in Italia, ha usato queste parole: "Voi italiani siete un popolo molto vicino a Dio".
Occorre quindi evitare di idealizzare qualunque società e mantenere uno sguardo critico sul proprio stile di vita, qualunque esso sia.
Mia moglie ed io abbiamo condotto nel 2008 un esperimento di trasferimento di servizi accessori da una società (la nostra) ad un'altra (quella del villaggio di Bomalang'ombe). All'interno del Centro Sociale del villaggio, a sua volta uno fra i servizi messi a disposizione dall'ONG per cui lavoravamo, abbiamo organizzato un cinema. Con un investimento modesto, un proiettore ed un lettore dvd, abbiamo iniziato a proiettare film e documentari a fronte del pagamento di una cifra simbolica per l'ingresso. Il ricavato doveva contribuire ad autofinanziare le attività del Centro rivolte alle donne del villaggio.
Il pomeriggio della "prima" abbiamo scelto la proiezione de "il re leone" ed invitato a titolo promozionale e gratuito i bambini del villaggio. Il successo è stato clamoroso. In tutto il villaggio erano presenti non più di cinque televisori, per cui la maggior parte dei bambini assisteva per la prima volta ad un cartone animato. Le reazioni sono state le più disparate, ed in generale i bambini hanno strillato, riso e rumoreggiato per tutto il film. Per tutta la durata della proiezione siamo stati assaltati da una folla oceanica di marmocchi, tanto che ogni due minuti dovevamo interrompere la visione per far entrare i nuovi arrivati e sfollare i bambini che non resistevano più all'afa ed all'atmosfera asfittica che si era creata in sala.



Dopo questa partenza col botto tuttavia non siamo più riusciti a replicare il successo di pubblico, ed abbiamo pensato che il motivo principale fosse il costo, seppur modesto, del biglietto. Solamente in un'altra occasione abbiamo riempito la sala. E' stata la vigilia di Pasqua, con la proiezione di "la Passione di Cristo". Tutte e tre le chiese del villaggio (luterana, cattolica ed evangelica) hanno sponsorizzato l'evento ed abbiamo dovuto addirittura replicare la proiezione il giorno seguente.
Quando il cinema ha cominciato ad essere un peso in termini di tempo e di impegno, abbiamo scelto un ragazzo, Siasa, e gli abbiamo affidato la gestione dell'attività concordando come pagamento il 20% degli incassi. Mai decisione fu più azzeccata. Essendo legato lo stipendio agli incassi, Siasa proiettava il cinema tre volte alla settimana mostrando due film di seguito.
Siasa inoltre ci ha anche aperto gli occhi sui contenuti che la gente apprezzava di più. Noi abbiamo immaginato il cinema come mezzo per fare cultura e trasmettere valori, per cui le nostre scelte ricadevano su film come "Hotel Rwanda", "The last King of Scotland", "The blood diamond", ecc. L'esigenza era però quella di sostenere l'attività e pagarsi uno stipendio, per cui Siasa ha decisamente virato verso generi più "popolari", proiettando i film di Schwarzenegger, Stallone, Bruce Lee, Steven Seagal, Van Damme e le terribili telenovela nigeriane. Senza dimenticare poi le serate all'insegna del calcio. Ha proiettato talmente tanto i gol dei mondiali del 2006 da consumare il dvd!
Risultato: grandi incassi e ritorno del pubblico ad affollare la sala.
Ben presto però alcuni nodi sono venuti al pettine. Il proiettore era una tecnologia troppo sofisticata e delicata per quell'ambiente, per cui dopo alcuni mesi si è danneggiato. Fortunatamente il cinema guadagnava per cui siamo riusciti a dotare il Centro Sociale di una grande televisione, la più grande che il villaggio avesse mai visto.
I nostri controlli sulla regolarità dei lavori sono andati via via scemando, e questo ha permesso a Siasa di arrotondarsi lo stipendio e la percentuale. Le donne ci hanno dato l'allarme e Siasa ha ricevuto un ultimatum a rispettare i termini dell'accordo. Purtroppo il ragazzo aveva perso ormai la sua innocenza e trovandosi in un ambiente di sole donne si è trasformato in un bullo appropriandosi sempre di più di spazi non suoi. Alla fine Siasa è stato allontanato ed al momento della nostra partenza il cinema cercava un nuovo operatore.
Crediamo che questa esperienza possa essere utile a chi volesse ripetere questo esperimento, sottolineando che le nostre sensazioni in merito a questa iniziativa sono assai positive. La gente ha bisogno di spazi di aggregazione ed un cinema può essere una soluzione come un'altra per trascorrere le serate insieme senza bisogno di ubriacarsi con qualche intruglio artigianale.
L'impatto poi che un cartone animato determina sulla fantasia dei bambini è impagabile.
Passeggiando per le strade tra i villaggi abbiamo scovato alcuni segnali dell'influenza del nostro piccolo cinema sull'immaginario collettivo. Vi proponiamo un paio di fotografie assai emblematiche.


M.L.