Il
grande salone rifiuta la luce già aggressiva delle otto del mattino.
Jean-Claude mescola i chicchi nel piatto trasparente in cui navigano polpette
di riso. Mi porge una tazza di plastica arancione colma di caffè: se la guardo
dall'alto mentre la reggo tra le mani penso a un girasole. L'amministratore
Jean-Claude dice di essere felice di averci al suo fianco durante questa
trasferta. "Sambatra izahay koa" anche noi siamo contenti. Sono ormai
la le 9:30 quando la Nissan Patrol bianca abbandona il parcheggio del
seminario, direzione Ankadinondry. Una bandiera bianca e gialla ondeggia sul
tetto
dell'autovettura: ne osservo i lembi visibili dal mio sedile, rapita
dalla lentezza dei suoi movimenti nonostante la grande velocità che ci
trasporta. "Sembra ci abbiano riservato un'accoglienza non
indifferente" biascica l'amministratore tra una telefonata e l'altra. È un
corridoio largo: a terra c'è un tappeto di terra rossa. Jean-Claude è vestito
di nero ed indossa grandi occhiali da sole, io e Roberto lo seguiamo. Saranno
state duecento, trecento, forse quattrocento persone, in piedi come alberi
lungo il viale e a mani giunte come statuette da credenza. Stringo almeno cento
mani: ruvide, appiccicose, di bimbo, di età, alcune morbide, lisce ma vigorose,
altre quasi inermi. Le due file di persone sono come ballerini prima di una
quadriglia: dopo il nostro passaggio si avvicinano, le






