martedì 28 agosto 2018

Un bicchiere di latte

Intingo ritmicamente le gallette all'interno dell'acqua calda nella mia tazza bianca, senza manico. Ascolto il suono di questa lingua, incarnato dalle voci corpose di Suor Marie-Jeanne e Suor Benedicte. Una successione di vocali strascicate e consonanti gutturali che si annodano l'una con l'altra e mi trasportano in una dimensione ancestrale. Anche il più banale dei discorsi appare solenne quando non posso comprenderlo. Colgo alcune parole come "rahampitso" che significa domani, qualche numero che probabilmente indica un orario, un paio di nomi di suora. Suor Ernestine termina il suo monologo in
malgascio con un commento in italiano: ciò che è davvero importante è il buongiorno, è come la finestra della comunicazione: "Salama, Manao Ahona (buongiorno)". Vedo l'aria appuntita che scorre davanti a me, fino a scontrarsi con le mie guance come un'onda sulla battigia: è il venticello ancora freddo, rimasto dalla notte. Mi trovo sul Pousse-Pousse, una bicicletta con carretto guidata da un ragazzo con grandi polpacci; si chiama Michel e per il prezzo di 500 ariary ci trasporta fino alla chiesa. Una volta arrivati a destinazione raccolgo con rassegnazione le occhiate dei presenti: ho deciso di trasformarle in sorrisi e "Salama" da dispensare senza parsimonia a tutti coloro che stanno fissando me e Roberto. Suor Marie-Jeanne ci ha confidato che quella chiesa ha per lei un inestimabile valore, in quanto luogo in cui ha scoperto la sua vocazione. La casa dei genitori di Marie-
Jeanne si trova a due passi dalla chiesa: è una casa di mucche e falegnami. Il padre suona un pianoforte a pedali che profuma di tavolo antico; la madre agita i capelli, raccolti in due simpatiche trecce grigio scuro: rischia di immergerle nel latte appena munto che ci sta versando per accoglierci nella sua casa. Tengo stretto nel palmo della mano destra il mio bicchiere sbeccato: sul latte bianco c'è il disegno di un pomodoro rosso, è la trama del bicchiere un po' rovinata. Il muro in terra rossa di fronte a me è sfuocato a causa del fumo che galleggia sopra il bicchiere, colorando di polvere la piccola stanza illuminata da cilindri di sole. Sfioro con le labbra il vetro freddo di credenza e aspiro la pellicola che si è formata sulla superficie: è il latte che bevo nei rifugi in montagna. La madre di Marie-Jeanne versa un altro bicchiere e lo porge al nipotino, un bambino con i capelli a scodella e gli occhi a oliva; lo vedo in difficoltà nell'afferrare la bevanda perché le sue braccia di bimbo sono disposte a forma di culla, per far addormentare la sorellina Mirá. Mirá non ha ancora i capelli, ma anche lei nasconde sotto le ciglia due piccole olive nere. Ho ancora la lingua ruvida di latte bollente, quando mi alzo per dirigermi verso l'insolito strumento musicale. Avvicino le dita ai tasti bianchi e grigi, con la cautela di chi è intrappolato nella tipica titubanza da ospite: nessun suono. Decido di sedermi sul bordo del letto che il padre di Marie-Jeanne usa come sgabello. I miei piedi sono nudi e arancioni di strada, ma decido comunque di posizionarli sugli appositi pedali: sono lisci e piacevoli al tatto sotto la pianta del piede. Questo strumento si chiama armonica ed è diverso dal pianoforte che conosco: schiacciare un tasto con un dito non è sufficiente. Qua in Madagascar, se voglio la musica, devo coinvolgere tutto il mio corpo.
ANNA

1 commento:

Tra le Nuvole e il Deserto ha detto...

In Madagascar non si può scegliere se amare o no la musica, semplicemente perché viene considerata un aspetto essenziale della vita. Sono felice che stiate conoscendo così in profondità la cultura malgascia. Vedrete che essa non vi abbandonerà più. Michele